Anonimo

Memoriali bolognesi

Oi bona gente, oditi et entenditi

Questa ballata è contenuta in un Memoriale del 1282. Si tratta di un dialogo tra due cognate, che prima si insultano con le ingiurie più infamanti e poi fanno pace, ripromettendosi di soddisfare le loro comuni passioni: il buon cibo e la compagnia di un giovane amante. Così, le accuse dalle quali le due donne fingono di difendersi nelle prime strofe – mangiare e bere a dismisura, tradire il proprio marito – si rivelano fondate nelle ultime due, quando, per mettere fine al litigio, entrambe gettano la maschera e si mostrano per quello che sono. Il genere del contrasto (o conflictus), che abbiamo già visto essere molto diffuso nell’ambito della poesia giullaresca, nasce nella letteratura latina medievale e si sviluppa nelle letterature in lingua d’oc e d’oïl come un genere serio, nel quale le due voci in tenzone possono discorrere di questioni cruciali dell’ideologia feudale come il codice cavalleresco o l’amore. Insieme a Rosa fresca aulentissima, dunque, la ballata Oi bona gente è uno dei primi esempi italiani di adattamento di questo modello dotto (il conflictus) al registro comico: qui non si tratta, infatti, di una discussione accademica bensì di una lite, che ha luogo sulla pubblica piazza («Oi bona gente, oditi et entenditi», inizia il testo), tra due paesane che discutono di argomenti “bassi” (il cibo, il sesso) con un linguaggio plebeo.

    «Oi bona gente, oditi et entenditi1
    la vita che fa questa mia cognata.
    La vita che ’la fa vui l’odirite
    e, se ve place, vòilave contare2.
5   A lato se ne ten sette gallete3    
    pur del meglior4 per poter ben zoncare,
    e tutora dice che mor de sete
    ensin ch’a lato non se ’l pò acostare5:
    né vin né acqua non la pò saziare,
10   s’ella non pon la boc’a la stagnata6



    «Per Deo, vicine mie, or non credite
    a quel che dice questa falsa rea7.
    L’altrier8 ch’eo la trovai fra le pariti,
    et eo la salutai en cortesia9;
15   assai li disi10: “Donna, che faciti?”    
    et ella me respose villania11.
    Ma sazo ben l’opera che facia12:
    no ’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata13



    «Oi soza puta, chi te conoscesse
20   e sapesse, com’eo so, lo to affare14!    
    L’altrieri, per cason de far dir messe,
    al prete me volisti ruffianare15:
    ma nanti fus’ tu arsa che ’l facesse
    e ch’eo cum teco mai volesse usare16.
25   Da mi te parti e non me favellare,    
    ch’eo non voglio esser mai de toa brigata17



    «Or Deo ne lodo ch’eo son conuscuta18,
    né non fo con’ tu19, putta, al to marito,
    ch’alotta te par aver zoi compluta
30   che tu ài prezo d’averl’ embozito20.    
    Et oimè lassa, trista, deceduta21!
    ch’a tutta gente ’l fai mostrar a dito22
    e de le corne l’hai sì ben fornito
    ch’una gallea ne sereb’ armata23



35   «Cognata, eo te dirò bona rasone,    
    se la credenza tu me vòi tenire24.
    Eo agio cotto un sì grosso capone
    che lo buglione sereb’ bon da bere25.
    Al to marito e ’l meo vegna passione26,
40   che ’nseme no ne lasan ben avere:27 
    igli hanno doglia e faremci morire
    a pena et a dolore onne fiata28



    «Cognata mia, zò ched eo t’ho ditto,
    eo sazo ben ched ell’è mal a dire29.
45   Ma menaròt’ a casa un fantelletto30,
    e lui daremo ben manzar e bere,
    e tu recarai del to vin bruschetto31,
    e’ recarò del meo plen un barile32.
    Quando gli avrén da’33 manzar e bere,
50   zascuna faza la soa cavalcata34







Metro: ballata di tutti endecasillabi. Lo schema delle strofe è ABABABBX, quello della ripresa è AX.

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  1. Oi ... entenditi: Oi gente onesta, ascoltate e giudicate. È un tipico incipit giullaresco, che si trova simile in molti altri testi dello stesso genere: per esempio, nella parodia della Passione di Cristo del giullare senese Ruggeri Apugliese, che inizia: «Genti, intendete questo sermone». I cantastorie si rivolgevano così in modo diretto al pubblico delle piazze di fronte al quale si esibivano, chiamavano a raccolta gli spettatori e li invitavano ad ascoltare i loro componimenti. Successivamente, simili formule di esordio, che in origine avevano una funzione pratica legata allo spettacolo, vennero prese in prestito dai poeti comico-realistici, e divennero un tratto stilistico adoperato proprio per imitare lo stile giullaresco. Per esempio, questo sonetto di Rustico Filippi, pur non essendo certamente destinato alla recitazione, si apre con un appello al pubblico: «Volete udir vendetta smisurata / ch’à fatta di sua donna l’Acerbuzzo?».
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  3. La vita … contare: La vita che lei fa ascolterete, e, se vi fa piacere, ve la voglio raccontare.
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  5. gallete: grandi recipienti per il vino.
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  7. pur del meglior: solo del migliore (sottinteso vino); zoncare: tracannare.
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  9. e tutora …acostare: e dice sempre (tutora) che muore di sete finché non può metterlo vicino a sé (il vino).
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  11. stagnata: secchio fatto in lega di stagno, usato per contenere vino.
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  13. falsa rea: falsa bugiarda.
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  15. L’altrier: questo avverbio non va preso alla lettera, ma inteso nel senso di “qualche giorno fa, tempo fa”. È tipico della poesia popolare sia francese sia italiana: e si trova per esempio nella pastorella del trovatore Marcabru L’autrier jost’ una sebissa (“L’altro giorno, accanto a una siepe”); fra le pariti: in casa (letteralmente “tra le mura di casa”).
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  17. en cortesia: con gentilezza.
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  19. assai li disi: le chiesi ripetutamente.
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  21. me respose villania: mi rispose in maniera offensiva, con parole ingiuriose.
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  23. Ma ... facia: Ma io so bene in quale genere di attività era impegnata.
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  25. ch’eo ... blasmata: che io ne sarei biasimata, riprovata. La donna lascia intendere di aver visto la cognata impegnata in attività talmente oscene che anche il solo riportarle sarebbe per lei disonorevole.
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  27. Oi … affare!: Oi lurida puttana, dovrebbero conoscerti e sapere, come io so, qual è la tua condotta, il tuo comportamento (lo to affare).
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  29. L’altrieri … ruffianare: L’altro giorno, con il pretesto (per cason) di una messa da celebrare, volevi spingermi a offrirmi persino al prete. Ruffianare significa propriamente “istigare o costringere qualcuno a prostituirsi’”.
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  31. ma nanti … usare: ma, piuttosto che farlo (cioè, concedermi al prete) o frequentarti (cum teco usare), possa tu essere bruciata viva.
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  33. Da mi … brigata: Allontanati da me, vattene, e non parlarmi più, perché io non voglio far parte della tua compagnia. Si ripete il concetto già espresso al v. 23, come a dire: “con te non voglio avere niente a che fare”.
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  35. Or Deo ... conuscuta: Grazie a Dio io sono conosciuta (la gente conosce i miei costumi).
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  37. né ... tu: e non faccio come te.
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  39. ch’alotta … embozito: che ti sembra di esserti realizzata (letteralmente “di aver raggiunto la tua gioia”) solo quando (alotta … che) hai ottenuto la gloria (prezo) di averlo tradito. Embozito deriva da bozzo, termine ricorrente nella poesia comica medievale, che significa “marito ingannato, tradito”.
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  41. Et ... deceduta: Oh povera me, malvagia, ingannatrice; ovviamente questi ultimi due termini sono riferiti alla cognata. Deceduta deriva dal verbo francese decevoir, che significa appunto “ingannare”. Ancora oggi in inglese si dice to deceive per esprimere lo stesso significato.
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  43. ch’a … dito: che hai fatto sì che adesso tutti lo indicano a dito (per prenderlo in giro).
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  45. e ... armata: che gli hai messo talmente tante corna che se ne potrebbe munire un’intera galea. La galea è una nave militare molto usata nel Medioevo.
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  47. Cognata … tenire: Cognata, ora ti farò un bel discorso (bona rasone), se tu vuoi darmi credito (se vuoi fidarti di me). Ecco che il tono del dialogo cambia radicalmente: le due protagoniste smettono di accapigliarsi e trovano finalmente un accordo in ciò che davvero hanno in comune. Qui la donna invita la cognata a condividere con lei quei piaceri per cui entrambe confessano di smaniare: ingozzarsi di buon cibo e buon vino e godere della compagnia di un giovane amante.
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  49. Eo ... bere: Ho cotto un cappone (il cappone è gallo castrato, molto grasso) così grosso che il brodo sarebbe molto buono da bere.
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  51. vegna passione: venga un accidente.
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  53. che ... avere: che tutti e due non ci lasciano essere felici.
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  55. igli … fïata: sono malvagi (hanno doglia) e ci farebbero morire di pena e di dolore una volta o l’altra.
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  57. Cognata … dire: Cognata mia, ciò che ti ho detto, so bene che è disdicevole dirlo. La donna ammette la sua colpa e chiede scusa per averla calunniata davanti a tutti.
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  59. Ma ... fantelletto: porterò a casa tua un ragazzotto.
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  61. vin bruschetto: una particolare qualità di vino, dal sapore aspro e forte.
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  63. del ... barile: un barile pieno del mio (sottinteso vino).
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  65. gli avrén da’: gli avremo dato.
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  67. la soa cavalcata: cavalcare ha qui senz’altro il senso metaforico di “accoppiarsi, fare l’amore”.
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