Matteo Maria Boiardo

Orlando innamorato

«Odir cantar de Orlando inamorato». Modelli canterini...

«Odir cantar de Orlando inamorato». Modelli canterini...

Se Boiardo si mette a scrivere un poema cavalleresco è in primo luogo perché ama quel genere di letteratura. Come lui, l’hanno sempre amato anche i signori di Ferrara e tutta l’alta società di quella corte. I testi che amano, però, non sono soltanto quelli – francesi, franco-veneti o toscanizzati – che leggono nei manoscritti delle loro biblioteche: sono an-che quelli che ascoltano negli spettacoli dei cantastorie, molto in voga a Ferrara, in piazza come a palazzo. Tant’è che, quando si presenta davanti al suo pubblico scelto di «signori e cavallier» e di «cortese damiselle e grazïose» (I, XIX, 1, 2), il conte Matteo Maria indossa le variopinte vesti del canterino e ne mima i modi con tale maestria da infondere ai suoi canti una vitalità genuinamente orale. Tanto da indurci a credere che li abbia recitati davvero. Ecco la prima apparizione dell’autore, nel proemio dell’opera.

Signori e cavallier che ve adunati1
per odir2 cose dilettose3 e nove,
stati attenti e quïeti4, ed ascoltati
la bella istoria che ’l mio canto muove;
et odereti i gesti smisurati,
l’alta fatica e le mirabil prove5
che fece il franco Orlando per amore
nel tempo del re Carlo imperatore.

Non vi para6, signor, meraviglioso7
odir cantar de Orlando inamorato,
ché qualunche8 nel mondo è più orgoglioso,
è da Amor vinto, al tutto subiugato9;
né forte braccio, né ardire animoso10,
né scudo o maglia, né brando11 affilato,
né altra possanza può mai far diffesa,
che12 al fin non sia da Amor battuta e presa.


Questa novella13 è nota a poca gente,
perché Turpino14 istesso la nascose,
credendo forse a quel conte valente
esser le sue scritture dispettose15,
poi che contra ad Amor pur fu perdente
colui che vinse tutte l’altre cose:
dico di Orlando, il cavalliero adatto16.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.

 

... e modelli arturiani

«Omnia vincit Amor», aveva detto Virgilio (Bucoliche, X, 69). Da parte di Boiardo, autore degli Amorum libri tres, la ripresa di un tale concetto non può meravigliarci, ma non per questo dobbiamo aspettarci una radicale alterazione in chiave lirica di un genere letterario esclusivamente guerresco. Il fatto è che la centralità dell’eros, dell’Amore nel sistema dei valori cavallereschi, è una novità soltanto per il filone carolingio, ma è perfettamente normale nell’ideologia cortese dei romanzi arturiani, molto letti nelle corti padane. Nonostante la spiritualizzazione delle storie sul Graal, però, il ciclo bretone si era conquistato la cattiva fama di corruttore dei costumi; la visione carolingia del mondo era molto più austera, soprattutto in origine, e non aveva suscitato altrettante polemiche. Boiardo, però, ha idee ben diverse in proposito, e non esita a ribaltare apertamente le gerarchie. Per mettere in chiaro il suo pensiero, può fra l’altro servirsi degli spazi d’autonomia che ama ritagliarsi nei proemi, talvolta dedicati ad aperture liriche, altre volte a riflessioni morali o, appunto, a proclami teorici. La dichiarazione di poetica del canto XVIII del secondo libro non lascia alcun dubbio.

Fo17 glorïosa Bertagna la grande
una stagion18 per l’arme e per l’amore,
onde ancora oggi il nome suo si spande19,
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando e20 bon cavallieri a quelle bande21
mostrarno22 in più battaglie il suo23 valore,
andando con lor dame in aventura24;
ed or sua fama al nostro tempo dura25.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,
ma a quella prima non fo sembïante26,
benché assai fosse ancor robusto e forte,
ed avesse Ranaldo e ’l sir d’Anglante27;
perché tenne ad Amor chiuse le porte
e sol se dette28 alle battaglie sante,
non fo di quel valore e quella estima
qual fo quell’altra29 che io contava in prima;

però che Amore è quel che dà la gloria,
e che fa l’omo degno ed onorato,
Amore è quel che dona la vittoria,
e dona ardire al cavalliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai, de Orlando inamorato,
tornando ove io il lasciai30 con Sacripante,
come io vi dissi nel cantare avante.

Metro: ottave di endecasillabi con schema ABABABCC.
 

 


 

«Odir cantar de Orlando inamorato». Modelli canterini..

IL CANTASTORIE SI PRESENTA L’autore rappresenta se stesso nell’atto di recitare il proprio testo. Senza l’invocazione che i cantari indirizzano di solito a Dio, i primi quattro versi sono tutti rivolti a un pubblico che si immagina fisicamente presente, numeroso e rumoroso: se starà buono e in silenzio, potrà “udire” il poeta “cantare” una «bella istoria». Il moderno cantastorie professionista, erede dei rètori antichi (Cicerone, Quintiliano e altri), vuole che l’uditorio sia benevolum, attentum e docilem (“bendisposto”, “attento” e “pronto ad apprendere”).

PROEMIO CON SCOOP Ottenuta l’attenzione dell’uditorio, Boiardo passa a esporre l’argomento. Questa parte del proemio si chiama, secondo l’uso greco, “pròtasi”, e riserva una grossa sorpresa. Si viene a sapere infatti che la storia sarà carolingia, sì, e parlerà delle imprese di Orlando; ma non di quelle fatte al servizio di Carlo Magno: il suo nome serve solo da riferimento cronologico («nel tempo del re Carlo»), perché Orlando queste imprese le ha compiute «per amore». Ma come? Quando mai Orlando è stato inamorato (I, I 2, 2)? Nella tradizione, il paladino francese è tutto consacrato all’impero e alla fede. Ha una moglie, Alda la bella, ma ha promesso di non toccarla finché non diverrà re di Spagna. Poi, però, come si sa, è morto proprio in Spagna. Si è sentito raccontare di certi suoi viaggi in Oriente, di solito dovuti però a motivi politici e militari, e si è vista apparire qualche ammaliante principessa straniera, ma d’Amore con la maiuscola non s’era ancora saputo niente! E infatti, spiega il rimatore, questa è una parte della cronaca di quei tempi che è stata nascosta proprio per non offendere il grande guerriero, vittorioso contro tutto fuorché contro il dio Amore. Questo è il punto che Boiardo vuol fissare con chiarezza: il suo poema celebra l’amore come forza suprema, superiore a qualsiasi altro valore mai cantato dai poeti. Nessuna virtù guerresca può tenergli testa. L’amore è più forte della guerra.

 

... e modelli arturiani

L’AMORE, NON LA GUERRA, DÀ GLORIA AL CAVALIERE Ogni cavalliero, e in generale ogni omo, dice Boiardo, deve sapere che è Amore che ci rende vincenti e onorati, che ci rende migliori. Anche l’amore neoplatonico è una forza positiva, quand’è celeste e conduce a Dio, ma l’amore di cui parla il conte di Scandiano sembra piuttosto quello del poeta materialista latino Lucrezio (94-50 a.C.): un principio divino che regge e muove il tutto, e dà senso alla vita. Sta di fatto che, prese da sole, le battaglie sante di Carlo valgono decisamente meno di quelle combattute dai cavalieri di Artù «andando con lor dame in aventura». È più nobile usare le arme al servizio di amore che della religione, perché la vera cavalleria è quella che perfeziona il proprio valore superando le svariate prove (“venture”) in cui si imbattono gli erranti innamorati. 

NUOVE AVVENTURE PER ORLANDO L’età dell’oro della civiltà cavalleresca è stata quella bretone, e il progetto boiardesco di rinnovamento del genere mira appunto a farla rinascere, in quella che il critico Riccardo Bruscagli definisce nuova «primavera arturiana». Orlando, dacché è innamorato, smette infatti di guerreggiare al fianco di Carlo (rinviando così a data da destinarsi l’epilogo fatale di Roncisvalle) e prende a muoversi in un mondo disseminato di giganti, creature mostruose, animali fantastici, passi perigliosi, giardini e palazzi incantati, regni sotterranei, maghi e fate, incantesimi e oggetti magici (lance, anelli, libri ecc.), e dame in pericolo e cavalieri in duello. 

NASCE UN NUOVO GENERE: ENTRELACEMENT, SUSPENSE E QUÊTE Il mondo fisico e morale in cui si muove Orlando è di puro stampo arturiano, e porta con sé anche i germi di un modello narrativo nuovo e di grande impatto. Combinando la tecnica dei romanzi bretoni con quella dei cantastorie in ottave, Boiardo crea infatti quella forma di poema che, canonizzata da Ariosto, nel Cinquecento sarà detta, benché in rima, senz’altro “romanzo”. Dai cicli arturiani proviene in particolare la strategia dell’entrelacement, ossia lo sviluppo di più vicende in contemporanea, portate avanti a turno, lasciando un protagonista e tornando a parlare di un altro. Questa transizione da una sequenza all’altra all’interno dei canti si complica con l’interruzione della sequenza tra un canto e l’altro, che adotta l’artificio tipicamente canterino e “seriale” (le serie televisive funzionano esattamente così) di sospendere la puntata su una situazione irrisolta, perché il pubblico curioso dell’esito torni anche la volta successiva. Il binomio tornando / lasciai dell’ultima ottava appartiene appunto a questo secondo tipo: si torna alla scena che il cantare precedente aveva lasciato in sospeso, con Orlando e Sacripante che si erano appena riconosciuti. Si badi però che la suspense guida anche la tattica dei passaggi fra sequenze dentro ai canti: non c’è quasi transizione o interruzione, insomma, che cada in un momento di calma, su un episodio risolto. L’esigenza fondamentale è quella di mantenere sempre desta l’attenzione degli spettatori, e dunque dei lettori, tornando ritmicamente ad avvincerli con nuovi sviluppi dell’azione. Ne nasce un’orchestrazione narrativa complessa e variata (ulteriormente arricchita dagli inserti con le novelle raccontate dai personaggi) che l’autore può dirigere a proprio piacimento per intrecciare le storie dei suoi molti protagonisti alternando temi e registri diversi. Quale sia il detonatore – ovviamente amoroso – di tanto dinamismo è presto detto. Orlando, come tanti altri erranti, vaga alla ricerca (quête) di un proprio oggetto del desiderio: Angelica, come vedremo.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Sintetizza i temi annunciati da Boiardo nella pròtasi, là dove l’autore presenta il suo poema. 

2 Boiardo afferma che la storia che sta per raccontare «è nota a poca gente» (I, I, 3): per quali motivi insiste su questo punto? 

ANALIZZARE

3 Nei due passi antologizzati Boiardo simula l’esibizione di un cantastorie: sottolinea le espressioni che rimandano alla recitazione e a una relazione diretta con il pubblico. Suddividile poi in base alla loro natura: invito a fare attenzione, promessa di una storia meravigliosa, pròtasi o sintesi del racconto, escamotage/trucchi per spostarsi con agilità nella trama, allocuzioni dirette agli ascoltatori o commenti e interventi del narratore ecc. 

4 Nella recitazione di oggi si usano ancora le tecniche che hai individuato nell’esercizio 3? Rispondi oralmente o per iscritto, facendo un paio di esempi. 

5 Attraverso quale figura retorica viene presentato Amore nel primo brano? Quale topos recupera, qui, Boiardo?

CONTESTUALIZZARE 

6 Spiega in sintesi che differenza c’è tra materia carolingia e materia arturiana.

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  1. ve adunati: vi radunate, vi riunite. Come sotto, la desinenza -ati è padana.
  2. odir: udire. Si noti l’insistenza su azioni coerenti con un contesto (anche solo simulato) di comunicazione orale (ascoltati, odereti, odir cantar).
  3. dilettose: divertenti.
  4. quÏeti: in silenzio.
  5. mirabil prove: stupefacenti imprese.
  6. para: paia; o forse parà: parrà, dovrà sembrare.
  7. meraviglioso: che desta meraviglia, sorprendente, incredibile.
  8. qualunche: chiunque; perciò: “anche il più orgoglioso del mondo”.
  9. subiugato: soggiogato, sottomesso.
  10. animoso: coraggioso.
  11. brando: spada.
  12. far diffesa, che: difendersi dal pericolo di, impedire che.
  13. novella: la «bella istoria» che racconta «cose [...] nove».
  14. Turpino: storicamente, fu monaco a Saint-Denis e poi vescovo di Reims nell’VIII secolo; morì prima dell’anno 800. Le chansons de geste fanno del vescovo uno dei paladini martiri a Roncisvalle, benché gli sia attribuita una Historia Karoli Magni et Rotholandi (“Storia di Carlo Magno e di Orlando”), in realtà di alcuni secoli più tarda, in cui si narra anche quella battaglia. Grazie a questa cronaca, Turpino è l’autorità cui più spesso si appellano i canterini per garantire la veridicità dei loro racconti. Boiardo finge d’averne ritrovato una parte censurata, ma ormai è solo un gioco.
  15. a quel ... dispettose: che i suoi scritti potessero contrariare, indispettire (“esser dispettose”) quel valoroso conte. 
  16. adatto: come dire “perfetto”.
  17. Fo: fu; forma padana, anche sotto.
  18. una stagion: un tempo.
  19. si spande: si diffonde, è famoso.
  20. e: i.
  21. a quelle bande: in quei luoghi; la Gran Bertagna.
  22. mostrarno: dimostrarono.
  23. suo: proprio.
  24. Aventura

    “Vivere un’avventura”, “è stata un’avventura”: oggi espressioni simili vogliono dire che si sta facendo o si è fatta un’esperienza eccezionale, nel bene (“avere un’avventura” ha il senso di “avere una breve relazione sentimentale”) come nel male (“che avventura!”, al termine, per esempio, di un viaggio particolarmente accidentato). Ma ventura e aventura (“avventura”), etimologicamente, vogliono semplicemente dire “le cose che succederanno”, dal participio futuro dei verbi latini venire e advenire: venturus e adventurus. Proprio in virtù di questo significato “neutro”, ventura ha poi anche il senso di “fortuna” (buona o cattiva), come nel famoso verso dell’Inferno (canto II, 61) in cui Beatrice definisce Dante «l’amico mio, e non de la ventura» (“il mio amico vero, e non di quelli che cambiano a seconda della buona o cattiva sorte”).

     
  25. ed or ... dura: riprende il verso dantesco «di cui la fama ancor nel mondo dura» (Inferno, II, 59), che si riferiva a Virgilio.
  26. non fo sembïante: non fu somigliante, simile.
  27. sir d’Anglante: è il conte Orlando, che ha ereditato il feudo dal padre, Milone d’Anglante.
  28. sol se dette: si dedicò soltanto.
  29. quell’altra: la corte di Artù.
  30. il lasciai: lo lasciai.