Giacomo Leopardi

Zibaldone di pensieri

Meditazione sulla morte

Leopardi medita in continuazione, sia nello Zibaldone sia nei Canti, sulla morte. Quella che segue è una delle pagine non solo più alte ma anche più originali su questo tema.

Non c’è forse persona tanto indifferente per te, la quale salutandoti nel partire per qualunque luogo, o lasciarti in qualsivoglia maniera, e dicendoti, non ci rivedremo mai più, per poco d’anima che tu abbia1, non ti commuova, non ti produca una sensazione più o meno trista. L’orrore e il timore che l’uomo ha, per una parte, del nulla, per l’altra, dell’eterno, si manifesta da per tutto, e quel mai più non si può udire senza un certo senso. Gli effetti naturali bisogna ricercarli nelle persone naturali, e non ancora, o poco, o quanto meno si possa, alterate2. Tali sono i fanciulli: quasi l’unico soggetto dove si possano esplorare, notare, e notomizzare3 oggidì, le qualità, le inclinazioni, gli affetti veramente naturali. Io dunque da fanciullo aveva questo costume4. Vedendo partire una persona, quantunque a me indifferentissima, considerava se era possibile o probabile ch’io la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me le poneva intorno a riguardarla, ascoltarla, e simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli orecchi quanto più poteva, rivolgendo sempre fra me stesso, e addentrandomi nell’animo, e sviluppandomi alla mente questo pensiero: ecco l’ultima volta, non lo vedrò mai più, o, forse mai più. E così la morte di qualcuno ch’io conoscessi, e non mi avesse mai interessato in vita, mi dava una certa pena, non tanto per lui, o perch’egli mi interessasse allora dopo morte, ma per questa considerazione ch’io ruminava5 profondamente: è partito per sempre – per sempre? sì: tutto è finito rispetto a lui: non lo vedrò mai più: e nessuna cosa sua avrà più niente di comune colla mia vita. E mi poneva a riandare6, s’io poteva, l’ultima volta ch’io l’aveva o veduto, o ascoltato ec. e mi doleva di non avere allora saputo che fosse l’ultima volta, e di non essermi regolato secondo questo pensiero.

(11 febbraio 1821)

L’ASSUEFAZIONE AL DOLORE E ALL’IDEA DELLA MORTE  Una delle idee che tornano spesso, in Leopardi, è che noi, attraverso l’educazione, la civilizzazione, ci abituiamo a cose che per un essere più vicino alla natura – com’è appunto un bambino – sono invece intollerabili: crescere, maturare, significa mettere la sordina ai sentimenti più veri, perché innati, dell’essere umano: tale è il caso dell’assuefazione al dolore tale è quello dell’assuefazione all’idea della morte di cui Leopardi parla in questa pagina. Ciò che lo commoveva da bambino era, da un lato, l’idea che forse non avrebbe mai più rivisto la persona che aveva di fronte in quel momento (un’idea certamente più naturale nel mondo rarefatto di allora che in quello odierno, così pieno di occasioni di incontro e di re-incontro); dall’altro, il pensiero che, se quella persona, conosciuta superficialmente, fosse morta, il distacco da essa era un distacco che sarebbe durato per sempre: e nella prospettiva dell’eternità anche la morte di uno sconosciuto assumeva in lui una risonanza tragica. Mai e per sempre: parole terrorizzanti, più dell’idea stessa della morte. 

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Riassumi il testo in 4-5 righe.

2. Dividi il testo in sequenze e assegna a ognuna un titolo o un breve sommario.

ANALIZZARE

3. Nella seconda parte del brano («Io dunque da fanciullo aveva questo costume…») Leopardi descrivi sentimenti e passioni infantili in modo molto vivido: quali parole sceglie per farlo?

INTERPRETARE

4. Non lo vedrò mai più: ti è già capitato di pensarlo di qualcuno (qualcuno che amavi)?

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  1. per ... abbia: per quanto uno sia poco sensibile.

  2. alterate: cambiate dall’educazione.

  3. notomizzare: analizzare, sezionare.

  4. costume: abitudine.

  5. ch’io ruminava: su cui io meditavo.

  6. mi poneva a riandare: andavo con la memoria.