Voltaire

Relazione sulla messa al bando dei Gesuiti dalla Cina

Ridere della religione cristiana

Come e più di Montesquieu, Voltaire fu un critico sferzante della religione, e in particolare del cristianesimo. La forza corrosiva della sua ironia è diventata proverbiale, lasciando traccia anche nella nostra lingua: in italiano, infatti, l’aggettivo volterriano significa “dissacrante” – si parla per esempio di una critica volterriana. Nel breve racconto intitolato Relazione sulla messa al bando dei Gesuiti dalla Cina, scritto nel 1768, Voltaire immagina il dialogo tra il giovane imperatore cinese e Rigolet, un gesuita fervente ma sempliciotto, che cerca di convertirlo al cattolicesimo. Qui ne riportiamo un brano che esprime in modo esemplare lo stile ardito della blasfema satira di Voltaire.

L’imperatore Yung-cheng, prima di prendere una decisione, volle istruirsi da sé sulla strana religione di quei bonzi1. Venuto a sapere che ce n’era uno di nome padre Rigolet, che aveva convertito qualche figlio di facchino e di lavandaia nel palazzo, ordinò di farlo comparire al suo cospetto.
Padre Rigolet […] aveva tutta l’ingenuità e l’entusiasmo di un fanatico. Questo tipo di persona esiste in tutte le comunità religiose, è necessario al loro ordine. Un giorno venne chiesto ad Oliva, generale dei gesuiti, come poteva accadere che ci fossero tanti sciocchi in una compagnia che passava per essere illuminata. Egli rispose: Abbiamo bisogno di santi. San Rigolet, dunque, comparve innanzi all’imperatore della Cina.
Era fierissimo, e certo dell’onore di battezzare l’imperatore di lì a due giorni più tardi. Dopo aver eseguito le genuflessioni ordinarie, e toccato terra per nove volte con la fronte, l’imperatore gli fece portare il tè e i biscotti e gli disse: «Ditemi in coscienza, padre Rigolet, che cos’è la religione che predicate alle lavandaie e ai facchini del mio palazzo».

PADRE RIGOLET Augusto sovrano delle quindici antiche province della Cina e delle quarantadue province tartare, la mia religione è l’unica vera, come mi ha detto il mio prefetto, padre Bouvet, che lo aveva appreso dalla nutrice. Cinesi, Giapponesi, Coreani, Tartari, Indiani, Persiani, Turchi, Arabi, Africani e Americani saranno tutti dannati. Solo in una parte dell’Europa si onora Dio, e la mia setta si chiama religione cattolica, che vuol dire universale.
L’IMPERATORE Ma bene, padre Rigolet. La vostra setta è confinata in un angolino d’Europa, e voi la dite universale! Evidentemente sperate di estenderla a tutto l’universo!
PADRE RIGOLET Sire, Vostra Maestà ha colpito nel segno, è proprio così che l’intendiamo. Appena il reverendo padre generale, in nome del papa, che è il vice-dio in terra, ci spedisce in un luogo, noi catechizziamo gli spiriti non ancora pervertiti dall’uso pernicioso2 del pensiero. Poiché i figli del popolo sono i più degni della nostra dottrina, cominciamo da loro. Quindi passiamo alle donne, che ben presto ci affidano i loro mariti, e quando abbiamo un numero sufficiente di proseliti, diventiamo così potenti da costringere il sovrano a guadagnarsi la vita eterna facendosi suddito del papa.
L’IMPERATORE Non si potrebbe far meglio, padre Rigolet. I sovrani ve ne sono davvero riconoscenti. Mostratemi un po’ su questa carta geografica dove ha sede il papa.
PADRE RIGOLET Egli vive, Sacra Maestà imperiale, nel posticino che vedete qui, ed è da lì che condanna o benedice a piacimento tutti i re della terra. È vice-dio, vice-Chang-ti, vice-Tien, deve governare la terra intera in nome di Dio, e il nostro padre generale deve governare sotto di lui.
L’IMPERATORE I miei complimenti al vice-dio e al padre generale. Ma il vostro Dio, chi è? Datemi qualche notizia su di lui.
PADRE RIGOLET Il nostro Dio nacque in una stalla, circa mille e settecentoventitré anni or sono, fra un bue e un asino. E tre re, che dovevano provenire dalle vostre parti, guidati da una nuova stella, giunsero ad adorarlo nella sua magiatoia.
L’IMPERATORE In verità, padre Rigolet, se ci fossi stato non avrei mancato di essere il quarto.
PADRE RIGOLET Lo credo bene, sire. Ma se avete voglia di fare un viaggetto, non dipenderà che da voi di far visita a sua madre. Risiede qui, nell’angolino che vedete sulla costa del mar Adriatico, nella casa stessa in cui partorì Dio3. La casa, a dire il vero, in un primo tempo non era esattamente lì. Ecco, sulla carta, il luogo che occupava in un piccolo villaggio ebraico. Ma mille e trecento anni dopo gli spiriti celesti la trasportarono dove la vedete adesso. La madre di Dio che abita laggiù, per la verità, non è di carne ed ossa, bensì di legno. Si tratta d’una statua che alcuni dei nostri fratelli ritengono opera del suo divino figlio, un ottimo falegname.
L’IMPERATORE Un Dio falegname! Un Dio nato da una donna! Tutto quanto mi dite è stupefacente.
PADRE RIGOLET Oh! Sire, non era una donna, era illibata. È vero che era sposata, e che aveva avuto altri due figli, di nome Giacomo, come sostengono gli antichi Vangeli. Nondimeno era vergine.
L’IMPERATORE Come? Era vergine e aveva dei figli!
PADRE RIGOLET Proprio così. È questo il bello. Fu Dio a dare un figlio a questa fanciulla.
L’IMPERATORE Non vi capisco davvero. Prima mi stavate dicendo che era la madre di Dio. Dio andò dunque a letto con sua madre per nascere poi da lei?
PADRE RIGOLET Proprio così, Sacra Maestà, la grazia sta già operando. Proprio così, vi dico. Dio si tramutò in colombo4 per dare un figlio alla moglie d’un falegname, e quel figlio fu Dio stesso.
L’IMPERATORE Ma allora, a conti fatti, ci sono due iddii: un falegname e un colombo.
PADRE RIGOLET Certamente, Sire. Ma ce n’è anche un terzo, che è padre dei due, e che noi raffiguriamo sempre con una barba maestosa: questo dio ordinò al colombo di fare un figlio con la falegnama, da cui nacque il dio falegname. Ma, in fondo, questi tre iddii sono un solo Dio. Il padre ha generato il figlio prima che venisse al mondo, il figlio è stato poi generato dal colombo, e il colombo procede dal padre e dal figlio. Come ben capite, il colombo che procede, il falegname che è nato dal colombo, e il padre che ha generato il figlio dal colombo, non possono essere che un solo Dio. E un uomo che non crede a questa storia merita di venire arso in questo mondo e nell’altro.
L’IMPERATORE Chiaro come il sole. Un dio nato in una stalla, mille e settecentoventitré anni fa, fra un bue e un asino. Un altro dio in una colombaia, un terzo dio dal quale provengono gli altri due, e che non è più vecchio di loro, malgrado la barba bianca. Una madre vergine: niente di più semplice e ragionevole. Eh! Dimmi un po’, padre Rigolet, il tuo dio, se è nato, sarà sicuramente morto.
PADRE RIGOLET Se è morto, Sacra Maestà! Ma certo, ed è stato per farci piacere. Mascherò così bene la sua divinità che si lasciò frustare e appendere a una croce malgrado i suoi miracoli. Va detto però che resuscitò dopo due giorni, senza che nessuno lo vedesse, e se ne tornò in cielo dopo aver solamente promesso «che sarebbe ritornato quanto prima su una nuvola, con grande potenza e grande maestà», come dice, nel suo ventunesimo capitolo, Luca, lo storico più dotto che sia mai esistito. Il brutto è che non ritornò.
L’IMPERATORE Avvicinati, padre Rigolet, lasciati abbbracciare. Va’, tu non provocherai alcuna rivoluzione nel mio impero.

I DUBBI DELLA RAGIONE NATURALE I caratteri dei due personaggi emergono sin dalle prime righe: il gesuita Rigolet è un buon uomo, ingenuo fino alla stupidità. Privo dell’accortezza maliziosa tipica dei suoi confratelli, egli si dimostra sin dalle sue prime battute un missionario entusiasta ma poco persuasivo e addirittura ridicolo. Ma proprio la bonomia del fratello Rigolet è preziosa per l’ordine dei gesuiti, al quale “servono dei santi”, ossia – come Voltaire fa dire al cinico generale Oliva – degli sciocchi. L’imperatore cinese, invece, si dimostra subito uomo assennato e aperto: le sue obiezioni al gesuita non muovono dalla tradizione orientale, bensì dalla semplice ragione naturale, di cui l’imperatore cinese si serve lucidamente.

L’ANTICATECHISMO DI VOLTAIRE Il dialogo procede come una serie di paradossi, che si accumulano accentuando l’effetto comico. Per prima cosa emerge la sproporzione tra la pretesa di egemonia della religione cattolica e l’infimo numero dei suoi adepti rispetto alla popolazione mondiale. Rigolet proclama l’universalità della religione cattolica (l’aggettivo, infatti, deriva dal greco katholikòs, ossia “universale”), ma stranamente questa religione è confinata in «un angolino d’Europa» e condanna tutti i grandi popoli del resto del mondo. «Cinesi, Giapponesi, Coreani, Tartari, Indiani, Persiani, Turchi, Arabi, Africani e Americani saranno tutti dannati»: questa è la buona novella che il fratello Rigolet giunge ad annunciare. Meravigliato di fronte a tanta arroganza, l’imperatore si informa sui dogmi della religione cristiana. A questo punto, Rigolet si impegola in una spiegazione tanto elementare quanto grottesca dei misteri dell’Incarnazione – Dio giacque con sua madre per nascere poi dal ventre di lei – e della Trinità – le tre persone divine vengono presentate come un Dio barbuto, un Dio falegname e un Dio colombo. Con grande astuzia, Voltaire mette queste blasfemie nella bocca del buon gesuita, e non dell’imperatore infedele. Quest’ultimo si limita a ricapitolare, come farebbe un allievo diligente, le posizioni espresse dal missionario, facendo emergere la ridicola, sconcertante assurdità degli articoli della fede cattolica.
L’intero dialogo è costruito come un anticatechismo. Voltaire sa bene che niente riesce fatale al soprannaturale quanto prenderlo alla lettera: soffermarsi sui dettagli concreti degli episodi allegorici è la strategia più dissacrante che si possa adottare. Trattando le vicende narrate nel Nuovo Testamento come fatti avvenuti realmente, in un dato tempo e luogo, a persone in carne e ossa, Voltaire esibisce il contrasto tra questi e l’esperienza del mondo, un contrasto fatale alla fede. I prodigi che la poesia mistica aveva esaltato – Jacopone da Todi esclamava: «Vergine madre, figlia del tuo figlio» – sono presentati come inaccettabili controsensi («Come? Era vergine e aveva dei figli!»), e impietosamente scherniti da una ragione esigente.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 La conclusione dell’episodio è fulminante: l’imperatore è certo che Rigolet non convertirà il suo popolo. Perché ne è convinto?

2 Quali sono le parti del discorso di Rigolet meno credibili?

ANALIZZARE

3 Il breve ritratto di padre Rigolet, all’inizio del brano, è sferzante. Come viene caratterizzato questo personaggio?

CONTESTUALIZZARE

4 Una delle caratteristiche dell’Illuminismo è la capacità di trattare temi profondi e importanti con leggerezza. Rifletti su come questo atteggiamento affiora nel brano che hai letto.

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  1. bonzi: sacerdoti.
  2. pernicioso: pericoloso, dannoso.
  3. Risiede qui … partorì Dio: allusione alla cittadina di Loreto, oggi in provincia di Ancona, nelle Marche, dove – nel santuario dedicato alla Vergine – si conserva quella che, secondo la tradizione, è la casa di Nazaret nella quale Maria ricevette l’annuncio della prossima nascita di Gesù.
  4. colombo: lo Spirito Santo.