Giuseppe Parini

Discorso sopra la poesia

Per una poesia civile

Il Discorso sopra la poesia (1761), probabilmente rivolto, in origine, ai colleghi dell’Accademia dei Trasformati, è una sorta di “manifesto” programmatico della concezione che Parini ha della poesia. Da un’idea-base della tradizione classica (il «miscere utile dulci», “unire l’utile al dilettevole”), che riprende da un poeta latino da lui amatissimo come Orazio, Parini ricava l’opinione che l’opera d’arte abbia due funzioni: una estetica (legata al divertimento e alla bellezza) e una pratica (l’utilità pubblica, pedagogica e sociale), e che la prima debba servire a veicolare la seconda.

Egli è1 adunque certissimo che la poesia è un’arte atta2 per se medesima a dilettarci, coll’imitar ch’ella fa della natura e coll’eccitare in noi le passioni ch’ella copia dal vero. E questo è un pregio non vano, non ideale, non puerile3 dell’arte stessa.
Le si aggiungono nondimeno altri pregi non manco4 reali di questo. La versificazione, lo stile, la lingua e simili, che formano la parte meccanica5 di lei, non meritano meno d’esser considerate; ma noi per ora le tralasceremo, bastandomi che sia chiaro come la poesia abbia facoltà di piacerne6 per via del sentimento, ch’è la parte più nobile, anzi l’anima e lo spirito di quest’arte. 
Che se altri richiedesse se la poesia sia utile o no, io a questo risponderei ch’ella non è già necessaria come il pane, né utile come l’asino o il bue; ma che, con tutto ciò, bene usata, può essere d’un vantaggio considerevole alla società. E, benché io sia d’opinione che l’instituto7 del poeta non sia di giovare direttamente, ma di dilettare, nulladimeno8 son persuaso che il poeta possa, volendo, giovare assaissimo9. Lascio10 che tutto ciò che ne11 reca onesto piacere si può veramente dire a noi vantaggioso; conciossiaché12, essendo certo che utile è ciò che contribuisce a render l’uomo felice, utili a ragione si posson chiamare quell’arti che contribuiscono a renderne felici col dilettarci in alcuni momenti della nostra vita […].
Egli è certo che la poesia, movendo in noi le passioni, può valere a farci prendere abborrimento al vizio13, dipingendocene la turpezza14, e a farci amar la virtù, imitandone la beltà. E che altro fa il poeta che ciò15, collo introdurre16 sulla scena i caratteri lodevoli e vituperevoli17 delle persone? Per qual altro motivo crediamo noi che tante ben regolate repubbliche mantenessero dell’erario comune18 i teatri? Solamente per lo piccolo fine di dare al popolo divertimento? Troppo male noi penseremmo delle saggie ed illuminate menti de’ loro legislatori. Il loro intento si fu19 di spargere, per mezzo della scena, i sentimenti di probità20, di fede, di amicizia, di gloria, di amor della patria, ne’ lor cittadini; e finalmente di tener lontano dall’ozio il popolo, in modo che non gli restasse tempo da pensare a dannosi macchinamenti21 contro al governo, e perché, trattenuto in quelli onesti sollazzi22, non si desse in preda de’ vizi alla società perniciosi23. Ciò ch’io ho detto de’ componimenti teatrali, si può dir colla debita proporzione ancora d’ogni altro genere di poesia.

LA FUNZIONE EDIFICANTE DELLA POESIA In questo brano, Parini si appropria di alcuni spunti della riflessione filosofica sensistica, secondo la quale mediante la finzione artistica l’animo umano può ricevere delle emozioni che lo rendono particolarmente ricettivo. L’arte, sostiene Parini, ha la capacità di attirare l’attenzione del pubblico: deve perciò sfruttare questa sua capacità per trasmettere un messaggio edificante, educativo.
Parini parte da una premessa polemica. Divide i suoi contemporanei in due scuole: quelli che ritengono che la poesia consista nella semplice capacità di fare versi e quelli che, al contrario, nella generalizzata esaltazione delle scienze esatte e delle arti pratiche tipica dell’Illuminismo, considerano la poesia (e la letteratura in genere) un’inutile perdita di tempo.

L’UTILE E IL PIACEVOLE Parini propone una soluzione di compromesso. La poesia è «l’arte d’imitare o di dipingere in versi le cose in modo che sien [siano] mossi gli affetti di chi legge od ascolta, acciocché [in modo che] ne nasca diletto». Tanto più che all’uomo non è necessario solamente vivere, ma deve «vivere lietamente». Parini si rifà qui al precetto latino che prescrive di rivestire con abiti piacevoli contenuti utili per renderli così più appetibili, ma fa anche un notevole passo teorico in avanti: mette in stretta relazione i concetti di utilità e di piacevolezza della poesia. L’imitazione artistica soddisfa un naturale desiderio dell’animo umano, che ricerca il piacere. In tal modo, l’arte e la poesia sono massimamente utili proprio perché rispondono a un bisogno primario dell’uomo e perché attraverso il diletto si possono far nascere nell’animo umano l’amore per la virtù e il rifiuto del vizio.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Sottolinea e riassumi le parti del brano in cui Parini esprime l’idea secondo cui la poesia aiuta l’uomo a vivere e a distogliersi da quel sentimento insopportabile che è la noia.

2 La poesia, secondo Parini, educa al bene: sottolinea e riassumi le parti del brano in cui è espressa questa idea.

ANALIZZARE

3 Parini confronta la poesia con le altre arti, soprattutto con il teatro. Egli era infatti convinto che il poeta dovesse essere anche un illustratore delle idee del suo tempo. Individua nel brano parole o espressioni che appartengono ai campi tematici del teatro, dell’osservare e del poeta illustratore.

INTERPRETARE

4 In un’altra parte dell’opera, Parini osserva che il poeta è per natura un essere privilegiato: «non ognuno può esser poeta, come ognuno può esser medico o legista». Sei d’accordo con questa opinione?

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  1. Egli è: è.
  2. atta: adatta.
  3. puerile: infantile.
  4. manco: meno.
  5. la parte meccanica: la parte, cioè, che attiene alle regole del “fare letteratura” e non all’ispirazione.
  6. facoltà di piacerne: capacità di piacerci.
  7. l’instituto: il compito.
  8. nulladimeno: nondimeno, tuttavia.
  9. assaissimo: moltissimo.
  10. Lascio: tralascio.
  11. ne: ci.
  12. conciossiaché: giacché.
  13. può … vizio: può servire a farci disprezzare (“aborrire”) il vizio.
  14. turpezza: immoralità.
  15. E che … ciò: e il poeta fa forse qualcosa di diverso.
  16. collo introdurre: con l’introdurre.
  17. vituperevoli: disprezzabili, degni di biasimo.
  18. dell’erario comune: con denaro pubblico.
  19. si fu: fu.
  20. probità: onestà.
  21. macchinamenti: complotti, cospirazioni.
  22. sollazzi: divertimenti.
  23. alla società perniciosi: dannosi alla società.