Bono Giamboni

Libro de’ vizi e delle virtudi

Morte alla Superbia!

La battaglia tra i vizi e le virtù è, nella letteratura antica e medievale, un vero e proprio topos letterario, che ha anche un nome, psicomachia, cioè “battaglia nell’anima” (nome che deriva dal poema, intitolato appunto Psychomachia, dello scrittore latino Prudenzio, 348-413 circa). È un genere di allegoria molto familiare agli autori e ai lettori del Medioevo: il più importante romanzo francese del XIII secolo, il Roman de la Rose, è per esempio, per larga parte, una psicomachia, una battaglia tra i vizi e le virtù. Questa è la scena del Libro di Bono Giamboni in cui Superbia viene sconfitta.

De la morte de la Superbia e de la sconfitta della sua gente

Favellato la Superbia le dette parole de rimproverî1, diè de li sproni al destriere2 [...], il quale parea che volasse, sì di forza correa; e comandò alla sua gente che la dovessero seguitare. E nel correre che facea, ambedue i piè dinanzi del cavallo s’abbattiero3 nella fossa che la Frode avea fatta4, e caddevi entro col capo dinanzi, insieme con esso la Superbia, e cadde ella di sotto, e ’l cavallo le cadde adosso; e fue sì grande lo stoscio5 per la fossa ch’era cava e profonda e per lo destriere che adosso le cadde, che tutta quanta si lacerò e infranse. 

E quando i Vizi videro caduto il lor signore, e giacere morto nella fossa, e ’l corpo suo tutto lacerato e infranto per la dura caduta ch’avea fatta, e videro le Virtù che veniano contra loro molto strette e serrate6, perché s’erano accorte che’ Vizi eran già mossi a venire contra loro, diedero le reni7 e cominciaro a fuggire insieme colle loro genti; e le Virtù, veggendo questo, li seguitaro e miserli in caccia8. Allora fue sì grande la sconfitta e la mortalità de le genti de’ Vizi che moriro a quella battaglia, che la larga strada che mena l’anime a l’inferno andò sì calcata9, e a la gran porta de l’inferno ebbe sì grande stretta10, che non si ricorda mai che per neuna sconfitta o mortalità di genti che nel mondo fosse quella strada così calcata andasse, o a quella porta così grande stretta avesse.

E quando i detti Vizi insieme co le anime de le lor genti furono in inferno, meritaro tanta pena e tormento che il solfo11 e ’l fuoco di ninferno12 multiplicò e crebbe di tal guisa che13 la terra non potte tanto incendio patire14, anzi ruppe in molte parti del mondo15, e apparve il fuoco di sopra a la terra, e spezialmente in Mongiubello16, ch’è un gran monte in Cicilia. E allor fue manifesto a le genti che ’l ninferno era nel ventre della terra per lo detto fuoco che allotta17 apparve, il quale è poscia sempre durato18.
 

TRA LA TERRA E L’INFERNO Persino gli ammaestramenti morali possono essere divertenti, se sono associati a una fantasia fervida come quella di Bono Giamboni. Il brano che abbiamo letto combina due scenari diversi: il primo è quello della guerra, dei cavalieri che si affrontano con la forza e con l’astuzia, e uccidono e vengono uccisi, magari cadendo – in un passo nel quale colpisce soprattutto la meticolosità della descrizione – in una buca a capofitto («e caddevi entro col capo dinanzi»), con tutto il cavallo («e ’l cavallo le cadde adosso»). Il secondo scenario è quello ultraterreno, che però sottentra allo scenario terrestre senza quasi che il lettore lo noti: i Vizi sono appena stati ammazzati e già si accalcano sulla strada per l’inferno, già premono alle sue porte, come se al posto di anime si stesse parlando di corpi. 

SULL’ORIGINE DEI VULCANI Nell’ultimo paragrafo Giamboni ricava, dalla storia (ovviamente inventata) che ha appena raccontato, quello che in greco antico si chiama un àition, cioè un racconto, un mito che serve a spiegare l’origine di un particolare fenomeno. Il fuoco che esce dall’Etna e dagli altri vulcani, scrive Giamboni, nacque appunto dal fatto che la terra lo sputò fuori quando i Vizi, sconfitti, finirono all’inferno, e Satana dovette incrementare le dosi di zolfo e di fiamme per poterli torturare. Non dobbiamo pensare che i lettori del Duecento fossero così ingenui da credere a queste invenzioni, naturalmente, ma – come accade oggi con i racconti o i film o i videogiochi d’avventura – è chiaro che, per comunicare certi contenuti (e Bono Giamboni, che pure è un laico, vuole comunicare le idee del cristianesimo), ricorrere alle risorse della fantasia può essere una buona tattica: oggi come ieri, è più facile attirare l’attenzione del lettore con un racconto pieno di effetti speciali che con una predica.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riassumi il brano in una decina di righe.

2 Che cosa significa l’allegoria che occupa buona parte del brano?

ANALIZZARE

3 Quali personificazioni agiscono nel testo?

4 Quale realtà geografica terrena attesta concretamente, secondo Bono Giamboni, l’esistenza dell’inferno?  

CONTESTUALIZZARE

5 Prepara un’esposizione di una decina di minuti sulla rappresentazione dell’inferno nel Medioevo.

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  1. Favellato ... rimproverî: dopo che la Superbia ebbe fatto i suoi rimproveri. 
  2. diè ... destriere: spronò il suo cavallo.
  3. s’abbattiero: caddero.
  4. nella ... fatta: la Frode, alleata dei Vizi, aveva scavato una fossa, che si trasforma in una trappola per la stessa regina dei Vizi. 
  5. lo stoscio: il colpo.
  6. strette e serrate: compatte; come un esercito pronto all’assalto.
  7. diedero le reni: fecero dietrofront. 
  8. li ... caccia: li inseguirono e diedero loro la caccia. 
  9. andò sì calcata: fu tanto calpestata; per la gran quantità di morti che la percorrono: sono i Vizi uccisi dalle Virtù.
  10. ebbe ... stretta: (davanti alla porta dell’inferno) ci fu un tale affollamento.
  11. solfo: zolfo.
  12. ninferno: inferno.
  13. multiplicò ... che: aumentò e crebbe in modo tale che.
  14. non ... patire: non poté sopportare tante fiamme. 
  15. ruppe ... mondo: eruppe, venne fuori in molti luoghi del mondo.
  16. Mongiubello: l’Etna.
  17. allotta: allora.
  18. il quale ... durato: il fuoco che esce dal vulcano è durato per sempre; segno che l’inferno, con le sue fiamme, sta al centro della Terra.