Francesco Petrarca

Canzoniere

Piangete, donne, e con voi pianga Amore

Cino da Pistoia, poeta e giurista, amico di Dante che lo cita più volte nel De vulgari eloquentia come esempio di eccellenza stilistica e come professionista della lirica d’amore, nacque verso il 1270 e morì nella sua città natale tra la fine del 1336 e gli inizi del 1337. Petrarca probabilmente non lo conosceva di persona, ma la fama di Cino era certamente molto vasta, sia come intellettuale (era autore di importanti opere giuridiche), sia come poeta amoroso. Per questo motivo Petrarca sceglie di scrivere un sonetto funebre, sull’esempio del planh (“pianto”) dei trovatori, un genere nel quale ci si lamentava per la morte di un personaggio importante. 

    Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
    piangete, amanti, per ciascun paese1,
    poi2 ch’è morto colui che tutto intese3
4   in farvi, mentre visse, al mondo onore4.



    Io per me5 prego il mio acerbo6 dolore,
    non sian da lui le lagrime contese7,
    e mi sia di sospir’8 tanto cortese9,
8   quanto bisogna a disfogare10 il core.



    Piangan le rime ancor, piangano i versi11,
    perché ’l nostro amoroso12 messer Cino
11   novellamente13 s’è da noi partito14.



    Pianga Pistoia, e i citadin perversi15
    che perduto hanno sì dolce vicino;
14   e rallegresi16 il cielo, ov’ello17 è gito18.





Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE CDE. 

IL GENERE DEL COMPIANTO  Nella poesia dei trova­tori e in quella italiana delle origini ci sono altri esempi di “pianti” scritti in memoria di poeti: ma di solito si trattava di amici dell’autore. Il fatto che fossero dei poeti era im­portante, ma non fondamentale. Petrarca apprezza in Cino soprattutto il poeta d’amore (amoroso, lo definisce al v. 10), e lo chiama messere (messer Cino), che era il titolo attribui­to ai notai e ai giuristi. Quindi si trattava di un personaggio importante, probabilmente noto a tutti i suoi lettori ideali, e non propriamente di un amico. Ciononostante, dell’atti­vità di giurista di Cino non si fa parola. La poesia comincia con una citazione: esiste infatti un sonetto di Dante che s’intitola Piangete, amanti, poi che piange Amore. Petrarca lo riprende quasi alla lettera. Tutto il componimento è in­tessuto di temi e tecniche retoriche, che ritroviamo sia in generale nella tradizione dell’oratoria e della poesia fune­bre, sia nei “lamenti poetici” di Dante o dello stesso Cino da Pistoia: la personificazione (qui le rime, i versi e Pistoia), il motivo dello sfogo, il cielo che si rallegra per la morte del poeta e soprattutto, come in una litania, l’esortazione al pianto attraverso una serie di anafore che ricorda il sonetto Benedetto sia ’l giorno.

POESIA D’AMORE E POESIA D’OCCASIONE  Se si legge il Canzoniere come la storia dell’amore per Laura, la presenza di un testo simile potrebbe sembrare incongrua. Eppure proprio le poesie come questa (per esempio il can­to di crociata, la canzone all’Italia, i sonetti contro Avignone) sono la traccia più importante di quella che doveva essere l’attività poetica di Petrarca prima che si decidesse ad assemblare le sue composizioni volgari in un libro unitario. Così è possibile scoprire un poeta “d’oc­casione”, che compone non solo per obbedire a un moto spontaneo dell’animo ma perché stimolato dalla realtà, dalle circostanze esterne o magari dalle richieste dei suoi amici o dei suoi protettori: esattamente come facevano i trovatori provenzali e come fece Dante negli anni della ma­turità. Se Petrarca ha lasciato poesie come questa nell’ulti­ma versione del Canzoniere (che è quella che noi leggiamo), vuol dire che per lui essere poeta non significava solo aver cantato d’amore per Laura. Un poeta, ai suoi tempi, era an­cora qualcuno che scriveva su commissione o ispirandosi a eventi di importanza generale (come era appunto la morte di Cino da Pistoia) e non solo individuale.

IL PUBBLICO DI PETRARCA  Petrarca non ha più, come i trovatori, un pubblico determinato davanti al qua­le cantare le proprie canzoni. Infatti, non avrebbe avuto senso che un trovatore rimproverasse i concittadini del personaggio defunto del quale si celebrava la memoria, perché spesso si trattava dei suoi protettori e la cosa certo non sarebbe stata apprezzata... Petrarca si rivolge invece a un pubblico indeterminato, incarnato nelle don­ne evocate nell’incipit. Anche Dante, in Donne ch’avete, si era rivolto alle donne; ma per Dante si trattava in un certo senso di una “selezione” del pub­blico, mentre in Petrarca è un artificio retorico per parla­re a tutti coloro che sono potenzialmente interessati. La poesia lirica di Petrarca è già universale nel modo in cui era riuscito a esserlo la Commedia di Dante. Per questo può capovolgere le leggi del genere del planh: anche nei trovatori e nei pochi “pianti” italiani si dice spesso che l’anima del defunto sarà onorata in paradiso, ma in Pe­trarca la prospettiva è un po’ diversa: il mondo terreno è nulla, l’aldilà è tutto.

L’ESILIO  Per comprendere fino in fondo questa poesia occorre conoscere la biografia di Cino da Pistoia. Tra il 1303 e il 1306, infatti, Cino era stato cacciato da Pistoia e aveva vissuto da esule, come Dante e come il padre di Petrarca. Si spiega così l’accusa ai citadin perversi, che a distanza di tanti anni, secondo Petrarca, scontano ancora la colpa di aver allontanato dalla città un uomo così illustre. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Petrarca invita al pianto diversi interlocutori, chi sono?



2. Quali passaggi del testo ricordano termini e locuzioni che appartengono allo Stilnovo?



3. Sottolinea le anafore e commenta l’effetto che esse producono nella lettura ad alta voce (per esempio: lentezza o rapidità; quiete o inquietudine; forte intensità patetica o distacco; solennità o tono informale…).



CONTESTUALIZZARE


4. Perché i cittadini di Pistoia sono perversi (v. 12)? L’esilio accomuna Cino, Petrarca (per il tramite del padre) e anche Dante: confronta le loro esperienze.



5. In altri testi che hai letto i poeti personificano i testi poetici, li invitano ad agire (parlare ai lettori, andare dall’amata, tornare in patria ecc.). In particolare, puoi rileggere Perch’i no spero di Guido Cavalcanti. Confronta quel testo, o altri a tua scelta, con questo sonetto di Petrarca, in particolare con la prima terzina (vv. 9-11).



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  1. per ciascun paese: in ogni paese.
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  3. poi: poiché.
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  5. tutto intese: si adoperò totalmente.
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  7. in farvi … onore: il verso può essere letto anche in un altro modo, spostando una semplice virgola, visto che nei manoscritti medievali la punteggiatura era assente o profondamente diversa da quella attuale, e che quindi quella che si trova nelle edizioni moderne dei testi antichi corrisponde nei fatti a un’interpretazione: invece di in farvi, mentre visse, al mondo onore (nel farvi onore nel mondo mentre era in vita), potremmo infatti rendere il testo così: in farvi, mentre visse al mondo, onore; cioè: nel farvi onore mentre fu al mondo (visse al mondo). Le due letture sono entrambe possibili.
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  9. per me: per quanto mi riguarda.
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  11. acerbo: nel senso di “aspro”.
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  13. contese: negate. Il senso è “prego il mio dolore che non mi impedisca di piangere Cino”.
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  15. sospir’: il termine sospiro deriva dal latino suspirare, ed è composto di sub “sotto” e spirare “soffiare”. Lo incontriamo in questo sonetto (Piangete, donne) e anche, per esempio, in quello Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono («di quei sospiri ond’io nudriva il core»), e in entrambi i casi è associato al cuore. Perché? Nel Medioevo si pensava che la percezione di un piacere stimolasse la produzione di calore e di spiritus, una sostanza volatile che (sempre secondo la fisiologia medievale) scorre nelle arterie, e che calore e spiritus venissero diffusi nelle varie membra del corpo. Al contrario, i dispiaceri, i dolori farebbero muovere questi spiritus verso il centro del corpo, nel cuore, e dal cuore uscirebbero in forma di lacrime o, appunto, di sospiri. Per questo, dice Petrarca, il cuore deve disfogarsi attraverso le une e gli altri. Ma al di là della spiegazione fisiologica, la parola sospiro e l’atto del sospirare sono veri e propri Leitmotiv della poesia italiana dei primi secoli, e li si incontra specialmente in Guido Cavalcanti (il poeta duecentesco più propenso, come abbiamo già visto, a dare una rappresentazione negativa, dolorosa dell’amore) e in Dante (che sul verbo sospirare conclude il più celebre dei suoi sonetti , Tanto gentile: «che va dicendo all’anima: Sospira».
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  17. cortese: nel senso di “prodigo”.
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  19. disfogare: quello dello sfogo è un tema ricorrente dei lamenti funebri. Così Dante nella canzone per la morte di Beatrice: «Ora, s’i’ voglio sfogar lo dolore, / che a poco a poco alla morte mi mena, / convenemi parlar traendo guai» (Li occhi dolenti, vv. 4-6).
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  21. Piangan … versi: le rime e i versi sono personificati e partecipano al dolore di Petrarca (nostro … Cino). Non è un caso perché il defunto è un poeta.
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  23. amoroso: «in quanto poeta d’amore» (M. Santagata).
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  25. novellamente: da poco.
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  27. partito: ancora oggi diciamo “dipartita” per intendere la morte.
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  29. citadin perversi: i pistoiesi, concittadini di Cino, sono definiti perversi forse per averlo esiliato nel 1303.
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  31. e rallegresi: e si rallegra. In italiano antico, a inizio frase o verso, il pronome seguiva obbligatoriamente il verbo, anche in presenza di una congiunzione: si tratta della cosiddetta legge Tobler-Mussafia, dal nome dei due studiosi che la individuarono. Anche il tema del cielo che si rallegra perché un defunto vi giunge ricorre nella poesia di argomento funebre, ed era stato usato per esempio da Dante in Donne ch’avete intelletto d’amore.
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  33. ello: egli, Cino.
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  35. gito: andato.
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