Aleksandr Sergeevič Puškin

La figlia del capitano

Pugacëv risparmia la vita a Pëtr

Pugacëv, il capo dei cosacchi, è un personaggio realmente esistito, che tra il 1774 e il 1775 aveva guidato un’insurrezione contadina contro il governo russo, sulla quale Puškin aveva condotto approfondite ricerche storiche. Sanguinario e violento, aveva seminato il terrore nell'Impero zarista, conquistando molti avamposti di confine e riuscendo più volte a sfuggire alla cattura, prima di essere arrestato e impiccato dai russi.
Nel quarto capitolo del romanzo, dopo una sanguinosa battaglia, Pugacëv conquista la fortezza Belogórskaja, fa impiccare il comandante, sua moglie e molti generali. Inaspettatamente, però, risparmia la vita di Pëtr, che viene invitato a presentarsi al suo cospetto.

Cominciava a imbrunire quando giunsi a casa del comandante […]. Mi si presentò un quadro insolito: intorno alla tavola, coperta da una tovaglia e apparecchiata con caraffe e bicchieri, stavano seduti Pugacëv e una decina di capi cosacchi, con il cappello e le camicie variopinte, riscaldati dal vino, con i musi rossi e gli occhi luccicanti. Tra di loro non c’erano né Švàbrin né il nostro sergente cosacco, i traditori dell’ultima ora.



«Vostra nobiltà!» disse Pugacëv vedendomi. «Benvenuto; accomodatevi, di grazia» [...].



Pugacëv era seduto a capotavola, con i gomiti sul tavolo, e sosteneva la barba nera con il suo grosso pugno. I tratti del suo viso, regolari e piuttosto gradevoli, non facevano pensare a nulla di sanguinario. Si rivolgeva spesso a un uomo sulla cinquantina chiamandolo ora conte, ora Timoféič, e ora apostrofandolo djàdjuška1. Si trattavano tutti da compagni e non portavano nessun particolare rispetto al loro condottiero. Il discorso verteva sull’assalto del mattino, sul successo della rivolta e sulle azioni future. Ognuno si vantava, proponeva le proprie idee e liberamente discuteva il pensiero di Pugacëv. E a quello strano consiglio di guerra fu deciso di marciare su Orenbùrg: una mossa audace, e che per poco non fu coronata da un successo rovinoso!2 La marcia fu fissata per il giorno successivo.



«Be’, fratelli» disse Pugacëv «intoniamo prima di dormire la mia canzone preferita. Čumakóv, comincia!»



Il mio vicino intonò con una vocina sottile una malinconica canzone da barcaioli e tutti risposero in coro:



  Non fare rumore, madre verde selva di querce,
  non impedire a me buon giovane di pensare pensieri.
  Che domani a me buon giovane tocca andare a rispondere
  davanti al minaccioso giudice, allo zar.
  Allora comincerà lo zar imperatore a farmi domande:
  «Tu dimmi, dimmi, bambino figlio di contadini,
  con chi è che hai rubato, con chi hai fatto del male,
  ce n’erano molti altri con te di compagni?»
  «Ti dirò, speranza, zar ortodosso,
  in tutta verità ti dirò, in tutta sincerità,
  che di compagni ne avevo quattro:
  il mio primo compagno è la notte buia
  e il mio secondo compagno è il coltello d’acciaio forbito
  e come terzo mio compagno il mio buon cavallo,
  e il quarto mio compagno è l’arco teso
  e i miei messaggeri le frecce incandescenti.»
  Risponde lo zar ortodosso nostra speranza:
  «Gloria a te, bambino figlio di contadini,
  che hai saputo rubare e hai saputo dar risposta!
  Io a te, bambino, offrirò
  in mezzo al campo un grande palazzo di legno
  fatto di due pali e una traversa.»



Impossibile raccontare che effetto produsse su di me questa canzone popolare sulla forca cantata da uomini alla forca condannati. Le loro facce minacciose, le voci armoniose, l’espressione malinconica che davano alle parole già così espressive: tutto mi turbò suscitando in me un senso di orrore poetico.



Gli ospiti bevvero ancora un bicchiere per uno, si alzarono da tavola e salutarono Pugacëv. Volevo seguirli, ma Pugacëv mi disse: «Siediti; voglio parlare con te.»



Restammo a quattr’occhi.



Per alcuni minuti si protrasse il nostro silenzio. Pugacëv mi guardava fisso, di tanto in tanto strizzando l’occhio sinistro con una sorprendente espressione di inganno e derisione. Finalmente, si mise a ridere, con un’allegria talmente spontanea che io, guardandolo, mi mise a ridere, senza neanche sapere il perché.



 «Ebbene, vostra nobiltà?» mi disse. «Ti sei preso fifa, confessa, quando i miei ragazzi ti hanno infilato il cappio al collo? Davvero, te la devi essere vista brutta […]. Be’, non so se hai pensato, vostra nobiltà, che la persona che ti ha tirato fuori dalla bufera era il gran sovrano in persona?» In quel momento assunse un’aria solenne e misteriosa. «Sei fortemente colpevole davanti a me» continuò «ma io ti ho graziato per la tua buona azione, perché mi hai fatto un favore quando ero costretto a nascondermi dai miei nemici. Ma ne vedrai delle belle! Quando riceverò il mio Stato, ti ricompenserò ancora meglio! Prometti di servirmi con impegno?»



La domanda del brigante e la sua arroganza mi sembravano tanto divertenti, che non potei fare a meno di sorridere.



«Di che cosa sorridi?» mi domandò accigliato. «O non ci credi, che sono il gran sovrano? Rispondi chiaro.»



Mi agitai; di riconoscere sovrano il vagabondo non ero in condizione: mi sembrava un atto di imperdonabile codardia. Dirgli in faccia che era un imbroglione voleva dire espormi alla morte; e ciò a cui ero pronto sotto la forca al cospetto di tutto il popolo e al primo accesso di indignazione, ora mi sembrava un’inutile spacconata. Esitai. Pugacëv aspettava cupo la mia risposta. Infine (e ancora oggi è con soddisfazione che ricordo quell’attimo) il senso del dovere trionfò in me sulla debolezza umana. Risposi a Pugacëv:



«Senti: ti dirò tutta la verità. Giudica tu, come posso riconoscerti sovrano? Sei una persona che le cose le capisce: vedresti tu stesso che fingo.»



«Chi sono io, secondo la tua opinione?»



«Dio lo sa; ma chiunque tu sia, stai facendo un gioco pericoloso.»



Pugacëv mi lanciò un’occhiata rapida.



«Allora non credi» disse «che io sono il sovrano Pëtr Fëdorovič? Va bene. Ma non sono i coraggiosi a vincere? [...] Servimi in fede e verità e io ti farò feldmaresciallo3 e principe. Che ne pensi?»



«No» risposi io recisamente. «Sono nobile di nascita; ho prestato giuramento alla sovrana imperatrice: non posso servire te. Se tu davvero vuoi il mio bene, lasciami andare a Orenbùrg.»



Pugacëv si mise a pensare.



«E se ti lascio andare» disse «mi prometti almeno di non combattere contro di me?»



«Come posso prometterti questo?» risposi. «Sai bene che non dipende da me: se mi ordinano di marciare contro di te, ci vado, non c’è nulla da fare. Ora tu stesso sei un capo; tu stesso pretendi sottomissione dai tuoi. Cosa si penserebbe se mi rifiutassi di prestare servizio, dal momento che il mio servizio è necessario? La mia testa è in tuo potere: se mi lasci andare, grazie; se mi uccidi, Dio ti è giudice; io, comunque, ho detto la verità.»



La mia sincerità colpì Pugacëv.



«E sia» disse dandomi una pacca sulla spalla «Se si condanna, si condanna, se si grazia, si grazia. Vattene per il mondo e fai quello che vuoi. Domani vieni a dirmi addio, e ora vai a dormire, mi si piega la testa dal sonno».



Lasciai Pugacëv e uscii in strada. La notte era silenziosa e gelida. La luna e le stelle brillavano limpide illuminando la piazza e la forca.







(traduzione di Bruno Osimo, Mondadori 2012)

EROISMO E SPACCONATE   Pëtr, nobile di nascita, dovrebbe provare disprezzo verso un ribelle come Pugacëv, eppure qualcosa in lui lo attrae. I cosacchi, dal suo punto di vista, hanno usanze decisamente barbariche: indossano abiti insoliti, fanno bagordi vicino ai cadaveri degli impiccati e sono incapaci di dominare il linguaggio formale, come quando chiamano Pëtr «Vostra nobiltà» e poi gli danno del tu. Ma i loro modi sono tutt’altro che incivili: si rivolgono l’uno all’altro chiamandosi fratelli e si trattano da pari a pari, discutendo liberamente anche le opinioni del loro capo. Lo stesso Pugacëv, che la storiografia tradizionale rappresentava come un criminale dissoluto, ha un volto dai lineamenti regolari che non mostra «nulla di sanguinario». Pëtr si emoziona ascoltando la canzone cosacca che evoca i valori condivisi dalla comunità (con l’atto eroico del giovane che, anche di fronte alla forca, non tradisce i suoi compagni), e prova – dice – un senso di «orrore poetico». Puškin evoca qui quel sentimento che poeti e filosofi di fine Settecento avevano definito “sublime”, ovvero un sentimento di terrore ed entusiasmo provocato da una bellezza tanto smisurata da incutere spavento. Pëtr ha dunque qualcosa dell’eroe byroniano, romantico: un tratto che però viene subito smorzato dall’ironia di Puškin. Messo alle strette, infatti, Pëtr ammette di non aver alcuna intenzione di rischiare la vita per nulla: l’eroismo, a pensarci bene, gli appare più che altro «un’inutile spacconata».

I VALORI DEI COSACCHI   Fortunatamente per Pëtr, comunque, non ci sarà bisogno di atti eroici per ottenere la grazia di Pugacëv. Si scopre infatti che il mendicante a cui Pëtr ha regalato la sua pelliccia all’inizio del romanzo era Pugacëv in persona, che può adesso ripagare il suo debito di riconoscenza risparmiando la vita del giovane.
I due nemici restano così ambiguamente legati da un sentimento più forte delle ragioni militari che li hanno messi l’uno contro l'altro. E il romanzo finisce bene: l’esercito russo sconfigge i ribelli, Pëtr si riconcilia con i suoi genitori e sposa finalmente Màr’ja. Tuttavia il lieto fine resta come funestato da un’ombra, un senso di ingiustizia che il giovane avverte nei confronti dello sconfitto Pugacëv: è come se i due personaggi, divisi dalle ragioni storiche e politiche del loro tempo, fossero oscuramente accomunati dalla condivisione di valori più arcaici e in fondo più umani, come la riconoscenza, il rispetto dovuto dall’ospite, la fedeltà alla parola data. Abbi cura dell'onore fin da giovane, recita il proverbio russo che si legge in epigrafe al romanzo: Pëtr deve però scoprire da solo in che cosa consista questo onore, che certo non coincide semplicemente con il suo buon nome di soldato e con la fedeltà dovuta allo zar.

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Nella seconda parte del brano, Pugacëv mette alla prova Pëtr con una domanda insidiosa: «Di che cosa sorridi? [...] O non ci credi, che sono il gran sovrano? Rispondi chiaro.» Come se la cava Pëtr?



2. Perché Pugacëv ha stima di Pëtr, e decide di risparmiarlo?



3. Noi vediamo Pugacëv anche attraverso i personaggi che lo circondano: che cosa pensano di lui? Che ritratto ne viene fuori?



INTERPRETARE


4. Pëtr prova dei sentimenti ambivalenti nei confronti dei ribelli: «tutto mi turbò suscitando in me un senso di orrore poetico». Che cosa lo impaurisce e che cosa invece lo affascina?



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  1. djàdjuška: nomignolo affettuoso (alla lettera “zietto”).
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  3. marciare... rovinoso!: è un’anticipazione di quanto accadrà successivamente: l’attacco dei cosacchi alla fortezza di Orenbùrg verrà infatti sventato.
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  5. feldmaresciallo: uno dei gradi più alti dell’esercito.
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