Goffredo Parise

Il prete bello

Parlare con una bicicletta

Sergio riesce a farsi regalare una bicicletta dalla signorina Immacolata, in cambio delle confidenze che lui le ha fatto sul conto di don Gastone (del quale è innamorata). L’acquisto diventa un piccolo evento per tutto il caseggiato: i condomini accompagnano Sergio e Cena dal rivenditore della Legnano e, davanti a tutti, don Gastone benedice la bicicletta. A Sergio mai nessuno aveva fatto un regalo («No, io non avevo mai avuto regali e mai ne avrei avuti. Ero figlio di N.N., niente da fare. Ero senza papà e per avere regali bisogna avere anche un papà»); perciò, da quel momento, la bicicletta diventa una specie di oggetto sacro. Dato che è inverno, viene sistemata nel soggiorno di casa; e Sergio le parla, e la ascolta parlare.

La bicicletta stava dov’era, appesa al soffitto della cucina, unta di grasso, pronta per l’estate e per i giorni migliori. Era stabilito e accettato da tutti che non si sarebbe venduta né portata al Monte di Pegni a qualsiasi costo, a prezzo della fame. Quando tornavo a casa, alla sera, la guardavo da sotto la tavola e mi pareva un uccello magico, altre volte un aeroplano e quando la luce era spenta luccicava al buio simile a una costellazione nel cielo. Nell’oscurità, mentre la guardavo, udivo il nonno lagnarsi nell’altra stanza, lo udivo trafficare col vaso da notte sotto le coperte nel tentativo di alleggerirsi senza dolori.

[…] Certe volte sentivo la mamma piangere: aveva le mani gonfie come vesciche, col dorso cosparso delle piaghe prodotte dai geloni: eppure con quelle mani andava ogni giorno al fiume a lavare biancheria.

Quando la udivo piangere in silenzio, nel buio, per tutte le sue sventure, una delle quali, la maggiore, ero io, anche allora alzavo gli occhi alla bicicletta: mi pareva che si muovesse, che le pedivelle, il manubrio, i raggi si articolassero da soli girando nell’aria, parlandomi, dicendomi con affetto: «Forza Guerra, spingi bambino, spingi, va’ avanti ancora, o il nonno si lagna e la mamma piange. Forza piccolo Binda, presto non sarà più freddo, presto andremo via insieme, ti porterò per strade bianche in mezzo ai prati di erba alta e mangeremo pane e salame nelle osterie; il nonno starà meglio e chissà quanta gente verrà alla custodia biciclette; le biciclette non si saprà dove metterle, sotto il porticato, neppure il cortile basterà. Vedrai, bambino, te lo giuro, vedrai quanto sarà bello: il nonno potrà anche aumentare fino a trenta centesimi il prezzo nel cartellone e lo stesso arriverà un’infinità di gente, contadini pieni di soldi che devono combinare grossi affari; allora vedrai dove andremo noi due, collega, padrone, bambino! più forte di un aeroplano andremo. Su, batti i piedi se hai freddo! va’ a letto! non star qui con il naso per aria».

Ero convinto che la bicicletta mi parlasse, mi facesse questi e altri discorsi. La guardavo con riconoscenza, la ringraziavo, sapevo che lei mi amava come io l’amavo e forse era destinata a me e a Cena ancor prima di essere comprata, quando si stava intere giornate a guardarla esposta in vetrina.

Il giorno dopo ero di nuovo in giro a vendere lavanda, allegro, con Cena accanto che bestemmiava orrendamente, con il ghiaccio sotto gli zoccoli e gli spiccioli di qualche generoso signore nascosti sotto la maglia.

Non andò avanti molto neppure il commercio della lavanda; appena due settimane. Una sera stabilimmo di portare indietro la lavanda al profumiere e il giorno dopo cominciammo a mendicare. Non restava altro, non ci si vergognava affatto, e chi ha chiesto l’elemosina da bambino, per le strade, lo sa. I guadagni erano sufficienti, non si aveva da sgambettare e tutto era molto più comodo. Si guadagnava dieci volte di più che a vendere lavanda. Gli unici inconvenienti erano costituiti dai vigili urbani e dalle signorine della Congregazione di Carità che ci conoscevano.

[…]

Tutto sommato era una bella vita. A mezzogiorno si andava a chiedere qualcosa nelle retro-cucine di qualche albergo, altre volte ci si accontentava delle Cucine Economiche. I vigili urbani a Padova erano molto più gentili che da noi, con qualche immagine offerta piagnucolando si poteva avere libero passaggio dovunque. E le immagini ce le davano certe monache del convento dell’Addolorata, gratis. Alla sera si ritornava e per tutto il viaggio non facevamo altro che cantare, con gli occhi resi piccoli dal fiasco di vino che portavamo con noi per combattere il freddo. A casa avevo la mia bicicletta, essa mi aspettava paziente e con amore, io la accarezzavo con gli occhi e stavo ad ascoltare quello che mi diceva: c’erano cose assai spiritose nei suoi racconti, e cose commoventi. Prima di andare a letto lo scintillio dei raggi che si movevano impercettibilmente al riflesso della luna era un grande conforto. Mi addormentavo e anche in sogno il mio velocipede mi appariva e aveva sembianze umane.

LA REIFICAZIONE DELLA BICICLETTA   Parise descrive molto bene l’innamoramento per un oggetto che capita di provare da bambini (e non solo da bambini: non mancano gli adulti che si innamorano della loro auto, e la lucidano, le parlano. È quella che si chiama “reificazione”). Tutto, intorno a Sergio, va male: il nonno è ammalato e non guadagna più niente con la sua rimessa per le biciclette; la mamma ha le mani spaccate dall’acqua fredda del fiume, dove va a lavorare come lavandaia; e lui stesso, Sergio, non va a scuola, non ha più un lavoro (per un po’ ha venduto lavanda), finisce a fare il mendicante. Ma anche mendicare, quando si è piccoli e lo si fa in compagnia, può essere un mezzo divertimento («Tutto sommato era una bella vita», soprattutto se a casa, ad aspettare, c’è una bicicletta nuova, che la fantasia del bambino riesce ad animare: è «un uccello magico […] un aeroplano […] una costellazione nel cielo», e ama Sergio, gli parla, lo incoraggia paragonandolo ai grandi ciclisti degli anni Venti e Trenta, Learco Guerra e Alfredo Binda. Il riflesso della luna (in casa non c’è la luce elettrica) sui raggi conforta Sergio, lo accompagna nel sonno (un sonno nel quale Sergio continua a sognare la bicicletta!).

IL FINALE TRAGICO  Come si è detto, Il prete bello ha un finale tragico. Il compagno di avventure di Sergio, Cena (il nome di battesimo non viene mai detto) fugge dal riformatorio nel quale è stato rinchiuso in seguito a un furto, va sotto un tram e gli viene amputata una gamba. Ma l’amputazione non basta a salvarlo. Cena muore, a dodici anni, e l’ultima cosa che – sdraiato nel letto dell’ospedale – vede con l’immaginazione è proprio la bicicletta. Questa scena, che chiude il libro, è perciò un drammatico controcanto al sogno di Sergio, cento pagine prima:

Guardava tutto questo e nei suoi occhi a un certo momento apparve una Legnano da corsa nuova fiammante; guardava e pregava anche per avere una vita migliore in questo mondo e in mezzo agli uomini più grandi e più fortunati di lui e proprio mentre stava passando in rassegna tutte queste cose sulla sua nuova bicicletta, questa si alzò, e Cena, rifiuto di riformatorio, ladro e miserabile a dodici anni, abbandonò con essa le strade di questa terra. 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Sergio si ritrova a fare il mendicante, eppure dice che «tutto sommato era una bella vita». A cosa si deve il suo ottimismo, la sua leggerezza?



CONTESTUALIZZARE


2. A un certo punto, nel suo monologo, Sergio fa riferimento a due ciclisti dell’epoca: Guerra e Binda («Forza Guerra […] forza piccolo Binda!»). Perché vengono citati proprio quei due? Che cosa rappresentavano nell’immaginario collettivo del tempo? Fai una piccola ricerca su internet.



INTERPRETARE


3. Che cosa rappresenta per Sergio la bicicletta? E che cosa poteva rappresentare per gli italiani degli anni Trenta?



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