Lorenzo Valla

Elegantiae linguae latinae

«Più splendida di ogni seta»: il latino classico visto dagli umanisti

Il proemio al primo libro delle Eleganze, scritto nel 1441, spiega la ragion d’essere del trattato.

Quando, come spesso mi avviene, vo meco1 stesso considerando le imprese dei popoli e dei re, mi accorgo che i nostri antenati hanno superato tutti gli altri non solo per la dilatazione del dominio, ma anche nella diffusione della lingua. I Persiani, i Medi, gli Assiri, i Greci2 e altri molti hanno fatto conquiste in lungo e in largo; gli imperi di alcuni, anche se inferiori per estensione a quello romano, sono stati molto più duraturi. Eppure nessuno diffuse la propria lingua quanto i nostri Romani che, per tacere di quei lidi d’Italia detti una volta Magna Grecia3, della Sicilia, che fu anch’essa greca, e di tutta l’Italia, quasi dovunque in occidente, e in gran parte del settentrione e dell’Africa, resero famosa e quasi regina in breve tempo la lingua di Roma, detta latina dal Lazio, dove è Roma; e, per quel che riguarda le provincie, la offrirono agli uomini come ottima messe per fare sementa4. Opera, questa, molto più illustre e molto più preziosa della propagazione stessa dell’impero. Quelli, infatti, che estendono il dominio sogliono essere molto onorati e vengono chiamati “imperatori”5; ma coloro che hanno beneficato l’umanità sono celebrati con lode degna non di uomini ma di dei, perché non hanno provveduto soltanto alla grandezza e alla gloria della propria città, ma anche al vantaggio e al riscatto dell’umanità intera. Se dunque i padri nostri superarono gli altri nelle imprese belliche e per meriti molto numerosi, nella diffusione della loro lingua furono superiori a se stessi, e, abbandonato quasi l’impero quaggiù sulla terra, raggiunsero in cielo il consorzio degli dei6.

[... Fu la lingua latina] ad insegnare loro ottime leggi; fu essa ad aprir loro la strada ad ogni sapienza; fu essa infine a liberarli dalla barbarie. Perciò qual giusto estimatore di beni mai non preferirà coloro che si resero illustri nel culto delle sacre lettere a quanti lo furono conducendo orribili guerre? […] E per quel che si può congetturare, questa fu, per così dire, la fonte di tanto successo. Innanzitutto, i nostri maggiori7 coltivavano mirabilmente ogni genere di studi, di modo che non poteva eccellere nemmeno nelle armi chi non era egregio nelle lettere: e questa era non piccola spinta all’emulazione anche per gli altri. In secondo luogo, offrivano premi insigni ai maestri delle lettere. Infine, esortavano tutti i cittadini delle provincie a parlare romano, così in provincia come a Roma. E questo basti, a proposito del paragone fra la lingua latina e l’impero romano. L’uno già da tempo genti e nazioni scalzarono come sgradevole soma8; l’altra considerarono più soave di ogni nettare, più splendida di ogni seta, più preziosa d’ogni oro e di ogni gemma, e la conservarono presso di sé gelosamente come un dio disceso dal cielo. Grande è dunque il mistero sacro della lingua latina! grande senza dubbio la sua divina potenza! E tale lingua presso gli stranieri, presso i barbari, presso i nemici viene custodita piamente e religiosamente da così tanti secoli che noi Romani non dobbiamo dolerci ma rallegrarci e gloriarci dinanzi all’intero mondo che ci ascolta. Perdemmo, Romani, perdemmo, è vero, il regno e il potere, anche se non per colpa nostra, ma a causa dei tempi: eppure con questo più splendido dominio noi continuiamo a regnare in tanta parte del mondo. Nostra è l’Italia, nostra la Gallia, nostra la Spagna, la Germania, la Pannonia, la Dalmazia, l’Illirico e molte altre nazioni9; poiché l’impero romano è dovunque impera la lingua di Roma […]. Ma il dolore mi impedisce di parlare ancora e mi strazia e mi costringe al pianto, vedendo da quale altezza e quanto in basso sia caduta questa facoltà. Infatti [...] da secoli nessuno più parla latino e neppure intende, leggendo, le opere latine. Gli studiosi di filosofia non intendono i filosofi, gli avvocati non intendono gli oratori, i legulei i giuristi, gli altri né hanno compreso né comprendono i libri degli antichi: come se, perso l’impero romano, non convenga più né la lingua né la cultura latina; così hanno permesso che la muffa e la ruggine sciupassero il fulgore antico della pura lingua latina10 [...]. Comunque, quanto più furono sterili e tristi i tempi andati, in cui non si trovò neppure un dotto, tanto maggiormente dobbiamo compiacerci con l’epoca nostra nella quale, se ci sforzeremo un poco di più, io confido che presto restaureremo, ben più che la città, la lingua di Roma e, con essa, tutte le discipline. Perciò, dato il mio amore per la patria, anzi per tutta l’umanità, e data la grandezza dell’impresa, voglio, quasi dalla tribuna oratoria, esortare e invocare tutti gli amanti dell’eloquenza e, come suol dirsi, suonare a battaglia.

RECUPERARE LA LINGUA DEI PADRI  Il proemio di Valla alle Eleganze vuole incitare l’intera comunità degli studiosi a una missione di recupero della lingua di Roma, e per farlo riprende alcuni motivi molto cari agli umanisti: quello della lingua e della letteratura che producono progresso civile, quello della gloria e della fama, quello della grandezza romana e della decadenza medievale, quello della rinascita dell’antica perfezione. L’umanista comincia riflettendo sul fatto che l’ampliamento dell’impero romano si è accompagnato a un’eccezionale espansione della lingua latina. Ciò lo induce a un confronto tra lettere e armi, sapienza e violenza, cultura e dittatura, risolto ovviamente a favore delle prime: lettere, sapienza e cultura. Perduto l’impero politico e militare, che era stato una «sgradevole soma», cioè un peso odioso, per i popoli sottomessi da Roma, resta il «più splendido dominio» del latino. I romani avevano favorito pubblicamente, con ogni mezzo, l’espansione della loro lingua e – suggerisce il Valla – rappresentano anche per questo un esempio da seguire; i popoli sottomessi hanno poi conservato come sacro il latino perché ha trasmesso loro un inestimabile patrimonio di conoscenze.

CHE COSA VOGLIONO GLI UMANISTI  Tuttavia, la lingua in cui fiorirono le più varie discipline è quasi morta, al pari delle belle arti. La polemica contro lo stile gotico è diffusissima tra gli artisti rinascimentali, ed è parallela a quella condotta dagli scrittori contro la lingua e i testi medievali. È una polemica un po’ ingenerosa, perché nega i valori estetici e culturali della pittura, scultura e architettura dei secoli anteriori al Trecento, ma è del tutto comprensibile e proficua perché accompagna le geniali ricerche di intere generazioni di artisti affascinati dalle meraviglie dell’arte classica, e capaci di tornare a produrle in proprio, in un percorso che conduce da Giotto a Michelangelo. Come le arti si risollevano ai sommi risultati degli antichi, dunque, così deve accadere per il latino. In un’epoca ricca di letterati impegnati su questo fronte, e che hanno l’occasione di guadagnarsi la stessa gloria semidivina che già gli antichi meritarono, Valla è fiducioso circa la possibilità che questa impresa possa avere successo.

UNA CONSEGUENZA NON PREVISTA  Di fatto, l’impresa ebbe successo, ma ebbe anche un imprevisto effetto collaterale: sostituì una lingua in parte ancor viva e perciò esposta al cambiamento e capace di adattarsi nel tempo, com’era il latino medievale, con una lingua splendida, sì, ma morta da più di mille anni, come fu il latino umanistico. Ad avvantaggiarsi di questa trasformazione fu la lingua volgare, sempre più in grado di occupare spazi che per secoli erano stati appannaggio esclusivo del latino: non solo quelli della poesia e della narrativa, ma anche quelli della trattatistica e della storiografia (il più grande prosatore del primo Cinquecento, Machiavelli, scriverà in volgare sia il Principe sia i Discorsi), e perfino, piano piano, quelli dei documenti ufficiali emanati dalle autorità pubbliche.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Quali meriti attribuisce Valla al popolo romano?



2. Lo scopo fondamentale di questo proemio è incitare gli studiosi a una missione di recupero: in quale punto Valla esplicita tale intento?



ANALIZZARE


3. Valla contrappone le conquiste militari alle incruente conquiste della cultura: quali tra le due, a suo parere, meritano di essere considerate più importanti?



4. «Perdemmo, Romani, perdemmo…»: di quale figura retorica si tratta? Quale funzione ha nel discorso di Valla?



INTERPRETARE


5. Esaltando la classicità, Valla sminuisce i meriti culturali degli uomini del Medioevo. Scrivi un testo argomentativo che smentisca (o perlomeno attenui) il severo giudizio di Valla.



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  1. meco: con me; fra me.
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  3. I Persiani … i Greci: elenca i principali imperi mediorientali dell’antichità (con i greci allude probabilmente ad Alessandro Magno).
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  5. Magna Grecia: l’Italia Meridionale, dove la civiltà ellenica fiorì prima di quella romana.
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  7. messe per fare sementa: raccolto di chicchi da usare per seminare nuove piante, cioè un patrimonio linguistico capace di far nascere e crescere altra cultura.
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  9. imperatori: in origine, i generali vittoriosi.
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  11. dei: secondo l’antica teoria dell’evemerismo, gli dèi non sono altro che esseri umani che per i loro meriti eccezionali sono stati divinizzati nelle credenze dei posteri.
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  13. maggiori: antenati.
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  15. L’uno ... soma: i popoli e le nazioni si sono liberati del peso dell’impero romano (mentre hanno conservato con zelo e con amore la lingua latina).
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  17. Nostra … Illirico: rassegna dei paesi europei in cui la lingua di cultura era ancora il latino, in gran parte dei quali si parlano lingue neolatine o romanze, ossia derivate dal latino; la Gallia è la Francia, la Pannonia corrisponde grossomodo all’Ungheria, l’Illirico ai Balcani occidentali.
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  19. Gli studiosi ... latina: l’esagerazione polemica della decadenza culturale contemporanea sembra contraddire le affermazioni di poco sopra, sull’immortale culto del latino presso i popoli che lo hanno conosciuto. Si noti inoltre il ricorrere delle stesse immagini (muffa, ruggine) utilizzate dal Bracciolini per evocare lo stato di abbandono in cui versavano i testi di Quintiliano.
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