John Keats

Poesie

Ode su un’urna greca: la verità e la bellezza

Nel 1817, l’anno della pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, Keats ebbe modo di ammirare i fregi marmorei del Partenone che lord Thomas Elgin aveva appena trasportato a Londra. Ne ricavò un’impressione profonda e quell’esperienza gli ispirò una poesia celebre, On seeing the Elgin Marbles (“Guardando i marmi di Elgin”). Di argomento simile – le riflessioni suscitate da un’opera d’arte classica – è la più famosa Ode on a Grecian Urn, che risale al maggio del 1819. Il titolo è di solito tradotto letteralmente Ode su un’urna greca: in realtà, si tratta di un vaso, cioè di un contenitore di uso domestico, e non funebre come la parola urna potrebbe suggerire.
Il testo deve la sua notorietà principalmente a due fattori. Il primo è il suo soggetto: quasi tutti abbiamo visto in un museo un vaso attico di duemila anni fa, e ne abbiamo potuto apprezzare la felicità delle forme, dei fregi ornamentali, delle proporzioni. È un oggetto che ci lascia stupiti per la sua antichità: potrebbe essere stato usato da Sofocle o da Platone; esisteva prima di Virgilio, prima di Shakespeare… Il secondo fattore è il magnifico aforisma finale: «Beauty is truth, truth beauty». Semplice da tradurre, costruito in modo retoricamente facile ed efficace, esso mette in relazione due concetti astratti (bellezza e verità) di capitale importanza in ogni discorso estetico. Inoltre, la sua formulazione ambigua e la sua sostanziale indeterminatezza ne aumentano il fascino e la citabilità in contesti più o meno appropriati (la stessa sorte è toccata a un altro verso celeberrimo di Keats, l’ incipit del poema Endymion ‒ «A thing of beauty is a joy forever», “un bell’oggetto è una gioia perenne”, che è talmente diffuso nella cultura anglosassone da essere citato nel film Mary Poppins).

Tu, ancora inviolata sposa della quiete1,
tu, figlia adottiva del silenzio e del tempo lento2,
narratrice silvana3, che sai raccontare
una storia preziosa con più dolcezza dei miei versi,
quale mito vive, ornato di foglie, nella tua forma?
Sono divinità o mortali, o entrambi,
a Tempe4 o nelle valli dell’Arcadia5?
Quali uomini sono o quali dèi? quali fanciulle ritrose?
Che folle inseguimento? che lotta per fuggire?
Che flauti e cembali? Che estasi selvaggia6

Le melodie udite sono dolci, ma quelle non udite
ancor più dolci; e quindi, flauti lievi, suonate ancora;
non per l’udito, ma per lo spirito modulate canzoni
senza suono, ancora più amabili:
bel giovane, sotto quegli alberi, tu non potrai terminare
il tuo canto, né quegli alberi saranno mai spogli;
coraggioso amante, non potrai mai dare quel bacio
anche se ci sei così vicino; ma non lamentarti:
lei non scomparirà, anche se tu non otterrai il tuo godimento7,
e per sempre tu l’amerai, e lei sarà bella.

Oh fortunati, rami fortunati! Non saranno mai sparse
le vostre foglie, e non diranno mai addio alla primavera;
e fortunato anche te, musicista mai stanco,
che per sempre suonerai canti per sempre nuovi;
ma più fortunato, più fortunato sei tu, amore fortunato,
per sempre caldo e ancora da godere,
per sempre ansimante, per sempre giovane8.
molto più alto di ogni reale passione umana9,
che lascia il cuore addolorato e sazio,
la fronte in fiamme e la lingua secca.

Chi sono costoro che vengono verso il rito sacrificale?
Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,
conduci la giovenca che mugge verso il cielo,
con i fianchi morbidi adorni di vesti a ghirlande?
E quale paese sul fiume o sulla riva del mare,
o costruito fra le montagne con un’acropoli pacifica,
ha mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?
E le tue strade, o paese, saranno per sempre
silenziose; e nessuna anima tornerà
a raccontarci perché sei vuoto.

Oh forma attica! Pose leggiadre10! con una decorazione
di uomini e fanciulle nel marmo,
coi rami della foresta e le erbe calpestate,
tu, forma silenziosa, tormenti i nostri pensieri
come fa l’eternità: fredda pastorale11!
Quando la vecchiaia avrà devastato questa generazione,
tu ancora sarai qui, eterna, tra i dolori di altri
non più i nostri, amica all’uomo, cui dirai
«Bellezza è verità, verità bellezza», ‒ questo solo
sulla terra sapete, ed è quanto basta.


Metro: ode composta da cinque stanze di dieci versi ciascuna (versi che nell’originale inglese hanno dieci sillabe).

LA STRUTTURA DEL TESTO In apertura, Keats si rivolge direttamente al vaso mettendone in luce due caratteristiche: la silenziosità e la durata nel tempo. Entrambe saranno oggetto di riflessione nel corso del testo. L’attenzione del poeta è attirata dalle scene raffigurate sulla superficie bombata del vaso. Verosimilmente, le scene sono due, una per lato, anche se qualcuno suppone siano tre (l’incertezza dei commentatori su un dato così rilevante dimostra come non siamo di fronte a una vera e propria ekfrasis, cioè alla meticolosa descrizione in versi di un’opera d’arte così frequente nella poesia classica e classicista). Alla prima scena sono dedicate due strofe e mezza; alla seconda la quarta strofa. La quinta è ultima strofa raccoglie i fili delle riflessioni disseminate nel resto del componimento, e culmina con il celebre aforisma a cui si è accennato nella premessa.
La prima scena è ambientata in mezzo alla natura: “in una valle dell’Arcadia? a Tempe?” si chiede il poeta. Tra gli alberi, è raffigurato un suonatore di flauto e probabilmente uno di cembali; poco distante, un giovane cerca di baciare una fanciulla che fugge. Il poeta non è interessato ad accertare, attraverso un’indagine filologica, l’identità dei personaggi: forse sono divinità, forse uomini, forse sulla scena sono presenti entrambi.
La seconda strofa articola due concetti fondamentali. Il primo, che non verrà più ripreso in modo esplicito, è questo: il poeta immagina i suoni che si spandevano in quella valle greca, e conclude che le melodie vagheggiate con la mente sono più dolci delle melodie che si possono ascoltare con l’udito. La vita presente, la vita che accade, infatti, è sempre meno affascinante della vita passata per come se la figura la fantasia dei poeti. Forzando un poco la lettera del testo, si potrebbe dire: ciò che si immagina è sempre superiore a ciò che è reale.

AL DI FUORI DEL FLUSSO DEL TEMPO Il secondo concetto si sviluppa poi nelle due strofe successive. I personaggi sono disegnati in una posa dalla quale non potranno mai liberarsi: per loro non esiste un prima e non esiste un dopo. Saranno per sempre come sono in questo momento: il ragazzo sarà eternamente innamorato, ma non riuscirà mai a baciare la fanciulla in fuga, che rimarrà per sempre giovane. Gli uomini e le cose ritratti sul vaso sono sottratti al fluire del tempo. Ma non solo: l’amore del giovane è un amore più alto («far above») rispetto a quello umano, perché non è guastato da quella sorta di febbre («la fronte in fiamme e la lingua secca») che la passione porta con sé.
La seconda scena che Keats descrive è una processione religiosa (quarta strofa): un sacerdote conduce una mucca all’altare per compiere il rito sacrificale; accanto, uomini e donne seguono il sacerdote. “Da quale villaggio vengono queste persone? a quale altare vanno?” si chiede il poeta. È la seconda serie di domande, ma anche questa è destinata a rimanere inevasa: nessuna di quelle persone tornerà in vita per rispondere. Il vaso resta muto.
Se gli ultimi versi della quarta strofa riprendono la prima parte del verso («figlia adottiva del silenzio»), la quinta strofa ne sviluppa la seconda parte: «figlia adottiva […] del tempo lento». I secoli che il vaso ha attraversato, se cerchiamo di immaginarli, ci sconvolgono la mente come quando proviamo a fissare il concetto di eternità: di fronte a essa il cuore dell’uomo si spaura, direbbe Leopardi. Il vaso sopravviverà al poeta e alla sua generazione: vedrà le sofferenza di altri uomini e a loro continuerà a predicare l’identità fra verità e bellezza («Beauty is truth, truth beauty»).

UN PROBLEMA DI INTERPRETAZIONE Gli ultimi due versi hanno creato incertezze in tutti i commentatori, perché non è chiaro quali e quante siano esattamente le parole pronunciate dal vaso. Vediamo le varie possibilità. (1) L’interpretazione più immediata e diffusa è che le parole del vaso comprendano interamente i due ultimi versi: “bellezza è verità, e viceversa: voi uomini lo sapete ed è la sola conoscenza che vi è necessaria”. (2) Qualcuno suppone, invece, che al vaso sia da attribuire soltanto la prima parte del v. 49. Le altre parole ‒ «questo solo / sulla terra sapete, ed è quanto basta» ‒ sarebbero pronunciate dal poeta, e indirizzate secondo alcuni (2a) al vaso (a cui però ci si è appena rivolti con il tu, «thou»: non si capisce perché ora si passerebbe al voi, «ye»); oppure, secondo altri, (2b) alle figure dipinte sul vaso, ed è ipotesi più difendibile. Secondo queste due ultime interpretazioni (2a e 2b), l’identità di bellezza e verità sarebbe la sapienza ultima ed essenziale che l’arte antica ci tramanda. (3) Infine, qualcuno propone che le parole «questo solo / sulla terra sapete, ed è quanto basta» siano rivolte dal poeta ai lettori: il che parrebbe davvero strano, visto che i lettori non sono presenti in alcun altro passo del testo. Tuttavia, che vadano attribuite al vaso che si rivolge agli uomini tutti (ipotesi 1) o al poeta che parla ai lettori (ipotesi 3), il significato delle parole è analogo.

LA RICERCA DELLA POLISEMIA L’ambiguità dei versi finali, che può lasciare insoddisfatti, sarebbe stata considerata da Keats non un difetto, ma un pregio. Infatti, in una lettera del 1817 egli racconta che, dopo una discussione letteraria avuta con un amico, improvvisamente ha capito la qualità che serve per essere un letterato di successo, la Negative Capability:

la Capacità Negativa, che è quando un uomo è capace di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione – Coleridge, per esempio, si sarebbe fatto sfuggire una bella similitudine isolata, colta nei Penetrali del Mistero, perché incapace di rimanere appagato di una mezza conoscenza.

Secondo Keats, che più avanti cita l’esempio di Shakespeare, il grande scrittore deve essere capace di creare molteplici significati con le sue parole, senza avere l’ansia di definire con esattezza il suo pensiero. Deve sapersi accontentare di intuizioni magari confuse, e tuttavia profonde, rivelatrici, senza cercare di renderle chiare e univoche attraverso il ragionamento.

ALTRI ESEMPI DI AMBIGUITÀ In effetti, gli ultimi versi non sono l’unico punto ambiguo del testo. Un altro esempio. La Grecian Urn è definita «narratrice silvana»: una narrazione implica delle azioni che si sviluppano nel tempo. Tuttavia, Keats celebra proprio l’assenza di tempo e di sviluppo nelle storie che sono incise sul vaso.
Ancora un esempio di ambiguità. Keats afferma che l’amore del giovane greco è superiore a ogni passione umana. Per quale motivo? Non tanto perché il sentimento umano si logora con il tempo mentre quello raffigurato sul vaso è eterno – questa ragione è lasciata in secondo piano – quanto perché è un amore privo delle manifestazioni dolorose che sono caratteristiche dell’amore umano: il cuore a pezzi, la fronte che brucia, la lingua secca. Nonostante l’assenza di calore vitale, di passione e di coinvolgimento sentimentale, Keats apprezza la «fredda pastorale». Il che può sembrare un paradosso se si considera che, nei suoi versi, Keats non pratica affatto il controllo delle emozioni e dei sentimenti: «Io chiedo la tua compassione, e pietà, e amore! sì amore! / un amore compassionevole, che non sia un supplizio di Tantalo, / un amore costante, senza divagazioni, onesto, / senza maschere, e, visto che lo si guarda apertamente, senza macchia! / Oh! lascia che io ti abbia intera, tutta, tutta, sii mia» (To Fanny).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 La poesia comincia con un’apostrofe: a chi o a cosa si rivolge il poeta?

2 Quali scene sono raffigurate sulla superficie del vaso?

3 Riassumi il testo indicandone i principali nuclei concettuali.

ANALIZZARE

4 Al verso Oh forma attica! Pose leggiadre! con una decorazione «attica» sta per «greca»: di quale figura retorica si tratta?

5 Spiega il significato dell’epiteto «narratrice silvana».

6 Come sono costruiti sintatticamente i versi quale mito vive, ornato di foglie, nella tua forma? / Sono divinità o mortali, o entrambi, / a Tempe o nelle valli dell’Arcadia? / Quali uomini sono o quali dèi? quali fanciulle ritrose? / Che folle inseguimento? che lotta per fuggire? Che flauti e cembali? Che estasi selvaggia? Quale effetto vuole produrre il poeta?

CONTESTUALIZZARE

7 Nella seconda strofa Keats oppone due mondi e due dimensioni, anche temporali. Prova a individuarle e a spiegare cosa intende suggerire.

8 «Bellezza è verità, verità bellezza»: cosa vuole dire Keats formulando questa specie di equazione? Anche se il poeta ha lasciato intendere che non tutto è spiegabile con la ragione (leggiamo «Tu, forma silenziosa, tormenti i nostri pensieri / come fa l’eternità»), prova a spiegare il significato di questa massima.

INTERPRETARE

9 Alcuni critici hanno avvicinato questa poesia all’estetica neoclassica, perché esalta l’armonia, l’equilibrio, la continuità tra il mondo antico e il presente. È vero anche, però, che Keats parla di wild ecstasy, “estasi selvaggia”, e che alcuni versi del testo sono attraversati da una vena di irrequietezza che sembra rispecchiare la sensibilità romantica. Qual è il tuo giudizio in merito? Rispondi in un breve testo scritto, con opportuni riferimenti all’ode.

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  1. inviolata … quiete: il vaso è intatto: nessuno ha turbato la sua millenaria tranquillità. Non ha importanza se sia un vaso realmente osservato o sia stato ricreato dalla fantasia del poeta sulla base di altri vasi.
  2. figlia … lento: come un bambino impara dai suoi genitori adottivi, così il vaso ha assunto alcune sue qualità dal silenzio e dal tempo lento della storia (non da quello rapido della cronaca). Invece, quando è stato creato, il vaso era un oggetto quotidiano e “parlava”: le sue figure erano comprensibili agli uomini a lui contemporanei.
  3. narratrice silvana: le figure sul vaso raccontano una storia (narratrice) ambientata nei boschi (silvana).
  4. Tempe: valle della Tessaglia, al centro della Grecia continentale.
  5. Arcadia: dal punto di vista geografico, è una regione del Peloponneso, ma è la regione poetica per eccellenza, dove i pastori-poeti vivono scambiandosi versi.
  6. Quali … selvaggia?: ciascuno dei tre versi è bipartito in due domande, e tutte le domande iniziano con l’aggettivo interrogativo What.
  7. Lei … godimento: i due personaggi sono come raggelati nella loro posa: l’amante non riuscirà mai a dare un bacio alla fanciulla, che rimarrà per sempre bella. Il tempo non li può mutare né in meglio (cioè in un amante appagato) né in peggio (in una donna imbruttita dal passare del tempo).
  8. fortunati … giovane: sei occorrenze di happy in cinque versi si intrecciano alle cinque di for ever in altrettanti versi, con un effetto retorico analogo a quello della catena di What che chiudeva la prima stanza.
  9. Molto … umana: l’amore del giovane è, da un lato, imperituro: non può essere realizzato, ma non può svanire; dall’altro, è privo di sofferenza, di patimento. Per queste due ragioni è un amore superiore a quello realmente provato dagli uomini.
  10. Pose leggiadre: i personaggi della processione sono raffigurati in atteggiamenti aggraziati, eleganti.
  11. fredda pastorale: la rappresentazione bucolica (pastorale è un sinonimo) è priva di vita, e dunque fredda.