Bernart de Ventadorn

Quando vedo l’allodola

Quando vedo l’allodola

La poesia d’amore (come oggi le canzoni d’amore) è spesso poesia che parla non dell’amore concesso ma dell’amore negato, e della disperazione che la negazione, il rifiuto generano nell’amante (che di solito è un amante maschio: benché nella tradizione provenzale esistano anche alcune poetesse). Altrettanto tradizionale è il motivo del paragone/contrasto tra il proprio stato d’animo (amareggiato, deluso) e lo splendore della natura che rinasce in primavera. L’uno e l’altro motivo sono al centro della più celebre canzone di Bernart de Ventadorn.

Quando vedo l’allodola muovere
per la gioia le sue ali verso il sole,
e dimenticarsi di sé e lasciarsi cadere
per la dolcezza che le giunge al cuore
ah! provo così tanta invidia
per tutto quello che vedo gioire
che mi meraviglio se subito
il cuore non si consuma di desiderio.

Ahimè! pensavo di sapere così tanto
dell’amore e ne so così poco!
Non posso impedirmi di amare
quella lì da cui non otterrò mai nulla.
Mi ha tolto il cuore, mi ha tolto me stesso,
se stessa e tutto il mondo
e quando mi ha tolto se stessa, non mi lasciò nulla
se non il desiderio e un cuore anelante1.

Non ebbi più potere su di me
e non fui padrone di me da quando
mi lasciò guardare nei suoi occhi
in uno specchio2 che mi piace tanto.
Specchio, da quando mi specchiai in te,
i sospiri profondi mi hanno ucciso,
e mi persi come si perse
il bel Narciso3 nella fonte.

Non ho più speranza nelle donne;
non mi fiderò più di loro;
prima le esaltavo,
ora le rinnegherò.
Poiché vedo che nessuna mi soccorre
da lei che mi distrugge e mi annienta,
tutte le temo e diffido di tutte, perché so che sono tutte uguali.

In questo è proprio una femmina
la mia donna, e io glielo rimprovero:
non vuole ciò che è giusto volere,
e fa quello che le si vieta.
Sono caduto in disgrazia,
e ho fatto come il folle sul ponte4
e non so perché mi succede questo
se non perché sono salito troppo in alto.

Pietà è davvero perduta,
(e io non lo sapevo ancora),
se quella che più dovrebbe averne,
non ne ha, dove la cercherò?
Ah! sembra difficile, a vederla,
che questo misero desideroso
che senza di lei non è felice,
lasci morire e non lo aiuti.

Poiché con la mia donna non funzionano
le preghiere, la pietà e il mio diritto,
e a lei non fa piacere
che io la ami, mai più glielo dirò.
Così me ne parto da lei e la rifiuto;
mi ha ucciso e come morto le rispondo,
e me ne vado, poiché non mi vuole,
misero, in esilio, non so dove.

Tristano5, non avrete più nulla da me,
perché me ne vado, misero, non so dove.
Mi rifiuto e smetto di cantare
e mi nascondo dalla gioia e dall’amore.

 

Metro: canzone di sette coblas o strofe, tutte di ottosillabi, con schema ababcdcd, con tornada più breve che riprende le rime degli ultimi quattro versi delle strofe.

UN CONFRONTO TRA LA NATURA E IL POETA Il componimento si apre con un’immagine naturale: l’allodola che vola verso il sole e che poi, a un certo punto, si lascia andare. L’immagine non ha solo una funzione realistica. Bernart non è interessato a descrivere la natura, ma a stabilire un rapporto tra la natura e l’uomo. Come l’allodola è spinta verso il sole dalla gioia che ha nel cuore, l’uomo è spinto verso la donna dall’amore. Ciò che muove l’allodola e il poeta verso l’amore è la gioia (joi), che è uno dei concetti fondamentali della poesia trobadorica: solo l’uomo dotato di misura e di senno (cioè di ragionevolezza), e che ama una donna perfetta, può raggiungere le gioie dell’amore cortese. Ma il poeta è stato tradito e non può realizzare i suoi desideri. Per questo invidia l’allodola che può compiere il suo cammino “naturale” verso il sole. Nella seconda strofa il poeta riconosce il suo errore e, ora che la donna non ricambia il suo amore, sa che tutto è perduto e si smarrisce negli occhi della donna come si era smarrito Narciso innamorandosi della propria immagine riflessa in una fonte. La delusione personale lo spinge a emettere una sentenza che riguarda tutte le donne: sono tutte traditrici. L’errore è stato di voler puntare troppo in alto. Ora che la donna non ha più pietà, non gli resta che andare in esilio e smettere di cantare. Il compito di annunciare questa decisione è affidato a Tristan, un giullare o forse un altro trovatore (indicato con un nome fittizio, un senhal, “segnale”).

UNA STRUTTURA RIGIDA E FLESSIBILE A UN TEMPO La canzone è formata da sette strofe (in occitano coblas) e da una tornada (l’ultima strofa, più breve). Una strofa è un raggruppamento regolare di versi (in questo caso otto) cantato sulla stessa frase musicale: non dimentichiamo mai che le poesie dei trovatori erano sempre cantate. Ogni verso ha otto sillabe e finisce sempre con una rima. Le rime si ripetono all’interno di ogni strofa (mover fa rima con chazer e rai con vai ecc.) e sono sempre uguali nelle varie strofe (-er, -ai, -e, -on). La tornada riprende solo le rime degli ultimi quattro versi delle strofe. È solo uno dei moltissimi schemi possibili, sebbene siano queste le caratteristiche più ricorrenti.
Questi avvertimenti tecnici ci fanno comunque capire che le canzoni erano strutturate in modo molto rigido ma che, in un certo senso, le strofe erano intercambiabili. I trovatori, infatti, non sviluppano quasi mai, come sarà invece normale in Dante e in Petrarca, un discorso lineare, come se raccontassero una storia con un inizio e una fine. A volte le strofe possono essere spostate senza cambiare il senso complessivo della canzone. 

ORIGINALITÀ E FEDELTÀ ALLA TRADIZIONE La rigidità strutturale delle canzoni dei trovatori spiega perché diano ai lettori moderni un’impressione di monotonia. Sono infatti poesie ripetitive, sia da un autore all’altro sia entro il corpus di uno stesso autore. Questa monotonia faceva parte dello spettacolo. Comporre una canzone simile alle altre era una dimostrazione di bravura: solo i trovatori più capaci sapevano comporre secondo le regole. I trovatori volevano anche essere originali: non come lo intenderemmo adesso (originalità come rifiuto delle regole), bensì originali all’interno di un sistema stabilito, di una tradizione. La loro originalità si manifesta nello scegliere rime poco consuete, nell’elaborare una frase musicale complessa affinché fosse più complicato copiarla, o nell’utilizzare un lessico e una sintassi molto difficili. Non dimentichiamo che il trovatore, per il quale cantare era un lavoro, era particolarmente interessato a essere riconosciuto come autore delle proprie opere. 

 

Le caratteristiche della poesia d’amore dei trovatori 

1. Spesso il poeta mette in relazione il suo stato d’animo con la natura, e può per esempio descrivere un paesaggio invernale dicendo: “sono innamorato e quindi per me è primavera”.

2. È una poesia piena di sentenze e di proverbi (come quello dell’uomo sul ponte). Ci sono vari modi per spiegare che cos’è l’amore: le generalizzazioni (come rinnegare le donne perché «sono tutte uguali»), soprattutto quando concordano con i precetti della Bibbia e con il pensiero comune (la donna è peccatrice), sono particolarmente efficaci. I trovatori, infatti, anche se cantano di amori proibiti, non sono dei libertini: la loro concezione dell’amore è radicata nella morale cristiana.

3. Il ragionamento procede per esempi. Qui troviamo Narciso, un personaggio della mitologia classica: per aver rifiutato l’amore della ninfa Eco, era stato condannato dagli dei ad amare solo la propria immagine. Non è detto che Bernart conoscesse Ovidio (dove c’è una delle versioni del mito): la storia era nota e faceva parte di un repertorio accessibile anche agli illetterati (le persone che non sapevano il latino).

4. Le poesie dei trovatori, da un certo punto di vista, sono totalmente astratte, parlano cioè dell’amore in generale e non solo dell’amore di un singolo individuo. Ma erano anche strettamente legate alla realtà. Spesso ci sfuggono i dati più elementari, come chi sia il personaggio citato nella tornada o se Bernart abbia davvero smesso di cantare (probabilmente no: troviamo dichiarazioni simili in altre sue poesie e in molti altri trovatori). Si deve sempre tenere presente questa contraddizione che è alla base del nostro modo di leggere la poesia medievale e la letteratura antica in generale. 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Quali aspetti del cosiddetto “amore cortese” affiorano nella lirica?

2 Trova il passo in cui il poeta parla della genesi dell’amore e rispondi. 
a Che cosa ha scatenato questo sentimento? 
b Quali sono i suoi effetti? 

3 Il poeta allude alla poesia di un autore antico. Quale? Perché? 

CONTESTUALIZZARE

4 Questa lirica è una delle poche a esserci giunta accompagnata dalla melodia originale. Trova su YouTube la versione in musica (fai una ricerca con “Can vei la lauzeta mover”) e rifletti sul problema dell’esecuzione della poesia trobadorica, preparando un’esposizione orale di cinque minuti su questo argomento.

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  1. anelante: che desidera.
  2. specchio: facile metafora per “gli occhi della donna amata”.
  3. Narciso: secondo il mito greco (poi ripreso da molti poeti latini, e in particolare da Ovidio nelle Metamorfosi), il bellissimo Narciso rifiutò l’amore della ninfa Eco, e per punizione la dea Nemesi lo fece innamorare della propria immagine riflessa nell’acqua (la fonte, appunto). Per contemplarsi, Narciso cadde nell’acqua e annegò.
  4. come ... ponte: probabile allusione al proverbio provenzale “L’uomo saggio non cade dal ponte”, che invita alla prudenza quando ci si trova in una situazione di rischio.
  5. Tristano: è un senhal* (cioè un soprannome) che indica il destinatario di questa poesia (un altro giullare o trovatore). Bernart dice che, ormai disperato, non gli manderà più altre sue canzoni: questa è l’ultima, perché d’ora in poi tacerà.



    *Senhal

    Una delle regole dell’amore cortese vuole che della donna amata non si faccia il nome, per non esporla alle maldicenze degli altri cortigiani (è una regola che in certo modo è rimasta viva sino a oggi: anche noi parliamo, o parlavamo, con una certa riservatezza delle nostre “questioni di cuore”). Al posto del nome, allora, i trovatori adoperavano un senhal, cioè un soprannome, il nome segreto della donna amata (per esempio Bel vezer, “Bel vedere”, o Mon Aziman, “Mia calamita”). Talvolta, poi, come nel caso di Tristan, un senhal veniva adoperato anche per indicare il nome di un altro poeta.