Alberto Moravia

Gli indifferenti

Michele contro Leo: «un atto mancato»

Michele ha saputo della relazione tra Leo e la sorella Carla. È un doppio affronto: alla madre, Mariagrazia, che è la sua amante ufficiale; e alla stessa Carla, molto più giovane di lui (ma il desiderio degli adulti per i giovani è un motivo costante del romanzo e una delle “idee ossessive” della narrativa moraviana). Michele decide allora di vendicare l’onore della famiglia Ardengo e di uccidere Leo.

Udì il campanello echeggiare nell’appartamento vuoto; silenzio; immobilità: «non è in casa» pensò con una gioia e un sollievo profondi. «Suonerò ancora una volta per scrupolo… e poi me ne andrò» e già, apprestandosi a premere di nuovo il bottone, già immaginava di ridiscendere nella strada, andarsene per la città libero, distrarsi; già dimenticava i suoi propositi di vendetta, quando dei passi pesanti risuonarono sul pavimento, di là dalla porta; poi questa si aprì e Leo apparve.
Indossava una veste da camera, aveva la testa arruffata e il petto nudo; squadrò dall’alto in basso il ragazzo.
«Tu qui» esclamò con faccia e voce assonnate, senza invitarlo ad entrare; «e cosa vuoi?».
Si guardarono: «Cosa voglio?» avrebbe voluto gridare Michele. «Lo sai bene, spudorato, cosa voglio». Ma si trattenne:
«Nulla» disse in un soffio, ché ora il respiro di nuovo gli mancava; «soltanto parlarti».
Leo alzò gli occhi; un’espressione impudente e stupida gli passò sul volto: «Oh bella, parlare? A me? A quest’ora?» disse con stupore esagerato; si teneva sempre nel mezzo della soglia: «E che cosa vuoi dirmi?… Senti, senti caro» soggiunse incominciando a chiudere la porta, «non sarebbe meglio un altro giorno? Stavo dormendo, non ho la testa abbastanza chiara… per esempio domani».
La porta si chiudeva. «Non è vero che stavi dormendo» pensò Michele, e ad un tratto gli scaturì quest’idea: «Carla è di là… in camera sua» e gli parve di vederla nuda, seduta sul bordo del letto, in atto di ascoltare ansiosamente questo dialogo tra l’amante e lo sconosciuto visitatore; diede una spinta alla porta ed entrò:
«No» disse con voce ferma e turbata, «no, oggi stesso ho da parlarti, … ora».
Un’esitazione: «E sia» profferì1 l’altro come chi è al termine della sua pazienza; Michele entrò: «Carla è di là?» pensava e un turbamento straordinario lo possedeva.
«Dì la verità» profferì alfine con sforzo mentre quello chiudeva la porta, posandogli una mano sulla spalla; «dì la verità che ho turbato qualche dolce colloquio… c’è qualcheduno di là non è vero?… eh, eh!…qualche bella ragazza…».
Vide l’uomo voltarsi e schermirsi con un sorriso odioso di malcelata vanità: «Assolutamente nessuno… dormivo». Capì di aver colto nel segno.
Mise la mano in tasca e strinse la rivoltella; «Dormivo proprio» ripeté Leo senza voltarsi, precedendolo nell’anticamera; «dormivo profondamente e facevo dei sogni bellissimi».
«Ah! Sì?».
«Sì… e tu sei venuto a destarmi».
«No, colpirlo alle spalle no» pensò Michele; trasse di tasca la rivoltella e tenendo la mano contro il fianco la puntò nella direzione di Leo… appena questi si sarebbe voltato, avrebbe sparato.
Leo entrò per primo nel salotto, andò alla tavola, accese una sigaretta; avvolto nella veste da camera, come un lottatore, a gambe larghe, con la testa, arruffata e tozza, china verso l’invisibile fiammifero, egli dava l’impressione di un uomo sicuro di sé e della sua vita; poi si voltò; allora, non senza odio, Michele alzò la mano e sparò.
Non ci fu né fumo né fracasso; alla vista della rivoltella Leo spaventatissimo si era gettato con una specie di muggito dietro una sedia; poi il rumore secco del grilletto. «S’è inceppata» pensò il ragazzo; vide Leo urlare «Sei matto!» e alzare una sedia in aria mostrando tutto il corpo: si protese in avanti e sparò daccapo; nuovo rumore del grilletto. «È scarica» comprese alfine atterrito, «e le palle le ho in tasca io». Fece un salto da parte, per evitare la seggiola di Leo, corse all’angolo opposto; la testa gli girava, aveva la gola secca, il cuore in tumulto: «Una palla» pensò disperatamente, «soltanto una palla». Frugò, arraffò con le dita febbrili alcuni proiettili, alzò la testa, tentando curvo colle mani impazzite, di aprire il tamburo e cacciarvi la carica; ma Leo scorse il suo gesto ed egli ricevette di sbieco un colpo di seggiola sulle mani e sulle ginocchia, così forte che la rivoltella cadde in terra; dal dolore chiuse gli occhi, poi una rabbia indicibile lo invase; si gettò su Leo tentando di stringerlo al collo; ma fu preso, scagliato prima a destra poi a sinistra, e alfine respinto con tanta violenza che dopo aver ciecamente urtato e rovesciato una sedia, cadde sul divano… L’altro gli fu subito sopra e lo prese per i polsi.

IL FALLIMENTO DELL’INETTO MICHELE Nel penultimo capitolo del romanzo Michele ha l’occasione di fare “un gesto da uomo” e di cambiare il suo destino e quello delle donne di casa (su cui lui, come uomo di casa, dovrebbe vegliare, proteggendole da un profittatore come Leo). Se ci riuscisse, Gli indifferenti finirebbe come finiscono le tragedie o certi romanzi dell’Ottocento: con un atto violento – un ferimento, una morte – che “risolve” la situazione. Invece Michele fallisce, compiendo quello che, nei termini che Sigmund Freud ha introdotto nel suo saggio Psicopatologia della vita quotidiana (1901) si chiama un «atto mancato», cioè un errore che Michele commette perché il suo inconscio prevale sulla sua volontà e lo fa agire così anche “contro” le sue intenzioni.
In tal modo Moravia “non conclude” il romanzo, e Michele va a prendere il suo posto nella galleria dei tanti inetti, dei tanti inadatti alla vita che popolano la narrativa novecentesca (e basta pensare ai personaggi di due contemporanei di Moravia: Svevo e Tozzi).

IL NARRATORE E MICHELE La scena del tentato omicidio è gestita dalla voce del narratore, che vede le cose oggettivamente («Indossava una veste da camera») e conosce i pensieri dei personaggi. Ma è un narratore molto prossimo al personaggio di Michele: sono suoi i pensieri di riscatto dei quali il lettore è messo a parte nelle pagine in cui Moravia descrive il tragitto di Michele verso la casa di Leo; sono sue le incertezze, le esitazioni che Moravia rende attraverso brevi accenni estremamente efficaci, come quel già ripetuto tre volte nel primo paragrafo (Michele si immagina già libero dal dovere della vendetta), o attraverso notazioni come quella del respiro che «di nuovo gli mancava», o “mimando” i pensieri di Michele che non riescono a tradursi in parole: «“Cosa voglio?” avrebbe voluto gridare»; un condizionale, avrebbe voluto, che riassume in sé il dramma di Michele: che in tutto il libro vorrebbe agire, ma non sembra mai in grado di passare dall’intenzione all’azione.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Sintetizza il brano in poche righe, chiarendo anche, sulla base della trama del romanzo, i motivi per cui Michele vorrebbe uccidere Leo.

2 Analizza il primo capoverso del brano: dominano la paratassi e lo stile nominale. Qual è l’effetto di questa scelta?

CONTESTUALIZZARE

3 Una specie di “male di vivere”, di insufficienza di fronte agli obblighi della vita adulta, accomuna Michele e i personaggi di altri romanzi di quest’epoca: pensa a Con gli occhi chiusi di Tozzi o ai romanzi di Svevo e Pirandello. Prepara una relazione orale in cui metti a confronto questi personaggi.

INTERPRETARE

4 L’aver dimenticato di caricare la pistola è un tipico «atto mancato»: che cosa ci rivela, che cosa ci dice del carattere e del destino di Michele?

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  1. profferì: disse.