Michelangelo Buonarroti

Rime

Non ha l’ottimo artista alcun concetto

Purtroppo Michelangelo non ha lasciato alcuno scritto espressamente dedicato alla sua teoria artistica. Tuttavia, alcune idee guida si possono ricavare dai suoi versi. Per esempio, nel sonetto seguente, Michelangelo fa un paragone tra la sua concezione della scultura e il legame infelice con la donna amata. 

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto1.

Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva2,
tal si nasconde3; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto4.

Amor5 dunque non ha, né tua beltate,
o durezza o fortuna o gran disdegno, 
del mio mal colpa6, o mio destino o sorte;

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte7.

 

Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDE CDE.

DUE COMMENTI PREZIOSI: VASARI E VARCHI Possiamo spiegare la prima quartina servendoci di due citazioni. La prima è di un pittore e storico dell’arte, allievo e seguace di Michelangelo, Giorgio Vasari (1511-1574), le cui Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori sono uno dei libri più importanti per la storia dell’arte moderna: 

La scultura è un’arte che, levando il superfluo dalla materia suggetta [cioè dalla pietra], la riduce a quella forma di corpo che nella idea dello artefice è disegnata.

La seconda è di Benedetto Varchi, un letterato fiorentino, che nel 1549 tenne una pubblica lezione su questo sonetto: 

Se uno scultore avesse un marmo, certa cosa è che in quel marmo sono in potenza, cioè si possono cavare di lui, tutte le figure che si possono immaginare, come un uomo, un cavallo, un lione [...]. Ora se uno scultore lavorando questo marmo, e facendone [una statua di] Mercurio, non sapesse condurlo a quella perfezione, la quale egli s’era immaginata, o che un altro maestro migliore di lui si sarebbe immaginato, a chi si deve dare la colpa di questo fatto: al marmo, o allo scultore? Al marmo certamente no, perché in lui erano in potenza così le belle fattezze che [gli si] dovevano dare, come le non belle che gli sono state date. Dunque il difetto sarà del maestro, il quale non avrà saputo sprimere [esprimere] con lo scarpello quello che egli s’era immaginato coll’ingegno; anzi non ubbidendo le mani alla fantasia, avrà fatto tutto il contrario di quello che s’era proposto e pensato di dover fare. Così né più, né meno, dice il nostro poeta, avviene nell’amore. 

Varchi utilizza termini aristotelici: il blocco di marmo è una pura potenza, perché ha in sé infinite forme. La mano dell’artista estrae da queste infinite forme quell’una che è nella sua mente: la potenza diventa così atto. 

LA DONNA-MARMO Nel sonetto che abbiamo letto, la donna è come un blocco di marmo: nasconde in sé sia un’inclinazione favorevole («(i)l ben ch’io mi prometto») sia un’inclinazione sfavorevole («Il mal ch’io fuggo») verso il poeta, e dunque può essere fonte tanto di gioia e beatitudine quanto di angoscia e sofferenza. Michelangelo ripete questo concetto: la donna ha in sé sia la morte, cioè la capacità di far morire il poeta rifiutandone l’amore, sia la pietate verso l’amore del poeta. Il basso ingegno del poeta, cioè la sua scarsa capacità intellettuale, fa sì che egli “estragga” da lei solo la morte. Ciò che il poeta riesce a ottenere dalla donna è contrario alle sue intenzioni, ma la responsabilità di questo fallimento, la colpa, non va cercata in altri che nel poeta stesso. Banalizzando il concetto si potrebbe direche la donna è capace del sentimento d’amore, ma il poeta non riesce ad avere quelle caratteristiche che lo renderebbero degno di tale affetto.

UN PARAGONE FORZATO A una lettura più attenta, il paragone michelangiolesco tra il blocco di marmo e la donna si rivela quanto meno impreciso. La realizzazione scadente di una scultura è determinata soltanto da una mano che non «ubbidisce all’intelletto». Il blocco di marmo è completamente malleabile, cioè passivo. Al contrario, l’animo di una donna ha in sé inclinazioni, preferenze, gusti su cui il poeta non può agire. Nel Paradiso, Dante scrive che «forma non s’accorda / molte fïate a l’intenzion de l’arte, / perch’a risponder la materia è sorda» (Paradiso I), ovvero: il risultato artistico è spesso imperfetto perché il materiale manipolato dall’artista (sia esso la pietra, la tempera, il legno, o le parole) non corrisponde adeguatamente alle intenzioni dell’artista stesso. Qui Michelangelo sembra sostenere il contrario: non è la materia a essere colpevole ma l’artista, che per incapacità non riesce a realizzare le sue intenzioni.

IL PETRARCHISMO DI UN VIRTUOSO  Il sonetto è formato da tre periodi: uno in ciascuna quartina e uno nelle terzine. Ciò indica che la sintassi è ampia e piuttosto complessa. Iperbati e anastrofi sono frequenti: il soggetto (artista) è posposto al verbo (ha); la costruzione diretta della frase (soggetto-verbo-complemento) è invertita in complemento-verbo-soggetto. Anche nella seconda quartina e nella prima terzina i complementi (in te, morte e pietate) sono anticipati rispetto ai verbi (si nascondeporti). Nelle due terzine, come abbiamo rilevato nelle note, le due componenti del periodo ipotetico sono invertite rispetto al loro ordine naturale, che prevede prima protasi e poi apodosi.Tanto la densità dei concetti (cioè sia la loro profondità sia la loro abbondanza) quanto la difficoltà formale sono caratteristiche della poesia di Michelangelo. In alcuni testi, tuttavia, queste caratteristiche sono portate all’eccesso, così da rendere i testi stessi, o almeno parte di essi, poco comprensibili. È decisamente il caso del sonetto Non ha l’ottimo artista.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 I tratti più incisivi dell’autoritratto sono nella parte iniziale e nella parte finale del sonetto. Quale immagine dà di sé Michelangelo? 

2 Indica gli elementi che, sul piano della forma, avvicinano il testo di Michelangelo al modello petrarchesco. 

3 Quale figura retorica della sintassi è presente nella prima terzina? 

4 Il testo è costruito in modo circolare. Da che cosa è determinata questa circolarità, sul piano della forma? Spiegane il valore sul piano semantico: Michelangelo ribadisce il concetto iniziale oppure lo “corregge”? 

INTERPRETARE

5 La personificazione di Amore, che compare anche in questo sonetto, è un topos della lirica d’amore. Scrivi un dialogo tra Cavalcanti, Dante e Michelangelo in cui ciascuno dei tre artisti, attingendo alle idee espresse nelle proprie opere (per esempio, per Dante il capitolo III della Vita nova, per Cavalcanti i sonetti Chi è questa che ven o Voi che per li occhi, argomenta la propria idea di Amore. 

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  1. Non ... intelletto: lo scultore eccellente non ha in testa alcun progetto (concetto) che un semplice blocco di marmo già non contenga in se stesso («in sé non circonscriva»), circondato da materia in eccesso (superchio); solo la mano che segue il progetto mentale giunge a realizzarlo; in un blocco di pietra grezza, secondo Michelangelo, sono contenute tutte le idee possibili: l’artista ha il compito di togliere il marmo superchio, (“superfluo”), per realizzare la statua che ha concepito nella sua mente.
  2. altera e diva: nobile e divina; diva è un latinismo. 
  3. tal si nasconde: si nascondono in te; come il progetto è nascosto nel blocco di marmo.
  4. e ... effetto: ma non riesco a piegare l’arte al disegno che ho immaginato, con l’effetto che non posso più vivere.
  5. Amore ... morte: la sintassi è complessa. Siamo di fronte a un periodo ipotetico. La protasi (cioè la frase con il se) è posposta all’apodosi ed è formata da due coordinate: la prima è «se ... porti», la seconda è «e che ... non sappia». Semplificando un po’, possiamo dire che il che ha il valore di se. Ricostruiamo la sintassi, trasformando i due congiuntivi porti e sappia all’indicativo: “se tu porti nel tuo cuore sia morte sia pietà e se il mio ingegno non sa trarne altro che morte, non hanno colpa né Amore né la tua bellezza ecc.”.
  6. non ... colpa: né Amore né la tua bellezza né la tua ritrosia né la fortuna né la (tua) nobile noncuranza (verso di me) né il mio destino né la mia sorte hanno colpa della mia sofferenza; fortuna, destino e sorte sono sostanzialmente sinonimi, così come durezza e disdegno.
  7. porti ... tempo: nello stesso tempo provi due sentimenti contrastanti; e cioè il desiderio di farmi morire, rifiutando il mio amore, e la compassione verso di me.
  8. non ... morte: il poeta si rimprovera perché riesce a estrarre dal cuore (trarne) dell’essere amato soltanto uno dei due sentimenti contrastanti, e cioè la morte.