Eugenio Montale

Ossi di seppia

Meriggiare pallido e assorto

La coesione all’interno di questa sezione di “ossi brevi” dipende anche dal modo in cui essi si sono formati, a partire cioè da un testo più antico – Meriggiare pallido e assorto, risalente secondo l’autore addirittura al 1916 – attorno al quale si sono poi sviluppati gli altri ventuno della serie.

Meriggiare1 pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni2 e gli sterpi
schiocchi3 di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia4
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche5.

Osservare tra frondi6 il palpitare
lontano di scaglie di mare7
mentre si levano tremuli scricchi8
di cicale dai calvi picchi9.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia10
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Metro: tre quartine, seguite da una strofa finale di cin­que versi. Otto dei diciassette versi sono endecasillabi, quattro decasillabi, cinque novenari. Le rime seguono lo schema AABB, CDCD (con la rima veccia / intrecciano ipermetra), EEFF, GHG­ GH (con la rima abbaglia / travaglio imperfetta all’ato­na; inoltre con “g” e “h” che consuonano tra loro).

“CORRELATIVI OGGETTIVI” In Meriggiare pallido e assorto, Montale tratteggia il paesaggio ligure cogliendone i minuti particolari, nell’afa di un pomeriggio estivo; le im­magini e i suoni percepiti (i versi degli animali, le file delle formiche sul terreno, il movimento del mare all’orizzonte), però, non regalano al poeta un momento di contemplazione rasserenante. Al contrario, rappresentano altrettante forme – o “correlativi oggettivi” – in cui l’esistenza manifesta la sua monotona costrizione. La descrizione del paesaggio è infatti funzionale alla rivelazione finale, che il poeta presenta qua­ si come una dolorosa scoperta («sentire con triste meravi­glia»): la vita, egli dice, è come camminare lungo un muro di cinta la cui sommità è coperta da cocci di bottiglia. In In limine il poeta cercava la «maglia rotta nella rete»; nei Limoni cercava «il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità»: insomma, una possibilità di fuga da una realtà percepita come costrizione. Qui la prospettiva è ancora più negativa: il poeta sente la possibilità che la verità stia al di là di un muro, ma quel muro non è valicabile, e «tutta la vita» trascorre al di qua di esso, in una condizione di non­-verità: la vita non rivela il suo segreto.

UN RITMO DA CANTILENA Dal punto di vista forma­le va osservato soprattutto che la misura breve del testo, paragonabile a quella del sonetto, permette a Montale di concentrare in pochi versi alcuni effetti sonori che danno alla poesia un’espressività molto marcata. Particolarmente evidenti sono le rime baciate, che danno un suono come di cantilena (assorto / orto, sterpi / serpi, palpitare / mare, scricchi / picchi); le allitterazioni in “r” (un suono stridente, che sembra evocare l’asperità e l’aridità del paesaggio), specie nella prima strofa (Meriggiare, assorto, rovente, muro, orto, ascoltare, pruni...), ma anche nei versi successivi (tremuli scricchi); e il forte legame fonico (rima o conso­nanza) che unisce – di nuovo, come una mesta cantilena – tutti i rimanti dell’ultima strofa: abbaglia, meraviglia, travaglio, muraglia, bottiglia.
È particolarmente insistito il fonosimbolismo “naturale”, quasi una parodia di Pascoli, «schiocchi di merli, frusci di serpi» e nei versi che riproducono il frini­re dissonante delle cicale. Rispecchia in un certo modo il paesaggio rappresentato anche la serie rimica in “­are” di «OsservARE tra frondi il palpitARE / lontano di scaglie di mARE», che con i suoi suoni ripetuti (gli accenti tonici sono sulle “a”) si oppone ai suoni chiusi e duri dei due versi successivi «menTRe si levano TRemUlI SCRICCHI / dI cICale daI CalvI PICCHI».

DELIRIO DI IMMOBILITÀ L’immobilità del soggetto che sta al di fuori del tempo a meriggiare, ascoltare, spiare ecc., la sensazione che la vita sia separazione e travaglio sono certo at­teggiamenti e stati d’animo negativi, ma sono anche un modo per vivere senza perdersi nelle «divertite passioni» di cui Montale parlava, in senso polemico, nei Limoni. L’ossimoro triste meraviglia rimanda a questa duplicità irrisolta e problematica, all’opposizione tra la vita reale e la vita dell’immaginazione (il mare che “palpita”, la “meraviglia”). Una ripresa di questo sistema di significati e simboli è anche in Spesso il male di vivere ho incontrato.
In un intervento del 1960 Montale spiegò che «lo stato d’a­nimo di estrema desolazione» è trasposto in Ossi di seppia «in un paesaggio che oggi si direbbe “esistenziale”, ma che era allora semplicemente il paesaggio naturale in cui vive­vo», una Liguria dalla «bellezza scarna, scabra, allucinante. Per istinto io tentai un verso che aderisse a ogni fibra di quel suolo [...]. E i versi di Meriggiare aderiscono infatti a ogni fibra di quel suolo».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 A prescindere dai valori simbolici, quale situazione precisa e concreta narra questa poesia?

ANALIZZARE

2 La poesia è ricca di figure di parola e di artifici fonici: quali sono?

3 Analizza lo schema metrico e rimico.

CONTESTUALIZZARE

4 Illustra il rapporto che Montale ebbe con il paesaggio ligure, in particolare con Monterosso.

INTERPRETARE

5 Il «muro d’orto» ha per certi versi una funzione simile a quella della siepe nell’idillio L’infinito di Leopardi, autore molto amato da Montale. Fai un confronto e scrivi un testo di almeno 30 righe.

Stampa
  1. Meriggiare: trascorrere il pomeriggio. Si noti, qui e nei versi successivi, l’uso dell’infinito “acronico”, ri­ferito al soggetto (ascoltare; spiar; Osservare; sentire), che risente di vari possibili modelli primo­-novecenteschi, da d’Annunzio ai futuristi, da Boine al primo Ungaretti.
  2. pruni: arbusti spinosi, rovi (e non gli alberi delle prugne).
  3. schiocchi: è il verso secco, simile a un piccolo scop­pio, del merlo.
  4. veccia: pianta erbacea che cresce spontanea anche in luoghi molto aridi.
  5. a sommo ... biche: in cima a piccoli mucchi (biche).
  6. tra frondi: tra i rami di alberi e cespugli.
  7. il palpitare ... mare: il movimento delle onde in lontananza.
  8. tremuli scricchi: descrive, attraverso l’onomato­pea (scricchi), il verso stridente delle cicale.
  9. dai calvi picchi: dalle cime senza vegetazione.
  10. com’è ... muraglia: come tutta la vita e la sua fatica (travaglio) sono rappresentate, simboleggiate da questo camminare lungo il «rovente muro d’or­to» citato all’inizio; ma qui il termine muraglia rende l’immagine più intensa di quella evocata dal semplice muro, come a sottolineare l’inesorabile uniformità dell’esistenza. Inoltre, i «cocci aguzzi di bottiglia», posti in cima al muro per impedire che venga va­licato, diventano il simbolo dell’ostacolo esistenziale che condanna l’essere umano a percorrere un cammi­no sempre uguale, che non permette mai di andare o guardare “al di là”.