Eugenio Montale

Ossi di seppia

Spesso il male di vivere ho incontrato

Montale ha una visione fondamentalmente pessimistica della vita: un sentimento che lui stesso chiama «male di vivere». Con questa espressione comincia appunto uno dei più ce­lebri “ossi brevi”, Spesso il male di vivere ho incontrato.

Spesso il male di vivere1 ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia2,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa3, era il cavallo stramazzato4.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza5:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato6.

Metro: due quartine di endecasillabi (a eccezione dell’ultimo verso, alessandrino). Rime ABBA, CDDA (con una quasi rima interna prodigio / meriggio).

IL DOLORE DI TUTTO IL CREATO Il «male di vivere» montaliano si avvicina all’idea leopardiana del dolore “cosmico”, che accomuna cioè tutto il creato nella pena dell’esistenza, anche le creature di cui a malapena ci accor­giamo, anche gli animali. Ma Montale estende il male di vivere anche alle cose inanimate; o meglio, ne trae spunto per rappresentare oggettivamente quel male, ricorrendo cioè a quelli che abbiamo chiamato correlativi oggettivi: il «rivo strozzato», la foglia incartocciata, il «ca­vallo stramazzato». È come se tutta la creazione par­tecipasse di un male nascosto che la consuma.

LA «DIVINA INDIFFERENZA» Di fronte a questo male il poeta sceglie l’astensione, la «divina Indifferenza» (con l’iniziale maiuscola, appunto perché è presentata come una dea). Solo attraverso una quasi sovrumana indifferen­za per le pene dei mortali – sembra dire il poeta – si può sfuggire al male di vivere. Non condividere, insomma, ma estraniarsi: e le immagini che chiudono la poesia sono ap­punto immagini di immobilità, di inerzia, come la statua, o di sovrana distanza dalle cose come la nuvola e il falco (e va notato qui come Montale, quasi per restituire anche attra­verso il suono questa atmosfera di pesantezza e languore, da un lato lasci in punta di verso il sostantivo più pregnante e evocativo, sonnolenza, dall’altro “rallenti” la pronuncia attraverso un polisindeto: «nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato»). Ma anche questa soluzione non mette capo a una visione positiva dell’esisten­za: se l’alternativa al dolore è un’assenza disumana di emo­zioni, se nel non partecipare, nel non essere (come non sono la statua e la nuvola) risiede l’unica possibilità di salvezza, il pessimismo appare anzi ancora più disperato.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Che cosa intende Montale per «male di vivere»?

2 Che cosa significa l’espressione «Bene non seppi»? È univoca o si presta a più di un’interpretazione?

ANALIZZARE

3 Analizza la struttura metrica.

4 Analizza il rapporto fra la struttura metrica e la struttura sintattica.

5 Individua l’anafora nella prima strofa e spiegane la funzione.

6 Individua la climax nella seconda strofa: quale prospettiva visiva implica?

INTERPRETARE

7 Le immagini della prima parte (il male) sono orizzontali, schiacciate; quelle della seconda (il bene) si elevano in verticale. Nella poesia ci sono altre opposizioni e antitesi: quali sono? Che cosa aggiungono al senso del testo?

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  1. male di vivere: la sofferenza provocata dal fatto stesso di esistere.
  2. il rivo ... gorgoglia: le acque del ru­scello che gorgogliano incontrando un ostacolo sul loro percorso. È un verso dantesco: «quest’inno si gorgoglian nella strozza» (Inferno, VII, v. 125).
  3. riarsa: secca, bruciata.
  4. stramazzato: crollato a terra stremato.
  5. Bene ... Indifferenza: non ho co­nosciuto altro bene all’infuori del mira­colo concesso dall’indifferenza, che viene detta divina perché somiglia a quella che può nutrire un dio impassibile per ciò che accade nel mondo, una “visione dall’alto” come quella di chi non è toccato dalle cose umane (e in alto stanno, appunto, due dei tre “oggetti” evocati nei versi suc­cessivi: la nuvola e il falco).
  6. era ... levato: tre correlativi oggettivi «la statua ... e la nuvola, e il falco» del sen­timento di divina Indifferenza, spe­culari alle tre rappresentazioni del male di vivere nella prima strofa.