Giovanni Della Casa

Rime

O dolce selva solitaria, amica

Come il sonetto dedicato al Sonno, anche questo sonetto si apre con l’invocazione a un’entità astratta, da cui non si attende risposta: si tratta della selva del Montello, avvolta nella cappa gelida dell’inverno veneto. Il poeta individua profonde analogie esistenziali tra se stesso e la selva.

   



    O dolce selva solitaria, amica
    de’ miei pensieri sbigottiti1 e stanchi,
    mentre Borea2 ne’ dì torbidi e manchi
4   d’orrido3 giel l’aere e la terra implica,



    e la tua verde chioma ombrosa4, antica
    come la mia, par d’ognintorno imbianchi,
    or che ’n vece5 di fior vermigli e bianchi
8   ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica6,



    a questa breve e nubilosa luce7
    vo ripensando, che m’avanza8, e ghiaccio
11   gli spirti anch’io sento e le membra farsi9;



    ma più di te dentro e d’intorno10 agghiaccio,
    ché più crudo Euro a me mio verno adduce11,
14   più lunga notte, e dì più freddi e scarsi12.







Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDE DCE.

UN GELIDO PANORAMA, UN'ANIMA STANCA  Quando l’inverno ammanta di gelo la terra e il cielo, la selva, alla quale Della Casa è solito confidare la propria delusione e la propria stanchezza, non è più verde: le chiome degli alberi si imbiancano e i prati sono coperti non più di fiori, ma di neve e ghiaccio. Di fronte a questo spettacolo, il poeta pensa alla breve vita che gli resta e un senso di terrore lo invade. Il ghiaccio della paura è più freddo di quello che ricopre gli alberi: la vecchiaia è formata da giorni brevi e si risolve nella lunga notte della morte.

UN PARALLELO  Il testo si gioca sul paragone tra l’inverno atmosferico, che muta l’aspetto della selva, e l’inverno esistenziale, che modifica il corpo e l’animo del poeta. Le quartine sono dedicate alla descrizione della selva; le terzine a quella del poeta e alle conseguenti riflessioni sull’esistenza. Alcuni elementi, collegando le due parti, danno evidenza al paragone ed evitano una giustapposizione (cioè un semplice accostamento) tra quartine e terzine. Da un lato, il poeta si insinua nella seconda quartina («la tua [...] chioma [...] antica / come la mia») in modo che venga subito in primo piano il problema del tempo trascorso: il poeta si sente vecchio come la secolare selva del Montello. Dall’altro, la selva riemerge nella seconda terzina («più di te agghiaccio», v. 12), così da evidenziare che la condizione del poeta è più difficile di quella della selva.
Gli elementi che legano insieme le due parti del sonetto e i due termini del confronto sono molto precisi:

Quartine (selva)                             Terzine (poeta)

«Borea» (v. 3)                                     «Euro» (v. 13)

«torbidi e manchi dì» (v. 3)                «breve nubilosa luce» (v. 9); «dì più freddi e scarsi» (v. 14)

«ghiaccio» (v. 8)                                 «ghiaccio» (v. 10) e «agghiaccio» (v. 12)

UN INVERNO SENZA SPERANZA DI PRIMAVERA  Il sonetto è dominato dal freddo («Borea», «giel», «imbianchi», «neve e ghiaccio», «ghiaccio», «agghiaccio», «crudo Euro», «verno», «freddi») e dalla mancanza di luce («torbidi e manchi», «ombrosa», «nubilosa luce», «dì [...] scarsi»).
Come l’inverno gela le piante e imbianca gli alberi, così la vecchiaia irrigidisce le membra, incanutisce i capelli, raffredda lo spirito (lo deprime, diremmo noi). Ma il paragone tra inverno e vecchiaia non è un paragone tra pari. La condizione esistenziale di Della Casa è di gran lunga peggiore di quella della selva: «più crudo Euro», «più lunga notte», «dì più freddi e scarsi» caratterizzano il poeta. Perché? Il poeta non lo dice, ma è facile spiegarlo. La natura rinasce dopo ogni inverno in una nuova primavera, mentre ciò che aspetta il poeta è la notte fredda e senza luce della morte. Della Casa aveva di certo in mente alcuni versi del poeta latino Catullo (84-54 a.C.): «soles occidere et redire possunt; / nobis, cum semel occidit brevis lux, / nox est perpetua una dormienda» (“i giorni possono tramontare e rinascere; noi uomini, dopo che la luce breve è tramontata, dobbiamo dormire una notte perpetua”). Non filtra alcuna speranza in un oltrevita, in una resurrezione dell’anima e del corpo. È un sonetto senza amore e senza Dio.

LA SINTASSI A GOMITOLO  Il sonetto si compone di un unico periodo sintattico. È una soluzione rara e difficile che indica la ricerca di uno stile alto, solenne. Il verbo principale «vo ripensando» si fa attendere fino al v. 10. Le quartine sono occupate dall’allocuzione «O dolce selva» e dai suoi sviluppi sintattici: l’apposizione amica (vv. 1-2); due subordinate di primo grado temporali («mentre ... implica» e la coordinata «e... par... imbianchi», vv. 3-6); una subordinata di secondo grado temporale («or che... ha», vv. 7-8). La principale «vo ripensando» si espande con una coordinata copulativa «e... sento» e una avversativa «ma... agghiaccio», dalla quale dipende una subordinata causale «ché... adduce». Bisogna dipanare la matassa sintattica sia per rendersi conto di come è costruito il sonetto sia per apprezzare in che modo le difficoltà connesse a un periodo così ampio siano ben gestite dal poeta.

SONORITÀ ASPRE, ECCETTO NELL'INCIPIT  L’altro elemento formale che balza agli occhi sono le rime: -ica, -anchi, -uce, -arsi, -accio. Sono rime aspre, con l’eccezione di -ica e di -uce. L’intero sonetto è intessuto di suoni consonantici: Della Casa utilizza questo mezzo fonico per esprimere, per rafforzare attraverso la forma il contenuto doloroso, amaro del testo. È curioso notare come proprio il verso incipitario sia del tutto privo di suoni aspri e dunque abbia un’armonia anomala rispetto al resto del sonetto, il che fa sì che non ci accorgiamo subito dello stile petroso del sonetto. Se vogliamo trovare una spiegazione (e non è detto sia necessario trovarla), possiamo pensare che la selva, a cui il primo verso è dedicato, sia l’unica oasi di dolcezza nella vita del poeta.

LA STRUTTURA  Prevalgono nel testo quelle che un grande studioso spagnolo, Dámaso Alonso, ha chiamato «pluralità bimembri»: «dolce ... solitaria», «sbigottiti e stanchi», «torbidi e manchi», «l’aere e la terra», «verde... ombrosa» (a rigore c’è un terzo aggettivo tua), «vermigli e bianchi», «neve e ghiaccio», «breve e nubilosa» (a rigore c’è un terzo aggettivo questa), «gli spirti ... e le membra», «dentro e d’intorno». Il ritmo binario che così si crea è un ritmo lento, cadenzato, solenne. In questo contesto, spicca la decisione di chiudere il sonetto su una tripletta di elementi (Euro, notte, ): la rottura del ritmo binario li mette in evidenza, tanto più che quel ritmo è subito recuperato dalla coppia di aggettivi («freddi e scarsi») che chiudono l’ultimo verso.

Esercizio:

ANALIZZARE


1. Considera le parole-rima delle due quartine. Quali rilievi si possono fare sul piano semantico e stilistico?



2. Considera la sintassi del testo e rifletti in particolare sulla struttura delle due terzine. Da quale figura retorica è caratterizzata?



CONTESTUALIZZARE


3. Il sonetto offre interessanti spunti di riflessione storica. Il Bosco del Montello, chiamato anche Bosco dei Dogi, fu una risorsa strategica per la Repubblica di Venezia. a Cerca su una mappa o su Google Earth la posizione del Montello. b



INTERPRETARE


4. Un efficace contrasto cromatico impreziosisce la seconda quartina. Prova a riflettere sul significato di questo “tocco di colore”, confrontando la quartina con un testo latino molto famoso, l’ode I, 9 di Orazio Vides ut alta stet.



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  1. sbigottiti: sconcertati; sgomenti.
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  3. Borea: la Tramontana, vento freddo che soffia da nord; torbidi e manchi: brumosi e brevi; perché mancanti (manchi ) di luce.
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  5. orrido: nel senso latino di “irto, duro”; implica: ricopre; è un altro latinismo; l’accento cade sulla seconda -i- : questo spostamento di accento, determinato da motivi metrici, si chiama “diastole” ed è frequentissimo per alcune parole (per esempio oceàno ).
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  7. ombrosa: che getta un’ombra ampia sul terreno.
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  9. ’n vece: al posto.
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  11. piaggia aprica: prato assolato; aprica è latinismo.
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  13. breve ... luce: si veda Canzoniere 28, 49 «giorni nubilosi e brevi» e il Trionfo del tempo 61-62 «Che più di un giorno è la vita mortale / nubil’ e breve e freddo e pien di noia?».
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  15. m’avanza: mi resta da vivere.
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  17. ghiaccio ... farsi: il verso richiama il petrarchesco «tutto dentro e di for sento cangiarme / e ghiaccio farme» (Canzoniere , 135, 59-60).
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  19. dentro e d’intorno: nella mia anima e nel mio corpo.
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  21. più ... adduce: il mio inverno (cioè la mia vecchiaia) mi conduce a un vento più aspro; l’Euro è un vento dell’est.
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  23. scarsi: di luce, cioè “bui”.
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