Francesco Petrarca

Canzoniere

Movesi il vecchierel canuto e bianco: amore sacro e amore profano

Petrarca è un poeta cristiano, e in tutta la sua opera c’è una tensione continua tra i desideri terreni (l’amore, la gloria) e la consapevolezza del peccato che impedisce di raggiungere la felicità della vita ultraterrena. In questo sonetto c’è invece un perfetto equilibrio tra l’amore sacro e l’amore profano. In una similitudine che occupa tutto il componimento, in un lungo e articolato periodo, Petrarca paragona la partenza di un vecchio per recarsi a Roma a vedere la Veronica, l’immagine di Cristo, alla ricerca che fa il poeta dell’immagine della donna amata in quella di altre donne (o di un’altra donna).

Movesi1 il vecchierel canuto e bianco2
del dolce loco ov’ha3 sua età4 fornita5
e da la famigliuola sbigottita6
che vede il caro padre venir manco7;

indi8 traendo9 poi l’antico fianco10
per l’estreme11 giornate di sua vita,
quanto più pò, col buon voler s’aita12,
rotto13 dagli anni, e dal camino stanco;

e viene a Roma, seguendo ’l desio14,
per mirar la sembianza15 di Colui16
ch’ancor17 lassù nel ciel vedere spera:
così18, lasso19, talor vo cercand’io20,
donna, quanto è possibile, in altrui21
la disïata22 vostra forma vera23.
 

Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE CDE.

UN’IMMAGINE CRISTIANA E TERRENA Il tema di fondo è abbastanza tipico della lirica amorosa medievale: l’amante che cerca di comporre l’immagine dell’amata a partire da quella di altre donne. Petrarca sviluppa questo tema intrecciandolo con un paragone che doveva essere particolarmente familiare e significativo per i suoi lettori: la Veronica (la sembianza) era infatti un’icona (cioè un’immagine sacra) di stoffa, conservata nella basilica romana di San Pietro, che secondo la leggenda sarebbe stata posta sul volto di Gesù portato al Calvario da una donna di nome Veronica e avrebbe quindi conservato perfettamente i tratti del Cristo. La Veronica scomparve durante il sacco di Roma del 1527 in circostanze misteriose ma l’episodio è ancora oggi presente nella sesta stazione della Via crucis. In questa sintesi tra sacro e profano non c’è tuttavia alcuna intenzione dissacrante: tra i due mondi – il mondo cristiano e il mondo dell’amore terreno – c’è un dialogo continuo. D’altronde, l’idea contenuta nei versi finali (cioè che Petrarca cerca in tutte le altre donne la sembianza di Laura) era già stata espressa in modo non troppo dissimile da Cino da Pistoia, che in un sonetto indirizzato a Dante confessa «ch’un piacer sempre mi lega ed involve, / il qual convien ch’a simil di beltate / in molte donne sparte mi diletti» (Poi ch’i’ fu’, Dante, dal mio natal sito). Il che vuol dire che, sebbene il desiderio sia sempre costante, le vicissitudini lo costringono a concedersi a donne che un po’ “somigliano” all’amata.

UNA LUNGA DIVAGAZIONE, UNA LUNGA SIMILITUDINE Questo sonetto è geniale soprattutto per la sua costruzione sintattica. Ciò che Petrarca vuol dire è semplice: la lontananza di Laura lo porta a cercare nel volto di altre donne l’immagine, il riflesso del volto dell’amata. Ma per arrivare a esprimere questo concetto parte da molto lontano, e per ben undici versi svolge un’idea che all’apparenza ha poco a che vedere con l’amore per una donna: il pellegrinaggio di un uomo anziano verso Roma, per contemplare l’immagine di Cristo impressa sulla Veronica. Il sonetto è formato dunque da un solo lunghissimo periodo, da una sola similitudine: come l’anziano pellegrino lascia la famiglia e va a piedi a Roma per osservare la copia di quel volto che spera di poter ritrovare in cielo, così il poeta cerca nella sembianza delle altre donne l’immagine della donna che ama.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Chi sono i personaggi e come interagiscono tra loro?

ANALIZZARE

2 La seconda quartina sottolinea lo sfinimento del protagonista: in che modo? 

3 Prova a cercare l’etimologia del termine desio/desiderio («seguendo ’l desio») e (disïata). Che differenza c’è, dal punto di vista linguistico, tra disio e desiderio (cerca sul dizionario la voce allotropo)?

4 Quale figura retorica si trova nella frase «Colui / ch’ancor lassù nel ciel vedere spera»? Il pellegrinaggio ha sempre avuto un doppio significato, materiale (il viaggio) e immateriale (la fede, l’avvicinamento a Dio): ti pare che nel sonetto e nell’espressione citata ci sia questa duplicità? A questo proposito puoi fare una ricerca sull’origine e sul significato dell’espressione cristiana itinerarium mentis ad Deum

5 Quali elementi dell’ultima terzina possono essere la spia di un tentativo di sintesi tra sacro e profano?

CONTESTUALIZZARE 

6 Come suggerito dalle note, «canuto e bianco» formano una dittologia sinonimica. Cercane altre nei testi del Petrarca.

7 Fai una ricerca sull’importanza dei pellegrinaggi nella vita dei cristiani del Medioevo. Il pellegrinaggio ai luoghi santi era un obbligo? Quali erano i luoghi santi?

INTERPRETARE

8 Qualche secolo dopo, Giacomo Leopardi (1798-1837) riprenderà questo sonetto petrarchesco in un suo celebre canto (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia):

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Metti in rilievo le analogie e le differenze tra i due testi.
 

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  1. Movesi: si move. In italiano antico, a inizio frase o verso, il pronome seguiva obbligatoriamente il verbo. 
  2. canuto e bianco: canuto significa già di per sé “dai capelli bianchi”; quando uno scrittore impiega per motivi stilistici due parole che hanno lo stesso significato, si parla di “dittologia sinonimica”.
  3. ov(e): dove.
  4. età: nel senso di “vita, esistenza”.
  5. ha ... fornita: ha trascorso.
  6. sbigottita: stupefatta.

     

    *Sbigottito

    Derivata forse dal provenzale esbair (“turbarsi”), è una parola che oggi si usa poco, quasi solo in frasi come «Sono rimasto sbigottito», «La cosa mi lascia sbigottito», nel senso di “allibito, senza parole”. Ma nella poesia antica è uno di quei termini che portano su di sé quasi un marchio di fabbrica, perché entra nella lirica italiana grazie agli stilnovisti, cioè a Dante, Cino da Pistoia e, soprattutto, Guido Cavalcanti. Dante la adopera tra l’altro in un testo che Petrarca senz’altro conosce, la canzone Tre donne intorno al cor mi son venute: «Ciascuna par dolente e sbigottita» (in rima con vita e s’aita, proprio come nel sonetto petrarchesco). Ma sbigottito è poi uno degli aggettivi più tipici di Cavalcanti, è cioè uno dei termini che servono a esprimere il dolore, lo smarrimento, l’angoscia, che sono motivi così caratteristici di questo poeta. In un suo sonetto, Cavalcanti invoca «parole adornate / di pianto, dolorose e sbigottite»; in un altro descrive la sua voce come «sbigottita e deboletta»; e la ballata Io non pensava si chiude con questa autodefinizione del poeta-amante: «un che si more sbigottitamente».

     


  7. venir manco: significa propriamente “venire meno”. Secondo Francesco De Sanctis, è «come se la casa dovesse restar sempre vota di lui, come se temessero di non vederlo più».
  8. indi: quindi.
  9. traendo: trascinando.
  10. antico fianco: il fianco indica tutto il corpo (sineddoche). Il senso è che l’anziano, il cui corpo è ormai stanco, riesce ad andare avanti con la sola forza di volontà.
  11. estreme: ultime; è un latinismo.
  12. aita: aiuta; la forma del verbo (aitare) è quella normale in italiano antico.
  13. rotto: disfatto.
  14. desio: desiderio.
  15. sembianza: aspetto.
  16. Colui: è Cristo.
  17. ch’ancor ... spera: che spera di vedere andando in Paradiso (lassù nel ciel).
  18. così: allo stesso modo.
  19. lasso: ahimè, esclamazione di dolore frequentissima nella lirica del Duecento e Trecento. 
  20. vo cercand’io: io cerco continuamente; il verbo andare seguito dal gerundio non indica di norma un movimento, ma la continuità dell’azione.
  21. in altrui: cioè in altre donne.
  22. disïata: desiderata, cioè quella che cerca anche nelle altre donne. 
  23. forma vera: «è coniato sulla etimologia di Veronica, [cioè] vera icon» (M. Santagata). L’uso di questa espressione (la Veronica era molto nota nel Medioevo) consente quindi a Petrarca di rinsaldare il parallelismo tra la ricerca del vecchierel e quella dell’amante, ma è anche un modo molto bello e poetico per definire l’immagine dell’unica donna amata davvero in opposizione a tutte le altre che sono solo delle “imitazioni”. Il ritmo di quest’ultimo verso spinge il lettore a soffermarsi su di esso. È come se tutti i versi precedenti fossero solo un’attesa di quest’ultimo.