Anonimo

La novella del Grasso legnaiuolo

Tu non sei tu! Uno scherzo memorabile a Manetto Ammannatini

Tra le molte versioni esistenti, proponiamo, con alcuni tagli, quella conservata (senza indicazione d’autore) dal solo manoscritto Palatino 200 della Biblioteca Nazionale di Fi­renze, che condensa il racconto e vivacizza i dialoghi in modo particolarmente godibile. 

Fu in Firenze nel 1410 certi giovani che dubitandosi di pistolenzia1 per alquanti che di cio s’ammalarano, la qual pistolenzia seguì l’anno seguente 1411; onde2 e3 detti giovani, per fuggire quegli pensieri, si ragunavano quasi ogni sera a cena insieme, quando a casa d’uno e quando a casa de l’altro, con facendo insieme molte piacevo­lezze e giuochi. Infra gli altri v’era uno giovane che avea nome Mariotto4, ma non era chiamato né tenuto se non per5 el Grasso legnaiuolo. Ora costui era semplice persona, ma bonissimo maestro de l’arte sua, e massime di tarsie6; e per faccende ovvero per avarizia, s’era alquanto tolto da queste cene, e era stato parecchi dì che non v’era suto7; onde la brigata ne incominciò a mormorare8 che ’l Grasso gli aveva così abbandonati, e massime perch’era di bassa condizione a rispetto degli altri. Onde una sera infra l’altre, ragionando infra loro che ’l Grasso non gli degnava9, disse uno di loro che aveva nome Filippo di ser Brunellesco: «Per la mia fé, se voi volete aiu­tarmi, io gli farò un giuoco, che gli farò parere [d’essere] uno altro». Risposono tutti essere contenti10. Ora costoro rimasano insieme d’accordo di quello volevano fare, come udirete. L’altro dì11, presso alla sera, Filippo se n’andò alla bottega del Grasso: la quale bottega era in sulla piazza di San Giovanni; e sopra la bottega avea la casa della sua abitazione, quantunque avesse l’entrata seperata dalla sua abitazione; [e ’n] casa era12 el Grasso e la madre, e non altri. Ora usava13 la madre del detto Grasso, alcuna volta quando voleva fare bucato, andare a farlo a una loro possessione che si chiamava in Polverosa14, appresso alla città, dove avea una acconcia abitazione, oltre a quella del suo lavoratore; e costei in questi dì v’era andata.

Ora stando Filippo a vedere lavorare el Grasso, disse Filippo al Grasso: «Vuo’ tu darmi stasera cena?»

Rispose el Grasso: «No, perché mia madre non è nella terra15».

Disse Filippo: «Dove è?»

Disse el Grasso: «Egli è più d’un dì ch’ella andò in villa16 a fare el bucato, ed è dua dì che doveva tornare e non è tornata, di che molto me ne maraviglio».

Allora il Grasso gli entrò sospetto17, e disse: «Deh, dimmi perché».

Rispose Filippo: «Io non tel voglio dire».

Disse el Grasso di nuovo: «Perché non me lo vuo’ tu dire?»

Disse Filippo: «Perché tu ti crucceresti18».

Disse el Grasso: «Non farò».

Disse Filippo: «Se tu mi voi promettere di non ti crucciare, io tel dirò».

Rispose el Grasso: «Non farò, per la mia fé; [non] mi corruccerò di niente».

E in questo parlare Filippo il tenne19 tanto in tempo, che pensò che le porte della città fussono serrate20; poi gli disse: «Fratel mio, tu sai ch’io sono venuto più volte teco21 in villa e statovi un dì e dua per volta, quando v’è stata monna Giovanna tua madre; e sai che tu hai per vicino el prete, che è giovane fresco e bello, e fatti molte carezze22; e ho veduto che fa uno buono occhio a monna Giovanna tua madre, e monna Giovanna a lui; sì che s’ella vi soprastà23, non te ne maravigliare». Allora el Grasso udendo quelle parole, che invero non credo ne fusse niente24, perché essendo il prete giovane [ed ella] di circa a anni quaranta sana e fresca donna sanza marito e avendo l’agio e il tempo, nonn’è da credere25; ma pure el Grasso ne prese grande maninconia26, e disse: «Tu hai fatto male a penare tanto27 a dirmelo, perché se me lo avessi detto prima che fussono serrate le porte, sarei andato insino in villa e nascostomi in luogo, che quando el prete fusse intrato in casa, gli arei insegnato cantare una nuova messa28. Ma io mi leverò domattina dall’aprire della porta e anderonne29 là, e se vel giungo30, el concerò per modo non ne mangerebbono e cani».

Disse Filippo: «Non ti dissi io che tu ti crucceresti?»

Disse el Grasso: «Come diavole! sono queste cose da non si crucciare?»

Disse Filippo: «Mai no31, che non se [ne] vuole32 crucciare: lascia fare a chi fa».

«E’ par sì buono a te?» disse el Grasso. «Tu mi faresti rinnegare la fé, che quello schericato traditore faccia simil cosa a mia madre! E al corpo di Giuda, s’io vel giungo, il concerò per modo che non ne mangerebbono e cani».

Disse allora Filippo: «Tu se’ una bestia. Come33 vuoi tu far male a chi vuol bene a te e alle tue cose?»

El Grasso disse: «Tu mi faresti dare l’anima al diavolo».

Disse Filippo: «El pensiero lascio a te, poiché tu vuoi essere una pecora».

Disse el Grasso: «Io non viddi mai il più strano omo di te!»

Rispose Filippo: «Se tu mi volessi credere, io ti direi el parere mio, che sarebbe il ben tuo34; ma poi che tu [non] mi vuoi credere, io non tel voglio dire».

«Per certo» disse el Grasso «tu mel dirai, e ti prometto di fare quello che mi dirai».

Allora Filippo disse: «Poi che tu [ti] vuoi attenere al mio consiglio, io tel dirò. Tu sai che queste sono cose rincrescano35, e massime agli uomini che hanno alquanto d’intelletto: el prete è pure astuto, e tua madre invecchierà; fa vista36 di non vedere, lassagli fare tanto che esca loro gli occhi37. El prete n’anderà pure col peggio, credimi: che vuoi tu maggior vendetta?» El Grasso cominciò a soffiare, e andava di su in giù per la bottega senza parlare niente. In questo andare, Filippo, sapea dove stava appiccata38 la chiave della casa in bottega, tolsela che39 ’l Grasso non se ne avvide, e poi disse al Grasso: «Serra la bottega, e andiamo alla Nunziata40 inanzi che sia più notte».

E così andarano senza parlare niente l’uno a l’altro; e giunti in chiesa andarano a tôrre41 l’acqua benedetta, e come sapete ch’è usanza che ognuno va a ’nginochiarsi chi in uno luogo e chi in un altro, Filippo lasciò andare el Grasso inanzi, e lui diè volta indrieto con uno de’ loro compagni, che l’aspettava; e andarono a casa del Grasso, e apersono l’uscio e entrarono dentro, e andarono suso e accesono in sala un gran fuoco, e lasciarano le finestre aperte, acciò che si vedesse el lume su per la piazza di San Giovanni. E avea Filippo lasciato uno delli suoi compagni in sulla detta piazza e dettogli42: «Quando tu vedi che ’l Grasso viene, fischia forte, sì ch’io t’oda». El Grasso poi ch’ebbe dette le sue divozioni a Nostra Donna, si levò ritto e guardò per Filippo, e non vedendo se ne venne verso casa. E quando giunse in sulla piazza, il compagno di Filippo fischiò; e Filippo, intese43, cominciò a contraffare44 monna Giovanna madre del Grasso, e ’l compagno contraffacea il Grasso: e contendendo insieme45, il Grasso guardò alle finestre e vidde sì gran lume, e disse in fra sé: «Forse che monna Giovanna sarà tornata», e andò verso l’uscio e sentì contendere che gli parea la madre con uno. Maravigliossi, e trovò che la chiave non v’era, e andò a l’uscio di casa e stava a udire.

E quello che contraffacea el Grasso diceva a monna Giovanna: «Che vuol dire che voi siate tanto stata?46»

Ella rispondea: «Ho fatto quello m’è piaciuto».

Diceva quello che contraffaceva el Grasso: «Eh, quanto v’è piaciuto! Voi vi doveresti ben vergognare».

Ella diceva: «Di che?»

Lui diceva: «Eh! ’l sapete ben voi».

Ella diceva: «Che vuo’ tu dire?»

«Vo’ dire che voi faresti il meglio attendere ad altro e tenere altri modi47, ché non si dice altro per questa terra48 se non de’ modi che voi tenete in questa maladetta villa».

Disse quello che contraffaceva monna Giovanna: «Dio ti dia il male anno e la mala pasqua, ribaldo che tu se’!»

Diceva quello che contraffaceva il Grasso: «Pure oggi venne da me uno buono cittadino, mio caro amico....» e qui li disse appunto quello che Filippo glie avea detto al Grasso proprio in bottega la sera.

Maravigliandosi forte el Grasso diceva in fra sé: «Che diavolo è questo? Quella è monna Giovanna, e quello parla con lei, alle   parole pare essere me».

Monna Giovanna diceva al Grasso: «Grasso, tu se’ impazzato o tu se’ imbriaco, alle parole che tu di’».

El Grasso non si arrischiava di picchiare l’uscio, e pure infine picchiò forte.

Quello che contraffaceva el Grasso disse: «Chi è laggiù?»

Rispose el Grasso: «Sono io».

Disse quel di dentro: «Che vuo’ tu?»

Rispose el Grasso: «Apri».

Disse colui: «Matteo, vatti con Dio per istasera, ch’ i’ ho altro che fare».

Disse el Grasso: «Io sono il Grasso e non Matteo».

Disse colui: «Qual Grasso?»

Rispose el Grasso: «El padrone di questa casa».

Allora disse quel d’entro: «Tu mi dar[a]i ad intendere ch’io sia Calandrino49, a dire che tu se’ me. Io ti dico: Matteo, se tu hai troppo beuto, vattene a casa e dormi e non mi dar più affanno, ch’io ne [ho] troppo».

Allora el Grasso picchiava, e stava come smarrito.

E quello di dentro disse: «Per la mie fé, se tu picchi più50, io torrò51 uno bastone e verrò giù e darotti tante bastonate, che tutto ti romperò».

E non restando el Grasso di picchiare, quello di dentro tolse un bastone e corse giù per la scala e aperse l’uscio; e ’l Grasso, ch’era vile, fuggì in sulla piazza, e vide colui che ha   il suo cuoio indosso e la sua cappellina in capo, e sta come smarrito.

Quello d’entro diceva: «Vien qua, poltrone!»

In quello passò dall’uscio quello che aveva fischiato, e disse a quello ch’era in su l’uscio: «Buona sera, Grasso: che romore52 è questo?»

Disse colui: «Egli è un pazzo d’un Matteo che mi picchia l’uscio e dice che vuol venire in casa a mio dispetto».

Disse colui: «E’ debba essere imbriaco. Grasso mio, vattene e lascialo ire in mala ora».

Allora serrò l’uscio, e ’l Grasso che avea udito ogni cosa, [stava come] insensato e non sapea che si fare.

In questo passò Piero Pecori53, uno de’ loro compagni, e il Grasso se gli fé incontro e disse: «Chi sono io?»

Disse Piero: «Se’ una bestia»; e andò via.

In quello venne un altro lor compagno che avea nome ser Iacopo Mangiatroia54: il Grasso se gli fé incontro, e ser Iacopo disse: «Buona sera, Matteo».

El Grasso rispose: «Che Matteo? Io sono el Grasso».

Disse ser Iacopo: «Che Grasso? Io ti conosco che tu se’ Matteo»; e andò all’uscio della casa e chiamò forte: «O Grasso!»

El Grasso di dentro rispose: «Messere».

«Apri l’uscio».

Colui gli aperse, e ser Iacopo andò su. Ser Iacopo diceva: «Grasso, tu se’ una bestia; tu ti fai sentire per tutta la piazza!»

E monna Giovanna diceva, e ’l Grasso rispondea.

El Grasso stava in sulla piazza e udiva ogni cosa, e era mezzo morto. [...]

Arriva un giovane che accusa “Matteo” di non aver saldato un debito e lo fa portare in prigione. La protesta di essere il Grasso è ridicolizzata come goffo tentativo di sfuggire all’arresto. Gli altri prigionieri, informati del piano, lo salutano in coro «Ben venga Matteo!»

E la mattina venne alla prigione uno loro compagno che aveva nome Filippo Ru­cellai55: el Grasso era alla finestra, e Filippo fé vista di nollo conoscere56 e disse:

«O compagno, deh, in servigio57, chiamami il tale», che era in prigione. Colui l’udì e venne oltre58. Disse al Grasso: «Matteo, deh levati un poco di qui, ché io ho bisogno di parlare con costui di segreto».

El Grasso si levò, e quando costoro ebbono parlato, volendosi Filippo partire, dis­se el Grasso: «O valente uomo, conoscete voi uno che ha nome il Grasso legnaiuolo, che ista in sulla piazza di Santo Giovanni?»

Rispo[se] Filippo: «Non conosco io? Altro59! Egli è grande mio amico, e pure iermattina fu io da lui a sollecitare uno colmo d’altare che mi fa». E era vero.

Disse il Grasso: «Io vi priego che gli diciate che venghi insino qui ad uno suo amico che ha nome Matteo».

Disse Filippo: «Volentieri»; e andò via.

Dipoi venne il giudice della Mercatantia con libro ove erano scritti il nome de’ prigioni e disse: «Qual è Matteo?»

El Grasso rispose: «Eccomi». [...]

Due sconosciuti, che si dicono fratelli di lui, Matteo, lo vanno a trovare in prigione e lo rimproverano per le tribolazioni che continua a procurare alla famiglia con la sua vita scellerata; il Grasso piange pentito e promette d’ora in poi di «fare bene»; i fratelli accettano perciò di pagare i suoi debiti e tirarlo un’ultima volta fuori dai guai. Lo portano la sera a casa loro, dove convocano un prete giunto da pochi giorni in città e che ignora perciò la verità: gli hanno spiegato che loro fratello Matteo si è messo in testa la bizzarra idea di essere un altro, cioè il Grasso legnaiuolo, e lo pregano di farlo rinsavire.

El prete si pose a sedere a lato al Grasso, e cominciollo a esaminare60 qual fusse stata la vita sua per lo passato. El Grasso cominciò a dire come61 era legnaiuolo e invero avea nome el Grasso, ma costoro volevano che fusse Matteo. El prete gli rispose: «Figliuol mio, cavati questa malinconia della testa e datti ad intendere d’essere Matteo como tu se’, e lascia andare questo maladetto Grasso».

Disse el Grasso: «Di quali peccati volete voi mi confessi, di quegli di Matteo o di quegli del Grasso?»

Disse el prete: «Di quegli di Matteo».

Rispose il Grasso: «Questa è una nuova cosa che io sia il Grasso e convengami confessare e peccati di Matteo».

El prete diceva: «Tu hai voglia d’impazzare, ché ogni uomo dice certo che tu se’ Matteo; e parmi62, poi che tu non conosci te medesimo, una strana fantasia la tua a volere diventare un altro!»

El Grasso diceva: «Fatemi un servigio; poiché io sono Matteo, fatemi parlare al Grasso e sarò contento».

Diceva il prete: «Questo non fa per te; lascia istare questo Grasso, e cavati questa fantasia del cervello».

E infine tanto gli disse, che ’l Grasso promisse al prete di non si dare più ad intendere d’essere se non Matteo. Chiamò il prete e63 fratelli: «Matteo vostro è qui, farà per l’avvenire ciò che voi vorrete, e sì s’è avveduto dello errore suo e vuole essere Matteo e vostro fratello come egli è»: e così ritificò64 el Grasso.

Or fatto questo, el prete fece collazione con loro, e poi il prete si partì, e li detti gli fecio­no compagnia infino alla chiesa; e tornando a casa trovorono Filippo di ser Brunellesco, che diede loro una impolletta65 d’acqua addoppiata66 da fare dormire sei ore ferme67. E andarossene68 e fratelli a casa a cena col Grasso, e nella cena dierono nel vino quella acqua alloppiata a bere al Grasso; e come ebbe beuta, cominciò el sonno a vincere el Grasso per modo che ’nanzi che avesse cenato s’adormentò a tavola. E adormentato che fu, Filippo venne qui con parecchi compagni con una bara e missonvi dentro el Grasso, e sì lo portorono a casa sua e missollo69 nel letto spogliato e colla sua cappellina in capo: e tolso[n]gli le chiavi della scarsella70 e andorono aprire la bottega, e quanti ferri71 v’erano trasseno72 del manico e rimiso[n]gli al contrario, e simile73 alle seghe e alle pialle, per modo che ogni cosa stava a ritroso: e fatto questo serrorono la bottega e rimisono le chiavi ’ndella scarsella al Grasso, e serrarono l’uscio dentro e con una scala uscirono per la finestra. El Grasso dormì presso a dì74, e dipoi si destò e guardando per la camera, che v’era la lucerna accesa, apparvegli pure dov’egli [era e ripensando ciò che gli] era advenuto el dì dinanzi, diceva in fra sé [...] l’avemaria di Santa Liperata75; e allora el Grasso si levò76, e aperse la finestra di sala e vide la piazza di San Giovanni. Allora disse: «Laudato sia Iddio, ch’io sono pure il Grasso e sono in casa mia!» E andossene giù e aperse la bottega, e volendo cominciare a lavorare, trovò tutti i ferri messi a ritroso. E allora cominciò a ’mbizzarire in fra se medesimo dicendo: «Cred’i’77 che la fortuna m’abbia tolto a ciancia»78. E stando in questo venne lì alla bottega quelli dua giovani che avevano [detto] d’essere suoi fratelli, e come giunsono, el Grasso li riconobbe. Allora dissono: «Bon dì, maestro». El Grasso rispose: «Bon dì e buono anno». Dissono costoro: «Noi abbiamo uno nostro fratello che ha nome Matteo, e ègli79 entrato una pazzia nel capo che dice che ha nome il Grasso legnaiuolo, e iersera uscì di casa e non sappiamo dove si sia capitato: noi vi preghiamo, se vien qui, che gli caviate del capo che sia il Grasso e rimandatelo a casa, e sarenvi sempre ubligati»80. El Grasso si schifò, e gittò quelli ferri che racconciava81 per la bottega dicen­do: «Andatevi con Dio, al nome del diavolo: che Grasso e che Matteo è questo? Per lo corpo di Dio, io mi vi leverò dinanzi». E serrò lo sportello della bottega e tolse il mantello, e andò verso l’abergo della Corona. E di rimpetto al detto albergo era la casa di messere Filippo Scolari82, grande spano d’Ungheria, el quale, come sapete, era il maggior barone che avesse lo imperadore Sismondo; e in quel tempo era venuto in Firenze onorevolmen­te con più di trecento cavalli e molti signori e gentili uomini in compagnia. E nel tempo che stette in Firenze cercò di menar seco83 maestri di diversi arti con promettere loro grande provvisione84; e in fra gli altri avea fatto richiedere questo Grasso […]. Allora el Grasso si ricordò […] e subito n’andò a casa lo Spano85, e trovò che già era montato a cavallo; e andò da lui e, fattogli riverenzia, gli disse: «Signor mio, voi m’avete fatto richiedere se io voglio venire con voi in Ungheria, e io ho risposto di no. Al presente, in questo punto, se ’l vi piace, io verrò con la S.V.86: fatemi dare uno ronzino». E sanza dire niente a persona andossene in Ungheria; dove la fortuna gli fu sì favorevole, che vi diventò gran ricco. E Giovan Pesce nostro fiorentino, mercatante e abitante in Signa87 di Schiavonia, uomo degno di fede, lo trovò nel 1446 a Buda di Schiavonia88, di cui sentì ordinatamente questa novella, dicendo che le beffi l’avevano fatto ricco. Finis. Amen.

 

 

LA FRESCHEZZA DEL PARLATO  Le voci hanno un ruolo di primo piano in questa versione della novella, ricca di dia­loghi svelti e naturali, con fitti scambi di battute sorretti da semplicissime didascalie, fatte per lo più di un disse seguìto dal nome del personaggio, quasi fosse un copione teatrale. L’imitazione vivace del parlato riesce molto convincente anche grazie all’uso di esclamazioni, giri di frase e modi di dire del linguaggio quotidiano e alla presenza di dinamiche tipiche della conversazione reale, come le ripetizioni. Per esempio, la smania ossessiva del Grasso, che vuol punire il presunto amante della madre, lo spinge a ribadire due volte di voler conciare il prete di Polverosa «per modo che non ne mangerebbono e cani»; e il ritornello con cui i sedicenti fratelli e il prete gli rac­comandano di «cavarsi dalla testa (capo/cervello) la fantasia (malinconia/pazzia)» di non essere Matteo trasmette effica­cemente il senso di un meticoloso lavaggio del cervello.

VOCI IMITATE, VOCI ASCOLTATE  Le voci e la capacità di imitarle sono cruciali nell’innescare la beffa, nella scena in cui il Grasso sente qualcuno che gli pare se stesso litigare con sua madre (e si noti che il narratore tende a presentare le battute senz’altro come di «monna Giovanna», per dire quanto Brunelleschi fosse bravo a contraffarla e quanto il figlio fosse convinto di star ascoltando proprio lei). Il Grasso è uno spettatore, un uditore che sente «ogni cosa», e sente il Grasso finto dire alla madre proprio quello che egli stesso avrebbe voluto dirle, e raccontarle perfino il dialogo che egli ha appena avuto a quattr’occhi con Brunelleschi! Lo sente sfogare la sua propria rabbia con la sua stessa voce e le sue stesse parole. Tanto bene le parti sono state concepite e recitate, che il Grasso infine commenta: «Quella è monna Giovanna, e quello [che] parla con lei, alle parole pare essere me». Ed è un commento che dice «in fra sé». Come si legge infatti alla fine della redazione Manetti (citata nell’introduzione), «la maggiore parte delle cose da ridere erano state [...] nella mente del Grasso». Mentre tante voci altrui gli dicono e gli ripetono dall’esterno che egli non è il Grasso bensì Matteo, la voce del suo dubbio e della sua perdita d’identità è una voce soprattutto interiore (anche alla fine, quando l’incubo sembra finito e invece no, imbizzarrisce «in fra se medesimo»). Di fuori, «sta come smarrito» e «insensato» e «mezzo morto». All’inizio, è vero, prova e riprova a dire «Io sono il Grasso e non Matteo». Ma presto si accorge che l’intera città lo chiama Matteo e saluta un altro come “il Grasso”, un altro che infatti pare vivere a casa sua. Addirittura si vede messo in prigione per i debiti di questo tale Matteo, e infine sottoposto a una via di mezzo tra una confessione religiosa e una seduta psicanalitica da parte di un prete ingaggiato da due tizi che dicono di essere fratelli suoi, ossia fratelli di Matteo.

IL GRASSO SI CONVINCE DI NON ESSERE SE STESSO  Il Grasso non può far altro che arrendersi gradualmente all’evidenza, cioè all’apparenza, dei fatti. In prigione, quando incontra un amico che finge di non riconoscerlo, è pronto a chiamarlo con deferenza «valente uomo» e a pregarlo di andare a chiamargli il Grasso, dicendo di aver «nome Matteo». Niente è poi più eloquente della risposta che egli dà a un giudice che chiede chi sia Matteo: «Eccomi!» esclama il povero Grasso. Ignaro che tutti stanno recitando una parte, anche il Grasso si mette a recitarne una: quella che tutti vogliono che reciti. Riesce persino a piangere pentito per le scelleratezze commesse da Matteo. L’immedesimazione, però, non è ancora totale: un ultimo sussulto lo ha con il prete, di fronte al quale rivendica la propria vera identità, forse per lo scrupolo di confessare i peccati giusti o forse per la speranza che almeno Dio possa salvarlo. Ma invano: con lo zelo sordo di chi crede di far del bene, il confessore non dà ascolto a quelle che crede dannose follie.

UNA BEFFA CON LA CODA  Non solo l’intera comunità, ma anche le autorità civili e quelle religiose dicono al Gras­so che non è chi crede di essere. Non gli resta altra scelta che rassegnarsi a essere davvero Matteo. Proprio a questo punto, però, riuscita la beffa, viene fatto risvegliare a casa propria, a casa del Grasso, come se fosse stato tutto un brutto sogno. L’angoscia si scioglie, la vita di prima sembra ancora tutta lì. Il Grasso può tirare un bel sospiro di sollievo. Ma il sospiro gli si strozza a poco a poco in gola: in bottega gli vengono fatti ritrovare tutti gli attrezzi montati a rovescio, e presto arriva gente che gli parla del suo doppio immaginario, di quel Mat­teo follemente persuaso di essere lui, il Grasso. Un Matteo che ha vissuto nelle ore precedenti le stesse esperienze che il Gras­so ha appena vissuto, e che sperava di aver sognato. Una volta riusciti a farlo entrare nel regno dell’assurdo, i suoi beffatori non vogliono che ne esca più del tutto. Il confine tra realtà e immaginazione, tra la vita e il sogno (o l’incubo), tra l’io e gli altri non sembra poter reggere più come prima; la stessa cer­tezza nella propria identità è ormai compromessa per sempre. L’inquietudine e il disagio del Grasso lo spingono ad andarse­ne dal suo mondo, dalla sua città, per rifarsi una vita altrove, meglio se molto lontano. Addirittura se ne va in Ungheria, dove peraltro, da bravo artista italiano, troverà presto fortuna e ricchezza. Arguto forse no, ma intraprendente e talentuoso il Grasso legnaiuolo lo era, ma l’happy ending basta appena a risarcire l’inquietudine per un’esperienza traumatica che può cambiare per sempre il modo di guardarsi allo specchio. 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1. Riassumi la fabula in trenta righe (o circa 3000 caratteri) al massimo.

2. Chi è il narratore? Ti sembra che egli commenti e giudichi gli avvenimenti o che se ne resti in disparte?

3. Quale focalizzazione prevale nel testo?

4. Dove è ambientata la novella? Dall’ambientazione, quali informazioni è possibile ricavare circa la vita sociale del tempo?

5. Presenta il personaggio di Mariotto (in realtà Manetto) detto il Grasso: carattere, aspetto fisico, condizione sociale.

6. Spiega perché Filippo decide di ordire la beffa.

7. Quale ruolo riveste, nella vicenda, la madre di Mariotto?

8. La novella presenta voci tratte sia dalla lingua letteraria sia da quella parlata: fai qualche esempio delle une e delle altre.

CONTESTUALIZZARE

9. Spiega che cosa significa il termine “spicciolata”, se riferito (come qui) a una novella.

10. Che ruolo ha la peste all’interno del racconto?

INTERPRETARE

11. L’equivoco, la beffa, lo scambio di persona, i giochi di parole, le situazioni paradossali, la sorpresa: sono tutti ingredienti di ciò che definiamo “comico”. Che cosa ti è parso più comico e divertente, in questa novella? Sai spiegare perché?

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  1. dubitandosi di pistolenzia: poiché temevano la peste.

  2. onde:perciò. È ridondante, cioè è di troppo, perché ripete il valore causale (“poiché”) del gerundio dubitandosi. È un difetto tipico delle scritture spontanee, che hanno difficoltà a gestire una sintassi complessa.

  3. e: i; forma fiorentina frequente nel testo (per esempio, più sotto: «e cani», i cani).

  4. Mariotto: in realtà, come nelle altre versioni della novella, il nome esatto era Manetto.

  5. per: come; col nome di.

  6. massime di tarsie: soprattutto (massime è dal latino maxime) di intarsi in legno.

  7. suto: stato; da essuto, participio del verbo essere, formato per analogia sul tipo conoscere/conosciuto, sapere/saputo ecc.

  8. mormorare: brontolare; protestare.

  9. ragionando … degnava: chiacchierando fra di loro del fatto che il Grasso non si degnava di frequentarli.

  10. essere contenti: che erano d’accordo.

  11. L’altro dì: il giorno dopo.

  12. era: abitavano.

  13. usava: aveva l’abitudine.

  14. Polverosa: la zona fuori le mura a nord della città, tra la Porta al Prato e l’attuale quartiere di Novoli.

  15. nella terra: in città.

  16. in villa: in campagna.

  17. il Grasso … sospetto: al Grasso cominciarono a venire dei sospetti.

  18. ti crucceresti: ti inquieteresti; ti adireresti.

  19. il tenne: lo trattenne.

  20. fussono serrate: fossero chiuse. Al tramonto, le porte nella mura della città venivano chiuse a chiave fino al mattino.

  21. teco: con te.

  22. fatti … carezze: ti tratta con molta gentilezza; fatti, ti fa.

  23. vi soprastà: vi resta a lungo.

  24. ne fusse niente: ci fosse niente di vero.

  25. nonn’è da credere: non è credibile (che avessero una relazione amorosa); ne gazione comica, viste tutte le condizioni favorevoli che il narratore ha appena elencato.

  26. maninconia: malumore.

  27. penare tanto: metterci tanto tempo.

  28. cantare … messa: urlando per le botte.

  29. anderonne: me ne andrò.

  30. se vel giungo: se ce lo pesco.

  31. Mai no: certo che no; mai è rafforzativo, dal latino magis, più.

  32. non se [ne] vuole: non ci si deve.

  33. Come: perché mai.

  34. il ben tuo: il tuo bene.

  35. cose rincrescano: cose che vengono a noia.

  36. fa vista: fai finta.

  37. tanto ... occhi: tanto da farsi uscire gli occhi dalle orbite. Brunelleschi finge di voler calmare il Grasso, ma in realtà continua a provocarlo prospettandogli immagini oscene di sua madre con il prete.

  38. appiccata: appesa.

  39. tolsela che: la prese in modo che.

  40. alla Nunziata: la chiesa della Santissima Annunziata, che da Piazza di San Giovanni e del Duomo si raggiunge in pochi minuti percorrendo via dei Servi.

  41. tôrre: forma contratta di togliere, “prendere”.

  42. dettogli: gli (aveva) detto.

  43. intese: (che) sentì.

  44. contraffare: imitare.

  45. e … insieme: e mentre questi discutevano.

  46. siate … stata: siate rimasta tanto a lungo; ci avete messo tanto a tornare.

  47. attendere ... modi: occuparvi di altro e comportarvi diversamente.

  48. terra: città.

  49. Calandrino: pittore fiorentino del Trecento, protagonista di quattro novelle del Decameron (VIII, 3 e 6; IX, 3 e 5) in cui i colleghi Bruno e Buffalmacco lo beffano facendogli credere le cose più incredibili. La menzione del più famoso credulone della letteratura italiana, oltre a dichiarare al pubblico la genealogia del Grasso, sfida beffardamente quest’ultimo a capire che anche nel suo caso si tratta di una beffa. In pratica, gli viene detto che bisogna proprio essere sciocchi come Calandrino per credere che un altro sia “me”. Proprio il fatto che ci si possa permettere di seminare indizi del genere senza che il Grasso capisca il gioco esalta la gran raffinatezza e la perfetta riuscita dell’inganno.

  50. più: ancora.

  51. torrò: prenderò.

  52. romore: tumulto.

  53. Piero Pecori: Piero (o Tommaso nelle altre redazioni) Pecori era membro di riguardo della potente famiglia fiorentina.

  54. Iacopo Mangiatroia: altro componente influente della brigata, fu notaio della Signoria nel 1421 e nel 1424.

  55. Filippo Rucellai: nelle altre versioni è Giovanni: quella dei Rucellai è una delle più ricche e potenti famiglie della città.

  56. fé … conoscere: fece finta di non conoscerlo.

  57. in servigio: per favore.

  58. venne oltre: si fece avanti.

  59. Altro!: altroché!

  60. cominciollo a esaminare: cominciò a chiedergli.

  61. come: che.

  62. parmi: mi pare.

  63. e: i.

  64. ritificò: ratificò; confermò.

  65. impolletta: ampolletta.

  66. addoppiata: (più spesso alloppiata, come sotto) significa “drogata” con oppio.

  67. ferme: sicure; come minimo.

  68. andarossene: se ne andarono.

  69. missonvi … missollo: vi misero … lo misero.

  70. scarsella: borsa; borsello.

  71. ferri: attrezzi.

  72. trasseno: tolsero; estrassero.

  73. simile: similmente; lo stesso (fecero).

  74. presso a dì: fino quasi a giorno.

  75. Liperata: Reparata, la santa cui era intitolata l’antica cattedrale di Firenze. Così i fiorentini continuarono a chiamare anche il nuovo duomo, consacrato a Santa Maria del Fiore solo 25 anni dopo il presente del Grasso, nel 1436, al termine dei lavori della cupola di Brunelleschi.

  76. si levò: si alzò (da letto).

  77. Cred’i’: io credo.

  78. tolto a ciancia: preso in scherzo; preso di mira con i suoi scherzi.

  79. ègli: gli è.

  80. sarenvi … ubligati: vi saremo per sempre debitori.

  81. racconciava: riparava.

  82. Filippo Scolari: condottiero fiorentino (1368-1426), detto Pippo Spano, potente ministro dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo (1361-1437, re d’Ungheria dal 1386), invitò e protesse numerosi artisti e artigiani fiorentini alla corte imperiale e nelle città in cui faceva costruire chiese e palazzi.

  83. menar seco:portare con sé.

  84. provvisione: stipendio.

  85. a casa lo Spano: a casa dello Spano. La costruzione di “a casa” senza “di” è tipica dell’antico fiorentino.

  86. S.V.: Signoria Vostra.

  87. Signa: probabilmente Segna, in Croazia.

  88. Buda di Schiavonia: l’attuale Budapest, in Ungheria.