Dante Alighieri

Inferno

Perdersi in una foresta: il primo canto dell’Inferno

L’inizio del viaggio

Commedia di Dante

Nel mezzo del cammin di nostra vita1
mi ritrovai per una selva oscura2
ché la diritta via3 era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia4 e aspra e forte5
che nel pensier6 rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte7;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai8,
dirò de l’altre cose9 ch’i’ v’ho scorte.

 

L’uscita dalla selva e l’incontro con le tre fiere

Proseguendo nel suo racconto, Dante spiega come è uscito dalla selva e dove si è trovato.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno10 a quel punto
che la verace via11 abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle12 giunto,
là dove terminava quella valle13
che m’avea di paura il cor compunto14,
guardai in alto e vidi le sue spalle15
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle16.
Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor17 m’era durata
la notte18 ch’i’ passai con tanta pieta19.
E come quei che con lena20 affannata
uscito fuor del pelago21 a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata22,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo 
che non lasciò già mai persona viva23.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia24 diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso25.
Ed ecco26, quasi al cominciar de l’erta27,
una lonza28 leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia29 dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto30.   
Temp’era dal principio del mattino31,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta32 pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista33 che m’apparve d’un leone34.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa35, che di tutte brame     
sembiava carca36 ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza37
con la paura ch’uscia di sua vista38,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
E qual è quei che volontieri acquista39,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace40,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace41.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco42,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco43.

 

L’incontro con Virgilio

Dopo il terribile incontro con le tre fiere, Dante scorge inaspettatamente, nella landa desolata dove è stato respinto, un essere umano. Non sa ancora chi è, ma – come si fa quando ci si trova in pericolo – si rivolge a questo sconosciuto in cerca d’aiuto.


Quando vidi costui nel gran diserto44,
«Miserere45 di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». 
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui46,
e li parenti47 miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi48.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise49 che venne di50 Troia,
poi che ’l superbo Ilïon fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia51?
perché non sali il dilettoso monte52
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte53
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui54 con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume
vagliami55 ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume56.
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore57,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo58 che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia59 per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio60,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi61».
 

 


 

L’inizio del viaggio

UNA PAURA NON SOLO METAFORICA Al tempo di Dante, “smarrirsi in una selva” era possibile. Oggi è una cosa difficile anche solo da immaginare: ma il mondo che si apriva al di fuori delle città (che erano molto più piccole rispetto a oggi: Firenze aveva più di cinquantamila abitanti, ed era una delle più grandi città europee) era un mondo pericoloso, perché popolato spesso sia da uomini ostili (briganti, avventurieri) sia da animali pericolosi. L’idea della «selva oscura» oggi non ci fa paura. Ma un lettore del Trecento aveva una percezione molto più chiara sia di quanto fosse pericoloso trovarsi da soli in una foresta sia di quanto le foreste, appena fuori dalle mura cittadine, fossero oscure. Non c’erano lampioni o torce per le strade. Spesso, non c’erano neppure le strade, solo dei sentieri accidentati. Leggendo questo inizio di canto, quindi, dobbiamo fare uno sforzo e calarci nella mentalità e nello spirito di un lettore medievale: questo lettore sapeva bene che cosa fosse una «selva selvaggia», e conosceva la paura che si poteva provare smarrendosi in essa.

 

*Inferno
È la forma sostantivata dell’aggettivo latino infernus, che significava “che sta sotto, in basso”: nell’Eneide di Virgilio, il fiume Stige è la inferna palus (“palude sotterranea”) e Pluto, re del mondo sotterraneo, è detto infernus rex. L’idea di un luogo nel quale i peccatori vengono puniti con le torture e con il fuoco è presente in molte religioni, dall’Egitto alla Grecia, ma si trova soprattutto nella Bibbia, tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento: è lo shĕ ōl, che la Vulgata, cioè la prima traduzione in latino della Bibbia, rende appunto infernus. Con il Concilio Lateranense IV (nel 1215) diventa parte della dottrina della Chiesa cattolica: non si specifica quale sia il luogo esatto dell’inferno, dove esso si trovi, ma si professa la sua esistenza e si parla (e il concetto tornerà in Dante) di un doppio ordine di pene per i dannati: la privazione della vista di Dio e la tortura del fuoco eterno.
 

L’uscita dalla selva e l’incontro con le tre fiere

LA SELVA E LE TRE FIERE La Commedia non si presenta, a tutta prima, come sogno o visione ma come reale esperienza. Nel trentacinquesimo anno della sua vita (il «mezzo del cammin»), l’autore, che per distrazione e stanchezza ha smarrito la «diritta via», si ritrova in una foresta buia e spaventosa. Ma la foresta finisce, e il protagonista si trova ai piedi di un colle illuminato dalla luce del sole. Questo lo risolleva un po’, e dopo una breve sosta inizia a scalare il colle. La scalata è però ostacolata da tre animali selvatici che lo minacciano e lo costringono a rallentare, e poi quasi lo convincono a rinunciare all’ascesa: una lonza, cioè un felino simile al leopardo o alla pantera (nel loro commento, Umberto Bosco e Giovanni Reggio fanno notare che «un documento del 1285 ricorda una leuncia tenuta in gabbia presso il palazzo del Podestà a Firenze, che Dante avrà certamente visto»), un leone (un animale che Dante poteva aver visto in un serraglio, oppure nelle decorazioni scultoree delle chiese, o disegnato in uno stemma gentilizio) e una lupa (un animale comune nei boschi, a quel tempo). Questa, la più pericolosa e famelica delle tre, lo respinge verso il basso. E mentre Dante scende la china del colle, vede all’improvviso un uomo. 

NÉ SOGNO NÉ VISIONE Dante non dice di essersi addormentato (come dirà Petrarca all’inizio dei Trionfi: «vinto dal sonno, vidi una gran luce»); né dirà, nel seguito del racconto, che si tratta di un viaggio fatto soltanto in sogno; né la Commedia finisce con un risveglio (così finiva per esempio la “visione” del Roman de la Rose). Nell’ultimo canto della Commedia Dante è ben sveglio e cosciente, e contempla la perfezione del creato e il Creatore stesso. Tutto, insomma, è presentato come se fosse accaduto veramente, sicché il lettore finisce per condividere l’angoscia del protagonista, che non sa qual è il monte che sta scalando, non sa perché contro di lui si schierano le tre bestie feroci, non sa, almeno in un primo momento, chi è l’uomo che vede e che lo salva mentre sta rovinando «in basso loco». È solo, è in pericolo e non sa dove si trova. È difficile pensare a un altro racconto medievale in cui l’incertezza circa il luogo in cui si situa il racconto duri così a lungo. Se fosse un sogno, tutto sarebbe subito chiaro. Se fosse pura allegoria, anche. Ma il fatto che sogno e veglia, lettera e allegoria non si lascino separare con un taglio netto acuisce il senso di mistero (e anche la bellezza del poema, s’intende).

DAL SIGNIFICATO LETTERALE A QUELLO SIMBOLICO Già in questo breve brano iniziale c’è qualcosa che renderebbe inadeguata un’interpretazione soltanto letterale, come se si trattasse semplicemente di un uomo qualsiasi che si perde in un bosco qualsiasi. Quando Dante dice di aver superato il «passo / che non lasciò già mai persona viva», è evidente che il passo di cui sta parlando è sì un luogo fisico (la selva oscura), ma è un luogo fisico che rimanda a una condizione spirituale (la selva come luogo del peccato che uccide l’anima di chi vi soggiorna e non sa liberarsene). E quando leggiamo che la lupa reale che si para dinnanzi a Dante «molte genti fé già viver grame», è evidente che questa lupa non è soltanto un animale feroce ma anche un simbolo di un vizio “che ha causato la miseria e l’infelicità di molta gente”. Ecco allora che anche altri dettagli contenuti in questi primi versi si caricano di significati ulteriori: la selva è anche quella del peccato; lo smarrimento riguarda non solo il corpo del viandante ma la sua anima; il colle illuminato dal sole è anche il luogo alla sommità del quale Dante potrebbe trovare la salvezza; i tre animali che gli bloccano il cammino sono allegorie di tre vizi o inclinazioni al peccato, che distolgono il cristiano dalla strada della salvezza: la lonza è simbolo della lussuria, il leone della superbia, la lupa dell’avidità. È solo l’inizio, ma è un annuncio di quella che sarà una costante del poema: questa continua oscillazione tra le cose, i personaggi, gli eventi, e il loro significato allegorico.

 

L’incontro con Virgilio

VIRGILIO: UNA SCELTA MOTIVATA L’uomo che Dante scorge nel gran diserto  non dice il proprio nome: dichiara invece la sua terra d’origine, Mantova, e la sua epoca, l’età di Ottaviano Augusto (Ottaviano nacque nel 63 a.C. e morì nel 14 d.C.); e cita la sua opera poetica maggiore, la storia di Enea, figlio di Anchise, cioè l’Eneide. Dante riconosce con commozione il poeta Virgilio (70-19 a.C.), salutandolo come maestro e autore. Virgilio, l’autore dell’Eneide, era stato infatti la sua guida ideale durante la vita, il poeta che Dante aveva eletto a suo modello: non è strano, quindi, che egli lo scelga come suo compagno di viaggio anche nell’oltretomba. Tuttavia, la scelta di Virgilio come «maestro» nella Commedia ha anche ragioni meno personali. Da un lato, Virgilio è il cantore dell’Impero, e colui che mostra, nell’Eneide, come la fondazione di Roma adempia il volere degli dei: e Roma e l’Impero romano avevano, per Dante, un ruolo provvidenziale nella storia della cristianità, perché l’Impero di Ottaviano Augusto riesce nell’impresa di pacificare il mondo, perché Cristo nasce nel territorio dell’Impero, e perché Roma è il luogo in cui san Pietro fonderà la Chiesa: sicché Roma è una città sacra sia per Virgilio sia per Dante. Dall’altro lato, Virgilio è il poeta che nel sesto libro dell’Eneide descrive la discesa dell’eroe Enea nell’oltretomba pagano: al di là dell’amore che Dante nutriva per l’Eneide, quel libro è il precedente, il termine di paragone più importante per l’invenzione di Dante. Insomma, Virgilio si accompagna a Dante per più ragioni: è il poeta che Dante considera più importante per la sua formazione; è colui che ha rivelato la funzione provvidenziale dell’Impero romano; ed è a lui che risale l’idea della discesa di un vivo nel mondo dei morti.

L’ACCENNO A UNA NUOVA, MISTERIOSA GUIDA Virgilio accetta di aiutare Dante. Ma gli spiega che la strada che dovranno fare non è quella che porta alla cima del monte (metaforicamente: non è quella che porta subito alla salvezza); dovranno invece fare un percorso molto più lungo, che li porterà prima all’inferno e poi in purgatorio. Dopodiché, se Dante vorrà proseguire e salire in paradiso, a guidarlo sarà «un’anima più degna» di lui, che, essendo un pagano e non avendo conosciuto il vero Dio, non può aspirare al cielo. «Con lei»  dice Virgilio «ti lascerò nel mio partire». I due si avviano insieme, e il canto, che si era aperto su una scena misteriosa (un uomo smarrito in una selva), si chiude su quest’altro piccolo mistero: chi è l’anima che dovrà scortare Dante tra i beati? 

COME UNA MODERNA SCENEGGIATURA Dante – si può osservare – usa spesso questi meccanismi di “ritardamento”: introduce un elemento nuovo nel racconto ma non lo spiega, lo lascia nel vago, in modo da creare un effetto di sospensione e da invogliare il lettore a proseguire nella lettura. Naturalmente l’effetto è particolarmente sensibile quando l’elemento nuovo e la sua spiegazione cadono alla fine del canto. Per esempio, alla fine del canto XXXII dell’Inferno Dante vede un uomo che, come un animale feroce, mastica il cranio di un altro uomo. Gli chiede di dirgli il suo nome. Proprio a questo punto finisce il canto, e la risposta arriva nel canto successivo, l’uomo è il conte Ugolino. Se ci si pensa, è il genere di artificio che si usava un tempo nei feuilletons, cioè nei romanzi che venivano pubblicati a puntate sui giornali, e che oggi si usa nelle serie televisive: finire la puntata non con la soluzione di un enigma ma con un’immagine o un evento inaspettato, che costringa chi legge a domandarsi «come andrà a finire?» (nel gergo televisivo e del cinema questo artificio si chiama cliffhanger, alla lettera “sospeso a una scogliera”). 

IL MISTERO SVELATO: BEATRICE SARÀ LA SECONDA GUIDA Tornando all’identità dell’anima che prenderà in consegna Dante e lo accompagnerà in paradiso, il mistero si scioglierà molto presto, all’inizio del II canto: qui Virgilio rivela infatti a Dante che si tratta di Beatrice, la giovane donna che Dante aveva amato in gioventù, e che nel 1300 (l’anno in cui Dante finge si svolga il viaggio) era già morta da un decennio: è lei, del resto, che ha chiesto a Virgilio di andare in soccorso di Dante, preoccupata com’era per la salvezza del suo (come Beatrice stessa lo definisce) amico. Si chiarisce così ancora meglio la natura allegorica della selva e della diritta via che Dante ha perduto. La selva è sì una foresta scura, pericolosa, abitata da animali feroci, ma è anche immediatamente il simbolo di una condizione di smarrimento spirituale, di peccato, una crisi che Dante deve aver vissuto realmente nel mezzo del cammino della sua vita. Il percorso nell’oltretomba, con l’arrivo a Beatrice, poi a Dio, è dunque, per Dante, un percorso di espiazione: Dante deve vedere per purificarsi e per guardarsi dai peccati che vengono puniti nell’inferno e nel purgatorio.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Dividi il canto in sequenze, assegnando a ciascuna un titolo.

2 Dante è insieme auctor (narratore) e agens (protagonista) del racconto. In che modo questa “doppia funzione” emerge nei versi iniziali? Dove si sente con più chiarezza la voce dell’auctor?

ANALIZZARE

3 Spiega brevemente che cos’è un’allegoria e sciogli il significato del concetto espresso nella terzina, «lo non so ben ridir com’ i’ v’intrai, / tant’era pieno di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai».

4 Quali caratteristiche stilistico-retoriche ha l’espressione: «selva selvaggia»?

5 Uscendo dall’allegoria, quali sono le tappe del percorso di Dante peccatore, in questo canto?

6 Spiega che cos’è una perifrasi.

7 Quali sono le possibili interpretazioni dell’aggettivo fioco, con cui Dante definisce Virgilio al suo apparire?

9 Spiega che cos’è una metafora e analizza la seguente: «Molti son li animali a cui s’ammoglia».

CONTESTUALIZZARE 

10 Spiega i motivi che portano Dante a scegliere Virgilio come simbolo della ragione e guida nel viaggio attraverso i primi due regni dell’oltretomba.

Stampa
  1. Nel mezzo ... vita: a trentacinque anni, che come Dante scrive nel Convivio (IV XXIII, 9), sono il culmine dell’arcodell’esistenza di un uomo: dunque nel 1300 (data del giubileo indetto da Bonifacio VIII). La formula è ricalcata su un versetto di Isaia 38,10: «in dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi» (“A metà dei miei giorni me ne vado, sono trattenuto alle porte degli inferi”).



    A metà della mia vita mi ritrovai in una buia foresta, poiché avevo perso di vista la strada della virtù (diritta).

     
  2. per ... oscura: al valore letterale (buia foresta) si sovrappone (per riverbero dal verso seguente) quello allegorico, il labirinto del peccato o (rispetto a Dante-personaggio) il suo traviamento individuale. 
  3. la diritta via: la strada buona, quella della rettitudine (riferita insieme al singolo protagonista e al genere umano).
  4. selva selvaggia: figura etimologica, che accosta parole con il medesimo etimo.



    Ahimè quanto è difficile e penoso descrivere la natura di questa (esta) foresta selvaggia, intricata e disagevole da attraversare, [tanto] che al solo ripensarci mi si rinnova lo spavento!

     
  5. forte: irta, difficile.
  6. nel pensier: al solo ripensarci.
  7. Tant’ è ... morte: la vita peccaminosa (simboleggiata nella selva) reca con sé un’angoscia che s’avvicina a quella della dannazione (la morte dell’anima).



    La foresta suscita un’angoscia (è amara) che si avvicina a quella della morte; ma per trattare del bene che incontrai nella foresta, parlerò delle altre cose che vi ho visto.

     
  8. del ... trovai: di ciò che di buono vi incontrai: il soccorso divino, attraverso la mediazione di Virgilio. 
  9. l’altre cose: le tre fiere (che appariranno nella piaggia), o lo spettacolo del male cui lo introdurrà Virgilio.
  10. sonno: è anche, metaforicamente, un torpore dell’anima, indotto dal peccato. È metafora biblica; punto: allude all’inizio del suo traviamento.



    Non saprei riferire (ridir) con precisione come vi entrai, tanto ero pieno di sonno nel momento in cui abbandonai la via della verità.

     
  11. verace via: via della verità e del bene. Corrisponde alla «diritta via»
  12. un colle: allegoricamente, la vita virtuosa o la felicità terrena.



    Ma dopo che fui giunto ai piedi di un colle, là dove terminava quella valle che mi aveva trafitto il cuore di paura, guardai verso l’alto e vidi i pendii del colle già illuminati dai raggi del corpo celeste [il Sole] che guida ogni uomo nella giusta direzione per ogni sentiero.

     
  13. quella valle: la selva, la vita viziosa. 
  14. compunto: trafitto.
  15. spalle: gioghi, declivi. I raggi che rischiarano il colle simboleggiano la Grazia illuminante.
  16. pianeta ... calle: perifrasi per il Sole, a norma della concezione aristotelico-tolemaica, il quarto pianeta rotante intorno alla Terra, che rischiara e guida i viventi nella giusta direzione (dritto) per tutti i sentieri (calle). Allegoricamente, la luce divina che illumina l’uomo sulla retta via; altrui: ogni uomo.
  17. lago del cor: la cavità del cuore in cui, secondo la fisiologia medievale, il sangue si rifugia in seguito a una forte emozione; e da ciò il pallore diffuso; durata: perdurata.



    Fu allora che cessò la paura, che era rimasta nella profondità del mio cuore per tutta la notte che trascorsi con tanto grande angoscia.

     
  18. la notte: nel duplice valore temporale e morale.
  19. pieta: angoscia che genera compassione (dal nominativo latino pietas).
  20. lena: respiro. Inizia qui la similitudine tra Dante e il naufrago.



    E come il naufrago (quei) che, con il respiro affannato, uscito dal mare e giunto alla riva, si volge all’acqua pericolosa e la contempla, allo stesso modo io, che nell’animo continuavo a fuggire dal pericolo appena superato, mi voltai indietro a guardare il passaggio che non risparmiò mai la vita a nessuno.

     
  21. del pelago: dal mare (dal latino pelagus).
  22. guata: la contempla con il terrore negli occhi; guatare è intensivo rispetto a “guardare” e stabilisce un rapporto coerente con paura, compunto, lago del cor, tanta pieta, lena affannata
  23. lo passo ... viva: il passaggio (la selva e cioè il mare tempestoso del peccato) che conduce alla morte dell’anima, alla dannazione.
  24. piaggia: pendio che sta tra la selva e il colle.



    Dopo che ebbi (èi) concesso un po’ di riposo al mio corpo stanco, ripresi il cammino (via) attraverso il pendio solitario, in modo tale che il piede su cui appoggiavo (fermo) fosse sempre quello verso valle.

     
  25. sì che ... basso: in modo tale che il piede inferiore era quello su cui poggiavo, su cui a ogni passo facevo forza. Dante sta incamminandosi verso il colle e tenta via via il terreno con il piede anteriore, malfermo: la situazione non è tuttavia priva di valore allegorico (prime difficoltà o incertezze nello svincolarsi dal male per raggiungere il bene).
  26. Ed ecco: calco dell’evangelico Et ecce, e modulo caro a Dante per segnalare un improvviso mutamento di scena.



    Ed ecco apparire, quasi all’inizio della ripida salita, una lonza snella e molto rapida, coperta di pelo a macchie (macolato); non si allontanava da me, anzi ostacolava il mio cammino al punto che più volte mi girai (fui vòlto) per tornare sui miei passi.

     
  27. l’erta: la salita ripida, dopo la lieve pendenza della landa solitaria.
  28. una lonza: felino non bene identificato (francese antico lonce e once), ma più simile al leopardo o alla pantera che alla lince (forse il ghepardo). Altrettanto incerto il valore allegorico, ma è probabile che simboleggi la lussuria.
  29. partia: partiva, si allontanava.
  30. ch’i’ fui ... vòlto: che io mi disposi più volte a tornare sui miei passi (da notare la paronomasia volte / vòlto).
  31. Temp’era ... mattino: era l’alba (dal, “intorno al”).



    Era l’alba, e il sole sorgeva unito con quella costellazione [l’Ariete], che era con lui quando Dio diede agli astri (quelle cose belle) il primo moto della creazione; cosicché l’ora del giorno (mattino) e la dolcezza della stagione (primavera) mi davano motivo di non aver paura di quella belva dal mantello screziato; ma non fino al punto che non mi spaventasse la visione di un leone apparsomi all’improvviso.

     
  32. gaetta: screziata; dal provenzale caiet
  33. vista: aspetto.
  34. un leone: simbolo della superbia (come risulta dall’atteggiamento del corpo: la testa sollevata).
  35. una lupa: allegoricamente, l’avidità, cioè il desiderio insaziabile di onori, di beni, di denaro.



    Sembrava che il leone venisse contro di me, con la testa alta e con una fame rabbiosa, così che pareva che l’aria tremasse per causa sua. E una lupa, che nella sua magrezza sembrava carica di ogni desiderio e fece già vivere afflitte (grame) molte genti, mi provocò un tale affanno con il suo aspetto spaventoso, che persi la speranza di raggiungere la cima del colle (l’altezza).

     
  36. di ... carca: sembrava carica di ogni bramosia.
  37. gravezza: affanno, pena (alla lettera “pesantezza”). 
  38. di sua vista: dal suo aspetto.
  39. acquista: aduna beni, ricchezze.



    E come colui che volentieri accumula ricchezze, e quando arriva il tempo che gli fa perdere tutto ciò che ha guadagnato piange e si dispera in tutti i suoi pensieri, così mi rese quella bestia irrequieta, che venendo verso di me mi respingeva a poco a poco in quella foresta, in cui non penetra raggio di sole.

     
  40. sanza pace: irrequieta (perché insaziabile).
  41. mi ripigneva ... tace: mi respingeva nella selva oscura, dove non penetra raggio di sole. Da notare la splendida sinestesia, che unisce un’impressione visiva (la luce del Sole, qui assente) a una auditiva (il “silenzio” del Sole stesso, nell’oscurità della selva).
  42. rovinava ... loco: precipitavo verso il fondo (che è insieme il punto più basso della valle e del vizio). 



    Mentre precipitavo verso il fondo, mi apparve all’improvviso davanti agli occhi una figura che, per aver taciuto a lungo, sembrava non avere più voce.

     
  43. chi ... fioco: è, sul piano allegorico, l’immagine fievole della voce della ragione che per molto tempo ha taciuto o è rimasta assente nella coscienza del peccatore. È meno probabile che fioco voglia dire, come altri commentatori propongono, “evanescente, pallido”.
  44. gran diserto: la piaggia.



    Quando vidi questa figura nel vasto luogo solitario, gridai: «Abbi pietà di me, chiunque tu sia, anima di defunto o uomo vivo!». 

     
  45. Miserere: abbi pietà. È l’imperativo del verbo latino misereor. Qui della formula di invocazione religiosa miserere mei è riprodotta la prima parola, tradotta la seconda.
  46. Non ... fui: qui il gusto retorico medievale costruisce il gruppo sintattico anticipando prima la determinazione (Non) rispetto a omo, e poi facendola seguire (già fui), ottenendo così la figura del chiasmo.



    Mi rispose: «Non sono un uomo, ma lo fui, e i miei genitori erano dell’Italia settentrionale, entrambi mantovani di nascita.

     
  47. parenti: genitori (come parentes, in latino); lombardi: dell’Italia settentrionale. A simboleggiare la ragione umana e ad assumere la funzione di guida attraverso l’inferno e il purgatorio, Dante ha scelto Virgilio, il grande poeta latino nato ad Andes (l’odierna Pietole, presso Mantova) nel 70 a.C. e dunque sub Iulio, “all’epoca di Giulio Cesare”, sebbene vissuto (fino al 19 a.C.) sotto il regno di Augusto (63 a.C.-14 d.C.).
  48. de ... bugiardi: le divinità del paganesimo, prima della venuta del vero Dio.



    Nacqui all’epoca di Giulio Cesare, anche se troppo tardi per poter dire di essere vissuto sotto il suo principato [Virgilio aveva 26 anni quando Cesare fu ucciso], e vissi a Roma all’epoca del valente Augusto nel tempo del paganesimo.

     
  49. figliuol d’Anchise: Enea. Si allude appunto all’Eneide, il capolavoro di Virgilio.



    Fui poeta, e cantai del giusto figlio di Anchise [Enea], che venne in Italia da Troia dopo che la superba rocca della sua città (Ilïon) fu incendiata.

     
  50. di: da
  51. noia: pena, molestia (quella della selva oscura), lo stesso senso che ha oggi la parola ennui in francese.



    Ma perché tu ritorni alla grande pena della foresta? Perché non sali sul colle che conduce alla felicità, ed è origine e causa di ogni beatitudine (tutta gioia)?». 

     
  52. dilettoso monte: il colle, che simboleggia la perfezione e la felicità terrena. 
  53. fonte: sorgente. Metafora tradizionale cui s’adegua il successivo fiume.



    «Allora sei tu quel famoso Virgilio e quella sorgente da cui sgorga un così ampio fiume di eloquenza (di parlar)?», gli risposi con atteggiamento umile. 

     
  54. lui: a lui; vergognosa: reverente, rispettosa. Il significato è: “con la fronte abbassata”.
  55. vagliami: mi valga.



    «O onore e luce degli altri poeti, mi siano di giovamento (vagliami) presso di te l’assiduo studio e il grande amore che mi hanno fatto studiare tutta la tua opera.  

     
  56. cercar ... volume: percorrere e studiare tutta la tua opera; volume: l’Eneide, e le altre opere virgiliane, le Bucoliche e le Georgiche.
  57. maestro ... autore: scrittore prediletto e, al tempo stesso, in sé più prestigioso. Maestro è, etimologicamente, “colui che è più grande, che sta più in alto”, dal latino magister, che ha la stessa radice di magis e magnus, “grande”.



    Tu sei il mio maestro e il mio scrittore prediletto, tu sei la sola fonte da cui trassi lo stile elevato che mi ha dato fama.

     
  58. lo bello stilo: lo stile più elevato, quello “tragico” o “illustre” dell’alta poesia.
  59. bestia: la lupa.



    Vedi la belva a causa della quale mi voltai indietro; aiutami contro di lei, o famoso saggio, poiché essa mi impaurisce tanto da farmi tremare le vene e le arterie».

     
  60. saggio: non solo in quanto sommo poeta, ma per una sua particolare e leggendaria qualità di filosofo, vate e indovino riconosciutagli da tutto il Medioevo, sulla base soprattutto dell’egloga IV delle Bucoliche, considerata una profezia della nascita di Cristo.
  61. polsi: le arterie, dove pulsa il sangue.