Dante Alighieri

Vita nova

Tanto gentile e tanto onesta pare

Una delle caratteristiche della poesia di Dante sta nella sua tendenza a descrivere la donna amata non tanto attraverso un suo ritratto fisico o morale, quanto attraverso gli effetti che essa esercita sia sull’amante (Dante stesso) sia sulle persone con le quali essa entra in contatto. Beatrice è una creatura celeste, e come tale – dice Dante – era considerata dai suoi concittadini. Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare è probabilmente la poesia nella quale questa rappresentazione di Beatrice come “miracolo” tocca un estremo di idealizzazione e di raffinatezza.

Questa gentilissima donna1, di cui ragionato è2 nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correvano per vedere lei, onde mirabile letizia me ne giugnea nel cuore. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestà giugnea nel cuore di quello3, che non ardia di levare gli occhi, né di rispondere al suo saluto. E di questo molti, sì come esperti, mi potrebbono testimoniare a chi non lo credesse. Ella coronata e vestita d’umiltà4 s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia. Diceano molti, poi che passata era: «Questa non è femina, anzi è de’ bellissimi angeli del cielo». E altri diceano: «Questa è una maraviglia; che benedetto sia lo Signore, che sì mirabilemente sa operare!». Io dico he ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri5, che quelli che la miravano comprendeano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire non lo sapeano6; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio7 nol convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano virtuosamente8. Onde io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stilo della sua loda, propuosi di dicere parole nelle quali io desse ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni9, acciò che non pur coloro che la poteano sensibilemente vedere, ma gli altri sappiano di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo sonetto Tanto gentile.

Tanto gentile10 e tanto onesta11 pare12
la donna mia13 quand’ella altrui14 saluta15,
ch’ogne lingua deven tremando muta
e gli occhi no l’ardiscon di guardare. 

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta16;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare. 

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova; 

e par che de la sua labbia17 si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.


Metro: sonetto con fronte a rime incrociate (ABBA ABBA) e sirma con schema a rime invertite (CDE EDC).

UNA RAFFINATA ESSENZIALITÀ Con parole molto semplici, con una sintassi vicinissima a quella che adopereremmo oggi, Dante descrive le conseguenze che un gesto di saluto da parte di Beatrice ha su chi la incontra. Le persone ammutoliscono, gli occhi si abbassano, una dolcezza indescrivibile penetra il cuore. La bellezza di questa poesia sta nella sua essenzialità. La rappresentazione riesce infatti a essere molto familiare, quasi ordinaria (che cosa c’è di più normale, infatti, di una bella ragazza che passa per la strada?) e, insieme, sottilmente straniante, perché i sentimenti che Beatrice suscita in chi la contempla, uomini e donne, non sono semplicemente quelli suscitati dalla bellezza: nella bellezza di Beatrice c’è qualcosa di più, qualcosa che tocca lo spirito e non soltanto i sensi. Dante non ci dice “com’è fatta Beatrice”. Di fatto, non ci dice niente di lei: noi la vediamo attraverso gli occhi di chi la guarda passare e, proprio come questi testimoni, restiamo in dubbio circa la sua vera natura: umana o divina?

NEL CAMPO SEMANTICO DELLA VISIONE Il verbo che ricorre più spesso (ben tre volte) è pare, con il significato ora di “apparire” ora di “sembrare”: «Tanto gentile e tanto onesta pare», «par che sia una cosa venuta», «e par che de la sua labbia»; e allo stesso campo semantico della vista riportano anche il verbo mostrarsi, che fa da ponte ai vv. («miracol mostrare. / Mostrasi sì piacente») e gli altri disseminati nel testo: guardare, mirare. Beatrice è uno spettacolo, una festa per gli occhi. Ma il verso «gli occhi no l’ardiscon di guardare», conferisce alla donna un attributo quasi divino: «Ma tu non potrai mai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» si legge infatti nel libro biblico dell’Esodo 33,20, e quello che non può essere visto è il volto di Dio. Nell’immaginazione di Dante, Beatrice è una visione, un’apparizione che allude a una realtà sovrumana, celeste: l’idea della donna-angelo, o della donna-beata, che avrà tanta fortuna nella letteratura successiva, ha le sue radici in componimenti come questo. 

LO STILE Alla semplicità delle immagini fa riscontro un’anche maggiore semplicità dello stile. La sintassi si accorda perfettamente alle partizioni interne del sonetto. Il primo periodo occupa la prima quartina, il secondo la seconda; il terzo periodo occupa la prima terzina, l’ultimo la seconda: quattro “quadri”, ognuno concluso in se stesso. Prevale la paratassi ( «e gli occhi...», «e par che sia...», «e par che...»); ma la fronte e la sirma del sonetto si aprono con due costruzioni ipotattiche del tutto simmetriche, due limpide proposizioni consecutive: «Tanto gentile ... ch’ogne lingua...» e «Mostrasi sì piacente... che dà...». Non ci sono inversioni nell’ordine “naturale” dei membri sintattici: di fatto, se provassimo a trascrivere il sonetto senza andare a capo alla fine di ogni verso, il risultato sarebbe un testo in prosa perfettamente coerente.

I SUONI Tutte le parole in rima sono piane, e nessuna è una rima difficile. La fronte e la sirma sono collegate dalla consonanza tra la rima A (-are) e le rime C e D (-ira e -ore), ma soprattutto dalla ripetizione del verbo mostrare alla fine del verso e all’inizio del verso successivo (è una tecnica di collegamento tra le parti del sonetto, o tra le stanze della canzone, abbastanza usuale nella lirica del Duecento). L’impressione di fluidità e dolcezza che si ricava dalla lettura non è dovuta soltanto alla semplicità della sintassi e delle parole ma anche alla ripetizione di alcuni suoni, a una – diciamo – “dominante fonica” che privilegia quelle che in linguistica si chiamano consonanti liquide: la erre e la elle. Si vedano soprattutto: «che dà peR gLi occhi una doLcezza al coRe, / che ’ntendeR no La può chi no La pRova; / e paR che de La sua Labbia si mova»; altre allitterazioni sono presenti alla fine della sirma, «MiRacol MostRaRe»; e nei due versi finali del testo, tutto tramato di esse: «Spirito Soave... /... SoSpira».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Prosa e poesia in questo caso si richiamano da vicino: in una tabella, affianca al sonetto i corrispondenti passi dell’introduzione e commentane analogie e differenze.

2 Con quale scopo, dichiarato esplicitamente, Dante scrive questo sonetto?

ANALIZZARE

3 L’apparizione di Beatrice, preparata dagli altri brani già letti, ha del miracoloso. Attraverso quali espressioni, immagini, parole, Dante cerca di comunciare questo miracolo?

4 Indica, nel sonetto, tutti i termini che hanno oggi un significato diverso da quello che a quei termini dava Dante.

5 Il sonetto è ricco di allitterazioni, che danno una compattezza anche sonora al testo: sottolineale. Le allitterazioni mirano anche a rafforzare il legame semantico tra le parole: rifletti su questo aspetto.

6 Il saluto di Beatrice produce singolari effetti sugli altri: quali? 

CONTESTUALIZZARE 

7 Più volte e in più punti della Vita nova, Dante afferma che la comparsa di Beatrice nel mondo rispecchia un preciso piano provvidenziale: trova i passi in cui Dante formula questo concetto e, dopo aver riletto gli altri brani, esponi le tue considerazioni in un testo scritto di 10-15 righe.

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  1. Questa ... donna: Beatrice.
  2. di cui ... è: di cui si è parlato.
  3. E quando ... quello: e a chi le stava vicino entrava nel cuore tanta virtù (onestà). Beatrice è insomma, a tutti gli effetti, un’apparizione miracolosa, divina. E la sua virtù si comunica agli altri per semplice vicinanza: appare e opera il bene istantaneamente. 
  4. coronata ... d’umiltà: metafora per dire che Beatrice resta, nonostante le lodi degli astanti, umile.
  5. sì ... piaceri: così piena di tutte le bellezze. 
  6. quelli ... sapeano: chi la guardava provava un piacere talmente grande da non poter essere descritto né comunicato, una gioia ineffabile (cioè indicibile). 
  7. nel principio: subito.
  8. Queste ... virtuosamente: queste e altre cose provenivano dalla sua virtù.
     
  9. eccellenti operazioni: effetti meravigliosi.   
  10. gentile: nobile.



    Tanto nobile e tanto virtuosa appare alla vista (pare) la mia donna, quando saluta qualcuno, che tutti quanti, tremando, ammutoliscono, e abbassano gli occhi per paura di guardarla in volto.

     
  11. onesta: virtuosa. 
  12. pare: non vuol dire “sembra”, ma “risulta, è”. 
  13. donna mia: è da intendersi nel senso latino di mea domina, “mia signora” (donna deriva appunto da domina). 
  14. altrui: qualcuno.
  15. saluta: nel saluto bisogna sentire l’eco della parola, anch’essa latina, salus, “salute”, ma anche “salvezza”; l’effetto generato dal saluto di Beatrice è dovuto al fatto che quel gesto si carica di un significato simbolico e (come Dante dirà subito dopo) salvifico.
  16. Ella ... vestuta: dopo aver detto quali sono gli effetti suscitati dall’apparizione di Beatrice, il poeta si concentra su di lei; si va: il pronome personale si ha funzione mediale ed esprime il particolare coinvolgimento del soggetto nell’azione. 



    Ella cammina, ascoltando le lodi di chi la vede, in atteggiamento umile e benevolo e sembra che sia qualcosa di divino, una cosa scesa dal cielo sulla terra per dare agli uomini la prova del miracolo.

     
  17. ​​​​​​labbia: dal latino labia, “labbra”, ma, per metonimia, il viso.



    A chi la guarda si mostra così bella che attraverso gli occhi entra nel cuore una dolcezza che è incomprensibile a chi non ne fa diretta esperienza;ed è come se dal suo volto uscisse uno spirito soave carico d’amore che sembra dire all’anima: «Sospira».