Eugenio Montale

Ossi di seppia

Non chiederci la parola

L’unica risposta al male di vivere potrebbe consistere dunque – è l’ipotesi svolta in Spesso il male di vivere ho incontrato – in un’indifferenza divina, quindi inaccessibile all’essere umano. Si tratta cioè di una risposta negativa; ma anche il negativo può offrire delle certez­ze, da opporre alle false sicurezze dei poeti del passato. Non chiederci la parola, primo “osso breve” nell’ordine progressivo della serie, si basa proprio su questo paradosso : la retorica spinge i «poeti laureati» ad affermare valori indiscutibili e verità assolute, mentre il confron­to con una realtà aspra e contraddittoria induce il poeta degli Ossi di seppia ad affermare la sola verità relativa che un «animo informe» può onestamente dire di conoscere: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Affidandosi a questa rivendicazione artistica ed esi­stenziale, Montale prende la parola a nome di un’intera generazione, non di poeti soltanto ma di uomini: di qui l’uso della prima persona plurale.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato1
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco2
lo dichiari e risplenda3 come un croco4
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah5 l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola6
stampa sopra uno scalcinato muro7!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti8
9 qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto10 solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Metro: tre quartine con versi di differente lunghezza, tra cui alcuni endecasillabi e due alessandrini.

IL POETA, UNO “STRANIERO” NEL MONDO Si tratta di una delle poesie più celebri di Montale, proprio per la forza e la perentorietà con cui l’io afferma la sua differenza rispetto all’«uomo che se ne va sicuro», che non si pone i problemi esistenziali del poeta, che non si preoccupa di trovare il senso vero delle cose. Il tono assertivo, quasi solenne degli ul­timi due versi ha creato attorno a questo componimento una sorta di aura, anche oltre le originarie intenzioni dell’autore: non sono mancate infatti, negli anni del fascismo, interpretazioni che hanno visto in Non chiederci la parola una sorta di manifesto contro il passivo consenso al regime, e insomma una presa di posizione politica. In realtà, un intento così espli­cito era lontano dai propositi di Montale; il tema dell’estra­neità, della differenza rispetto alla massa degli uomini inte­grati nella società va piuttosto ricondotto a una problematica diffusa nella letteratura europea del primo Novecento (che riguarda ad esempio, in Italia, le opere di autori come Sve­vo e Pirandello): quella dell’uomo, e soprattutto dell’artista, “straniero” nel mondo in cui si trova a vivere. La riflessione di Montale è insomma esistenziale, non politica.

UN TESTO ASSERTIVO Non chiederci la parola è uno degli “ossi brevi” in cui la varietà nella misura dei versi è più spiccata. Più consueto, e molto compatto, è invece lo schema delle rime: ABBA, CDDC (con la rima ipermetra amico / cani- cola), EFEF. Ed è proprio la regolarità delle rime, il loro suono ribattuto, a rendere più perentorie le affermazioni che il poeta fa in questo testo tutto assertivo, tanto in positivo («Codesto solo oggi possiamo dirti») quanto in negativo («Non chiederci la parola»). La stessa attenzione per la tessitura fonica si nota nelle allitterazioni «Cura Che La CaniCoLa» e «STAmpa Sopra uno SCAlcinato», e negli aggettivi «storta» e «secca», che si adattano perfettamente al ramo contorto e inaridito della similitudine.

PARTECIPAZIONE ED ESTRANIAMENTO L’ambigui­tà tra partecipazione alla vita di tutti e volontà di estraniar­si da essa è espressa in maniera molto efficace in un passo da Intervista immaginaria:

L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo. Significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio [...]. Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva che essere quella disarmonia [...]. Pensai presto, e ancora penso, che l’arte sia la forma di vita di chi veramente non vive [...]. Ciò peraltro non giustifica alcuna deliberata turris eburnea1: un poeta non deve rinunciare alla vita. È la vita che si incarica di sfuggirgli.

1. turris eburnea: torre d’avorio (latino).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Quale implicita dichiarazione di poetica è contenuta in questa poesia?

2 Nella seconda strofa al poeta si contrappone un particolare tipo di uomo: quali sono le sue caratteristiche?

ANALIZZARE

3 Considera il verbo “squadrare” e confrontalo con l’espressione «animo nostro informe»: spiega questa antitesi.

4 Quale similitudine trovi nella prima strofa? Riassumila e analizzane il senso.

5 Il poeta può solo esprimersi con qualche sillaba. Analizza la funzione e la posizione degli aggettivi e la similitudine dei versi Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Quale effetto hanno?

CONTESTUALIZZARE

6 Con un saggio breve o una relazione rifletti sulla diversa concezione del poeta e della poesia in Ossi di seppia e nell’Allegria di Ungaretti.

INTERPRETARE

7 Quale significato ha la metafora dell’ombra nella seconda strofa? Mettila in relazione alla poetica, all’idea di poesia e di uomo che ha Montale.

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  1. la parola ... lato: la parola che “squadra da ogni lato” è, per metafora, quella che esprime una certezza salda, che bandisce ogni dubbio: squadrata, appunto, come la parete di un edificio. In senso stilistico, l’espressione potrebbe anche alludere po­lemicamente alla versificazione regolare e allo stile “pulito” dei poeti tradizionali, dai quali gli autori della generazione di Montale devono prendere le distanze, usando una metrica irregolare (come in particola­ re quella di questo “osso”) e un lessico che – rinunciando all’eloquenza – sappia ade­rire meglio a una realtà ostile e dolorosa.
  2. di fuoco: marchiate a fuoco, cioè inde­lebili.
  3. lo dichiari e risplenda: lo renda chia­ro, limpido, e lo faccia risplendere.
  4. croco: la pianta dello zafferano (qui evocata per i colori vivaci del suo fiore o dell’estratto giallo­-rossastro che se ne ricava).
  5. Ah: l’esclamazione scandisce l’inizio di un periodo dalla strut­tura nominale, che coincide in­teramente con la seconda strofa della poesia.
  6. canicola: la parola significa “caldo asfissiante, afa” (un clima, una giornata canicolare). Perché? Che cosa c’entrano i cani (anzi il cagnolino, perché questo significa in latino canicula)? C’entrano, perché i giorni più caldi dell’anno sono precisamente quelli in cui il sole si trova nella costellazione detta del Cane, tra la fine di luglio e la fine di agosto. Dies caniculares, li chiamavano gli antichi romani; dog days, li chiamano oggi gli anglosassoni (Dog Days Are Over, si intitola una canzone di Florence and the Machine); Hundstage, in tedesco.
  7. e l’ombra ... muro: non si preoccupa dell’ombra che il sole di mezzogiorno proietta su un muro scalcinato. La frase definisce l’atteggiamento dell’uomo che, a differenza del poeta, non si pone domande sul senso della propria esistenza.
  8. formula ... aprirti: la formula magica che possa dare accesso a una splendida realtà.
  9. sì: bensì (ovvero: domandaci invece).
  10. Codesto: è un toscanismo, oggi scomparso dall’italiano stan­dard, in cui si adopera soltanto “questo”. Montale usa questo termine proprio in virtù della sua patina letteraria, che conferisce all’affermazione conclusiva una solennità ancora maggiore.