Eugenio Montale

Ossi di seppia

Mediterraneo V

Il quinto movimento di Mediterraneo segna la fine dell’armonia iniziale: l’io non riesce più a riconoscersi nel mare, lo sente minaccioso, nemico.

    Giunge a volte, repente,1
    un’ora che il tuo cuore disumano2
    ci spaura3 e dal nostro si divide.
    Dalla mia la tua musica sconcorda,4
5   allora, ed è nemico ogni tuo moto.5
    In me ripiego, vuoto
    di forze, la tua voce pare sorda.
    M’affisso nel pietrisco
    che verso te digrada
10   fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
    franosa, gialla, solcata
    da strosce d’acqua piovana.6
    Mia vita è7 questo secco pendio,
    mezzo non fine,8 strada aperta a sbocchi
15   di rigagnoli, lento franamento.
    È dessa,9 ancora, questa pianta
    che nasce dalla devastazione
    e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
    fra erratiche10 forze di venti.
20   Questo pezzo di suolo non erbato11
    s’è spaccato perché nascesse una margherita.
    In lei tìtubo al mare che mi offende,12
    manca ancora il silenzio nella mia vita.
    Guardo la terra che scintilla,
25   l’aria è tanto serena che s’oscura.13
    E questa che in me cresce
    è forse la rancura14
    che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.





Metro: una sola strofa, o meglio una “lassa”, cioè una serie di versi di numero variabile.

Mediterraneo è composto di fatto da nove di queste lasse, che presentano tra loro corrispondenze dovute più ai parallelismi negli incipit e nei finali che non alle misure e al numero dei versi, di cui si è parlato. Su ventotto versi, comunque, undici sono endecasillabi; gli altri hanno misure varie. Numerose rime, assonanze e consonanze, ma senza una successione regolare.

LA NATURA “DISUMANA”   Arriva un momento, scrive il poeta, nel quale la forza del mare non ha un effetto rasserenante sugli individui ma, al contrario, li spaventa («il tuo cuore disumano / ci spaura», vv. 2-3). È il momento in cui occorre cercare una sintonia, un’alleanza con altri elementi più fragili della natura, come la pianta – una margherita – esposta alle raffiche del vento. L’uomo giunge così a riconoscere la propria debolezza e precarietà, ma allo stesso tempo afferma la dignità della propria condizione, resistendo (come già il Leopardi della Ginestra) ai colpi di una natura “disumana”, qui simboleggiata dal mare: nessun titanismo, nessuna romantica identificazione con le forze cieche del cosmo ma, al contrario, un’umile ammissione dei propri limiti, della propria “terrestrità”.

LESSICO COLTO E REALISTICO   A livello stilistico, il testo esemplifica bene il registro alto che Montale ha scelto per Mediterraneo: troviamo così forme arcaiche e letterarie come repente (v. 1), acclive (v. 10), dessa (v. 16), e anche il verbo spaura (v. 3), che è quasi una citazione da Leopardi; ma non mancano neppure tracce di quel lessico realistico che abbiamo visto emergere negli “ossi brevi”, come strosce (v. 12) o rigagnoli (v. 15): la scena, potremmo dire, è solenne, drammatica, e sollecita l’impiego di un lessico nobile, letterariamente connotato; ma il panorama è quello, familiarissimo al poeta, della riviera ligure, e questa familiarità suggerisce anche l’uso di quello che i retori antichi avrebbero chiamato sermo cotidianus (“discorso quotidiano”).

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cosa intende Montale al v.1, quando afferma che avrebbe voluto sentirsi «scabro ed essenziale»? Possiamo considerare questa affermazione come una dichiarazione di poetica?



ANALIZZARE


2. Come descriveresti il ritmo del testo? Cadenzato, lento, veloce? Per rispondere rifletti anche sulla punteggiatura, sulle cesure e sugli enjambement.



CONTESTUALIZZARE


3. In Mediterraneo l’interlocutore per eccellenza è il mare. Scegli a piacere un altro componimento della raccolta e rifletti sul modo in cui Montale ‘vede’ il mare nella sua poesia. La forza del mare lo consola o piuttosto lo turba? È una presenza percepita come positiva o come negativa? Argomenta con opportune citazioni dai testi.



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  1. repente: repentinamente, all’improvviso.
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  3. disumano: non umano, meglio che nel senso di “crudele”. Il poeta si sta rivolgendo al mare, personificato, umanizzato (e quindi dotato di cuore).
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  5. ci spaura: ci spaventa, ci sgomenta (cfr. Leopardi, L’Infinito, vv. 7-8. «ove per poco / il cor non si spaura).
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  7. sconcorda: smette di andare d’accordo: vale a dire che la “musica umana” e quella del mare, prima in armonia, cessano ora di esserlo.
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  9. nemico … moto: ogni tuo movimento mi è ostile.
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  11. M’affisso … piovana: Concentro lo sguardo sul pietrisco che cala verso di te fino alla discesa ripida (ripa acclive) che ti sovrasta, franosa, gialla, scavata dai rigagnoli (strosce) di acqua piovana.
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  13. Mia vita è: La mia vita è, si identifica con (la costruzione e il processo mentale sono analoghi a quelli che, in Meriggiare pallido e assorto, portavano il poeta a mettere in relazione la propria vita e il cammino lungo una muraglia).
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  15. mezzo non fine: la vita umana non vale tanto in sé (cioè come fine), quanto come parte della realtà materiale in continua trasformazione (mezzo).
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  17. dessa: essa (riferito alla vita): è termine aulico e letterario; questa pianta: forse l’agave, che cresce sulle scogliere e resiste agli attacchi del vento e dell’acqua.
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  19. erratiche: in movimento, mutevoli.
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  21. non erbato: non coperto d’erba, quindi fragile, franoso.
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  23. In lei … offende: Identificandomi in lei (nella margherita), esito (tìtubo) davanti al mare che mi minaccia.
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  25. l’aria … s’oscura: la luce abbagliante che proviene dal cielo sereno oscura la vista.
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  27. rancura: rancore, ostilità.
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