Beppe Fenoglio

I ventitré giorni della città di Alba

Pioggia e la sposa

Il racconto che chiude il libro si intitola Pioggia e la sposa, ed è un capolavoro. Non parla di guerra bensì di un bambino e di una lunga camminata: quella che porta questo bambino, sua zia e un suo cugino seminarista dalla loro casa sulle colline delle Langhe alla casa in cui si sarebbe festeggiato il matrimonio di una conoscente. Sono gli anni Venti del Novecento, non esistono mezzi di trasporto, in campagna non ci sono strade ma solo carrarecce o sentieri in mezzo ai boschi. In più, la mattina in cui i tre devono partire per il loro «pranzo di sposa» (nessuno parla mai del matrimonio, della cerimonia in chiesa, le menti e le volontà sono tutte concentrate su una cosa sola: mangiare e bere gratis, una di quelle cose che allora accadevano, se si aveva fortuna, una volta l’anno), piove a catinelle. A raccontare è la voce di un uomo maturo, che recupera però la prospettiva, la visione (e la pena, già nella prima, splendida frase) di sé stesso bambino.

Fu la peggior alzata di tutti i secoli della mia infanzia. Quando la zia salì alla mia camera sottotetto e mi svegliò, io mi sentivo come se avessi chiusi gli occhi solo un attimo prima, e non c’è risveglio peggiore di questo per un bambino che non abbia davanti a sé una sua festa o un bel viaggio promesso. La pioggia scrosciava sul nostro tetto e sul fogliame degli alberi vicini, la mia stanza era scura come all’alba del giorno. Abbasso, mio cugino stava abbottonandosi la tonaca sul buffo costume che i preti portano sotto la vesta nera e la sua faccia era tale che ancor oggi è la prima cosa che mi viene in mente quando debbo pensare a nausea maligna. Mia zia, lei stava sull’uscio, con le mani sui fianchi, a guardar fuori, ora al cielo ora in terra. Andai semisvestito dietro di lei a guardar fuori anch’io e vidi, in terra, acqua bruna lambire il primo scalino della nostra porta e in cielo, dietro la pioggia, nubi nere e gonfie come dirigibili ormeggiati agli alberi sulla cresta della collina dirimpetto. Mi ritirai con le mani sulle spalle e la zia venne ad aiutarmi a vestirmi con movimenti decisi. Ricordo che non mi fece lavare la faccia. Adesso mio cugino prete stava girandosi tra le mani il suo cappello e dava fuori sguardate furtive, si sarebbe detto che non voleva che sua madre lo sorprendesse a guardar fuori in quella maniera. Ma lei ce lo sorprese e gli disse con la sua voce per me indimenticabile: «Mettiti pure il cappello in testa, ché andiamo. Credi che per un po’ d’acqua voglio perdere un pranzo di sposa?». «Madre, questo non è un po’ d’acqua, questo è tutta l’acqua che il cielo può versare in una volta. Non vorrei che l’acqua c’entrasse in casa con tutti i danni che può fare, mentre noi siamo seduti a un pranzo di sposa». Lei disse: «Chiuderò bene». «Non vale chiuder bene con l’acqua, o madre!». «Non è l’acqua che mi fa paura e non è per lei che voglio chiudere bene. Chiuderò bene perché ci sono gli zingari fermi coi loro cavalli sotto il portico del Santuario. E anche per qualcun altro che zingaro non è, ma cristiano». Allora il prete con tutt’e due le mani si mise in testa il suo cappello nero. Nemmeno lui, nemmeno stavolta, l’aveva spuntata con sua madre, mia zia. Era (perché da anni si trova nel camposanto di San Benedetto e io posso sempre, senza sforzo di memoria vedere sottoterra la sua faccia con le labbra premute) era una piccolissima donna, tutta nera, di capelli d’occhi e di vesti, ma io debbo ancora incontrare nel mondo il suo eguale in fatto di forza d’imperio e di immutabile coscienza del maggior valore dei propri pensieri a confronto di quelli altrui. Figurarsi che con lei io bambino di allora sette anni, avevo presto perduto il senso di quel diritto all’indulgenza di cui fanno tanto e quasi sempre impunito uso tutti i bambini. Devo però ricordare che la zia non mi picchiò mai, nemmeno da principio quando, per non conoscerla ancor bene, non temevo di peccare contro i suoi comandamenti; suo figlio il prete sì, più d’una volta mi picchiò, facendomi un vero male. Non si aveva ombrelli, ce n’era forse uno di ombrelli in tutto il paese. La zia mi prese per un polso e mi calò giù per i gradini fino a che mi trovai nell’acqua fangosa alta alle caviglie, e lì mi lasciò per risalire a chiudere bene. La pioggia battente mi costringeva a testa in giù e mi prese una vertigine per tutta quell’acqua che mi passava grassa1 e pur rapida tra le gambe […].

Mio cugino parlò a sua madre sopra la mia testa: «Forse era meglio che il bambino lo lasciavamo a casa». «Perché? Io lo porto per fargli un regalo. Il bambino non deve avercela con me perché l’ho uscito2 con quest’acqua, perché io lo porto a star bene, lo porto a un pranzo di sposa. E un pranzo di sposa deve piacergli, anche se lui viene dalla città3». Poi disse a me: «Non è vero che sei contento di andarci anche con l’acqua?» ed io assentii chinando il capo. Più avanti, la pioggia rinforzava ma non poteva farci più danno a noi ed ai nostri vestiti di quanto non n’avesse già fatto, io domandai cauto alla zia dov’era la casa di questa sposa che ci dava il pranzo. «Cadilù4», rispose breve la zia, e io trovai barbaro il nome di quel posto sconosciuto come così barbari più non ho trovati i nomi d’altri posti barbaramente chiamati. La zia aveva poi detto: «Prendiamo per i boschi». Scoccò il primo fulmine, detonando così immediato e secco che noi tre ristemmo come davanti a un improvviso atto di guerra. «Comincia proprio sulle nostre teste», disse il prete rincamminandosi col mento sul petto. Dal margine del bosco guardando giù al piano si vedeva il torrente straripare, l’acqua scavalcava la proda come serpenti l’orlo del loro cesto. A quella vista mio cugino mise fuori un gran sospiro, la zia scattò la testa a guardarlo ma poi non gli disse niente, diede invece uno strattone al mio polso. Lassù i lampi s’erano infittiti, in quel fulminio noi arrancavamo per un lucido sentiero scivoloso. Per quanto bambino, io sapevo per sentito dire da mio padre che il fulmine è più pericoloso per chi sta o si muove sotto gli alberi, cosi incominciai a tremare ad ogni saetta, finii col tremare di continuo, e i miei parenti non potevano non accorgersene attraverso i polsi che sempre mi tenevano. Dopo un tuono, la zia comandò a suo figlio: «Su, di’ una preghiera per il tempo, una che tenga il fulmine lontano dalle nostre teste». Io m’atterrii quando il prete le rispose gridando: «E che vuoi che serva la preghiera!». mettendosi poi a correr su per il sentiero, come scappando da noi. «Figlio!» urlò la zia fermandosi e fermandomi: «Adesso sì che il fulmine cadrà su noi! Io lo aspetto, guardami, e sarai stato tu…!». «Nooo, madre, io la dirò!» gridò lui tornando a salti giù da noi, «la dirò con tutto il cuore e con la più ferma intenzione. E mentre io la dico tu aiutami con tutto lo sforzo dell’anima tua. Ma …» balbettava, «io non so che preghiera dire … che si confaccia …». Lei chiuse gli occhi, alzò il viso alla pioggia e a bassa voce disse come a se stessa: «Il Signore mi castigherà, il Signore mi darà l’inferno per l’ambizione che ho avuta di metter mio figlio al suo servizio e il figlio che gli ho dato è un indegno senza fede che non crede nella preghiera e così nemmeno sa le preghiere necessarie». Poi gli gridò: «Recita un pezzo delle rogazioni5» e si mosse trascinandomi. Dietro ci veniva il prete con le mani giunte e pregando forte in latino, ma nemmeno io non credevo al buon effetto della sua preghiera, perché la sua voce era piena soltanto di paura, paura soltanto di sua madre. E lei alla fine gli disse: «Se il fulmine non ci ha presi è perché di lassù il Signore ha visto tra noi due questo innocente», e suo figlio chinò la testa e le mani disintrecciate andarono a sbattergli contro i fianchi. Eravamo usciti dal bosco e andavamo incontro alle colline, ma il mio cuore non s’era fatto men greve, perché quelle colline hanno un aspetto cattivo anche nei giorni di sole. Da un po’ di tempo la zia mi fissava la testa, ora io me la sentivo come pungere dal suo sguardo frequente. Non reggendoci più alzai il viso al viso di mia zia, e vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri. Allora mi sentii dentro un po’ di calore ed insieme una voglia di piangere. Un po’ piansi, in silenzio, da grande, dovevo solo badare a non singhiozzare, per il resto l’acqua irrorava la mia faccia. La zia disse a suo figlio: «Togliti il cappello e daglielo a questo povero bambino, mettiglielo tu bene in testa». Era chiaro che lui non voleva, e nemmeno io volevo, ma la zia disse ancora: «Mettigli il tuo cappello, la sua testa è la più debole e ho paura che l’acqua arrivi a toccargli il cervello». Doveva ancor finir di parlare che io vidi tutto nero, perché il cappello m’era sceso fin sulle orecchie, per la larghezza e per il gesto maligno del prete. Me lo rialzai sulla fronte e mi misi a guardar nascostamente mio cugino: si ostinava a ravviarsi i capelli che la pioggia continuamente gli scomponeva, poi l’acqua dovette dargli un particolare fastidio sul nudo della chierica6 perché trasportò là una mano e ce la tenne. Diceva: «A quanto vedo, siamo noi soli per strada. Non vorrei che lassù trovassimo che noi soli ci siamo mossi in quest’acqua per il pranzo, e la famiglia della sposa andasse poi a dire in giro che il prete e sua madre hanno una fame da sfidare il diluvio». E la zia, calma: «Siamo soli per questa strada perché del paese hanno invitato noi soli. Gli altri vanno a Cadilù dalle loro case sulle colline. Ricordati che dovrai benedire il cibo». Gli ultimi lampi, io li avvertivo per il riflesso giallo che si accendeva prima che altrove sotto l’ala nera del cappello del prete, ma erano lampi ormai lontani e li seguiva un tuono come un borborigmo7 del cielo. Invece la pioggia durava forte. Poi la zia disse che c’eravamo, che là era Cadilù, e io guardai alzando gli occhi e il cappello. Vidi una sola casa su tutta la nuda collina. Bassa e storta, era di pietre annerite dall’intemperie, coi tetti di lavagna8 caricati di sassi perché non li strappi il vento delle colline, con un angolo tutto guastato da un antico incendio, con un’unica finestra e da quella spioveva foraggio9. Chi era l’uomo che di là dentro traeva la sua sposa? E quale poteva essere il pranzo nuziale che avremmo consumato fra quelle mura? Ci avvicinavamo e alla porta si fece una bambina a osservar meglio chi veniva per dare poi dentro l’avviso: stava all’asciutto e rise forte quando vide il bambino vestito da città10 arrivare con in testa il cappello del prete. Fu la prima e la più cocente vergogna della mia vita quella che provai per la risata della bambina di Cadilù, e mi strappai di testa il cappello, anche se così facendo scoprivo intero il mio rossore, e malamente11 lo restituii al prete.

Pioggia e la sposa: non altro che questo mi balzò dalla memoria il giorno ormai lontano in cui da una voce sgomenta seppi che mio cugino, il vescovo avendolo destinato a una chiesa in pianura e sua madre non potendovelo seguire, una volta solo e lontano dagli occhi di lei, s’era spretato, e lassù in collina mia zia era subito morta per lo sdegno.

LA PIOGGIA, IL «PRANZO DI SPOSA»  Pioggia, pioggia e altra pioggia. Se si chiudono gli occhi e si ripensa a ciò che si è appena letto è questa l’impressione che resta scolpita nella mente: un mondo freddo e bagnato attraverso il quale il bambino protagonista (che non sappiamo se sia o non sia l’autore: sappiamo solo che “viene dalla città” e che potrebbe essere orfano) viene trascinato contro la propria volontà. All’inizio il lettore non capisce, è confuso, proprio com’è confuso il ragazzino che viene buttato giù dal letto. Perché questa tortura? (Svegliarsi presto è una di quelle cose che pesano sempre di meno, a mano a mano che s’invecchia, ma da bambini è un vero castigo). Poi la risposta arriva, ovvero l’autore fa in modo che la risposta arrivi attraverso il dialogo: la zia lo fa per il suo bene: perché non abbia poi il rammarico di essersi perso un «pranzo di sposa», cioè una mangiata gratis.

QUASI UN RACCONTO “VERISTA”  Ma la verità è che il racconto non parla di questo. Ovvero: questo è solo il pretesto per il colpo di scena finale (le ultime cinque righe, formulate in un unico periodo), che ha l’effetto di costringere il lettore a guardare sotto una luce diversa le pagine che ha letto sino a quel momento. In certa misura, e fino a un certo punto, Pioggia e la sposa è cioè un racconto che potremmo definire “verista”, che documenta un frammento della vita della povera gente nel Piemonte del periodo tra le due guerre. Questo quadro d’ambiente, nel racconto, c’è, e contiene dettagli colti e descritti con grande finezza. Ecco un mondo senza carri o cavalli per spostarsi da un luogo all’altro, e senza ombrelli; un mondo nel quale la massima ambizione, per una famiglia povera, è “sistemare” un figlio in seminario, farlo studiare («Il Signore mi castigherà, il Signore mi darà l’inferno per l’ambizione che ho avuta di metter mio figlio al suo servizio»); un mondo in cui uomini e animali vivono negli stessi miserabili ambienti.

LA CARATTERIZZAZIONE PSICOLOGICA DEI PERSONAGGI  Perfetta è anche la caratterizzazione psicologica dei personaggi. Il bambino che guarda e capisce solo a metà ciò che sta succedendo, ma si astiene dal giudicare o dal lamentarsi, e si limita a piangere in silenzio; il giovane prete, che, succube della madre, sembra scaricare la sua rabbia e il suo astio soprattutto sul bambino («vidi tutto nero, perché il cappello m’era sceso fin sulle orecchie, per la larghezza e per il gesto maligno del prete», ); ma soprattutto la madre, che è uno strano miscuglio di asprezza, sollecitudine quasi materna («Togliti il cappello e daglielo a questo povero bambino», ), superstizione («Su, di’ una preghiera per il tempo, una che tenga il fulmine lontano dalle nostre teste»): insomma, in embrione, un ottimo personaggio da romanzo (splendido, tra l’altro, l’inciso alle in cui l’io narrante dice di poter «sempre, senza sforzo di memoria vedere sottoterra la sua faccia con le labbra premute», come se quella smorfia di determinazione fosse stata per la zia un’attitudine naturale, nata con lei e destinata a restarle appiccicata per l’eternità).

UN DRAMMA PSICOLOGICO  Ma Pioggia e la sposa è soprattutto un dramma psicologico che si svolge sotto i nostri occhi senza che noi quasi ce ne rendiamo conto: perché concentriamo la nostra attenzione su quelli che sembrano essere i due protagonisti, la zia e l’io narrante, mentre tralasciamo il cugino seminarista, assecondati in questo, ovviamente, dal narratore, che di lui dice molto poco. Il cugino non vorrebbe mettersi in cammino, con tutta quella pioggia; non vorrebbe portarsi dietro il cuginetto, e soprattutto non vorrebbe cedergli il suo cappello; non vorrebbe pregare, perché in fondo non crede alla virtù della preghiera. Ma deve fare tutto questo, perché a comandare non è lui bensì la madre. Giunti alla casa dove ci sarà il «pranzo di sposa», ci aspetteremmo di entrare, di fare la conoscenza degli sposi e degli altri invitati. Invece Fenoglio ci lascia sulla soglia e fa un salto nello spazio e nel tempo: tutto ciò che ha raccontato sin qui non è altro che un flash, un’immagine che gli «balzò dalla memoria» il giorno in cui seppe che suo cugino – assegnato a una diocesi lontana – si era spretato, e che sua zia era morta subito per la vergogna. Questo, insomma, è il fatto, l’evento tragico che rappresenta il succo del racconto: ma è un evento che nella memoria dell’autore – quasi come per metonimia (la causa per l’effetto) – risveglia la storia, l’esperienza infantile che rappresenta, per così dire, la “stoffa” di cui è fatto il racconto. Ed è appunto l’incontro tra due cose così distanti e insieme così misteriosamente collegate – la traversata delle colline sotto la pioggia, da bambino, e la decisione del cugino di spretarsi, decisione che uccide la madre – a rendere così bello e poetico questo racconto. 

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Più fili si intrecciano nella trama del racconto: la vicenda del bambino (è orfano, è ospite?), il rapporto tra madre e figlio, il viaggio sotto la pioggia, la condizione generale di questa famiglia. Riassumi il racconto concentrandoti in particolare su questi suoi aspetti.

ANALIZZARE

2. Fenoglio è un maestro nell’uso della similitudine. Scegline una e commentala.

3. Scrive Fenoglio: «Chi era l’uomo che di là dentro traeva la sua sposa? E quale poteva essere il pranzo nuziale che avremmo consumato fra quelle mura?». Chi è, a tuo avviso, che formula questi pensieri? Il bambino protagonista del racconto o l’autore maturo che ripensa a quella vicenda?

INTERPRETARE

4. Buona parte della bellezza del racconto sta nel colpo di scena finale. In che consiste questo colpo di scena? In che modo influisce sull’interpretazione dell’intero racconto?

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  1. grassa: densa.

  2. l’ho uscito: l’ho fatto uscire (improprietà tipica dell’italiano popolare, che qui ricalca il dialetto piemontese, che suonerebbe l’ai surtilu, “l’ho fatto uscire”, appunto).

  3. lui viene dalla città: evidentemente il bambino è originario non delle campagne ma di una città, che sarà Alba.

  4. Cadilù: è il nome di una collina nella valle di San Benedetto, nella regione delle Langhe, tra Piemonte e Liguria.

  5. rogazioni: preghiere che venivano recitate durante le processioni, per invocare la benedizione divina sui raccolti.

  6. chierica: la rasura tonda che veniva fatta sulla testa degli ecclesiastici, come segno di appartenenza alla Chiesa.

  7. borborigmo: borbottio (ma letteralmente è il brontolio che fa lo stomaco per accumulo di gas).

  8. lavagna: roccia fatta a scisti, cioè a strati paralleli, che si usava (e ancora si usa, in montagna) per i tetti delle case.

  9. da quella spioveva foraggio: ne veniva fuori il fieno per gli animali: segno che uomini e animali vivevano sotto le stesso tetto (come accadeva spesso fino a non molti decenni fa, nelle campagne). Ma segno, soprattutto, che il pranzo che ci si può aspettare non sarà davvero luculliano.

  10. il bambino vestito da città: il narratore, che ha abiti poco adatti alla campagna e in testa il cappellone del prete, e perciò fa ridere la bambina.

  11. malamente: con malagrazia.