Torquato Tasso

Lettere

Una lettera a papa Sisto V

Siamo nella primavera del 1588. Tasso è libero da quasi due anni, ma ancora non ha trovato la pace sperata: al contrario, ha lasciato Mantova e ha vagabondato come al solito per l’Italia, per poi fermarsi a Roma, nel palazzo dell’amico Scipione Gonzaga. Infine, il poeta è riuscito a ottenere una specie di passaporto per tornare a Napoli: ci era già stato nel 1577, quando era fuggito da Ferrara, ma allora aveva viaggiato in incognito, travestito da pastore, perché il bando con cui lui e suo padre Bernardo erano stati espulsi dal regno di Napoli non era mai stato revocato. Ora, invece, Tasso può finalmente rivedere con agio i luoghi in cui è cresciuto, e si commuove alla vista del mare e del cielo di Napoli. La lettera è indirizzata nientemeno che a papa Sisto V, che Tasso avrebbe incontrato l’anno successivo, nel 1589, una volta tornato a Roma (e al quale, come si augura in queste righe, avrebbe baciato i piedi). La prosa di Tasso è fluida, elegante, ma il tono della lettera è malinconico; si tratta infatti, ancora una volta, di una richiesta di aiuto e di protezione.

Io mi sono partito da Roma, non avendo ancora adempito1 un mio umilissimo desiderio di molt’anni, e quasi voto2; cioè di baciare i piedi3 a Vostra Beatitudine, e chiederle grazia ch’io non sia reputato indegno soggetto della sua providenza4, senza la quale sono lasciato in preda all’impeto de la mia avversa fortuna, come nave al vento e al mare tempestoso. E forse dov’era prima troppo cresciuto il desiderio e la cupidità5, da poi soverchiamente6 abondò la riverenza e il timore di non darle noia con una lunga istoria, o tragedia più tosto, de le mie avversità e de l’altrui fiero proponimento7: e tardi m’avviddi8 de la mia indegnità, per la quale non ebbi ardimento9 d’appressarmi a la sua somma dignità; come i profani e gl’infimi del popolo d’Israelle non ardivano d’avvicinarsi al monte cinto di nuvoli e d’oscurità e di tenebre, dove Iddio con tanti tuoni e con tanti lampi e tanti fulmini dava la legge al suo santo legislatore10. […]

Santissimo Padre, io ardirò di scrivere quel che per aventura avrei temuto di palesar con parole11. Ormai è passato il decimo anno12 ch’io sono quasi un segno13 esposto a tutti gli oltraggi di tutti gli uomini: ed in guisa14 da la potenza e da l’ingiustizia è perturbato l’ordine de le cose, e l’autorità de le leggi, c’a gli altri15 è conceduto16 di farmi ingiuria, ed a me non sarebbe lecito di propulsarla17, s’io pur avessi animo o forze o armi da risentirmi. De la mia lunga e infinita pazienza non raccolgo altro frutto, che vergogna e disprezzo, là dove io aspettavo onore, quiete e riputazione. […]

Ora sono in Napoli, se non mia patria, almeno matrice18; poche miglia lontano da Sorrento, città ov’io nacqui; e vorrei fermarmi questa state19 in questi paesi, perché la benignità del cielo nativo, clementissimo oltre tutti gli altri, l’aspetto piacevolissimo del mare e de la terra felice e abondante di tutti i beni, mi danno qualche speranza de la salute del corpo, perduta per crudeltà de’ nemici. Supplico vostra Santità, che si degni raccormi20 ne la sua santissima e clementissima protezione; perciocché non essendo la sua ampissima suprema autorità limitata da tempo né da luogo, non dee21 meno farmi sicuro lontano che vicino, o libero che rinchiuso, o men ne la solitudine e nel riposo de l’animo, che ne la moltitudine de le genti e ne la fatica: ed io, benché sia quasi picciol vaso22 a tante grazie, nondimeno mi resterò perpetuamente a Vostra Santità obligato.

UNA SEQUENZA ESEMPLARE  Possiamo dividere il brano al modo in cui le lettere venivano organizzate nei manuali di epistolografia. La prima parte è una lunga, solenne captatio benevolentiae  (“conquista della benevolenza”) nella quale Tasso si scusa di non aver omaggiato come si conveniva papa Sisto V, che nel 1587, l’anno precedente alla stesura della lettera, lo aveva ben accolto a Roma. Segue la narratio (“racconto”), che, alludendo alla reclusione a Sant’Anna di dieci anni prima, riassume in breve i molti dolori e i molti oltraggi dei quali Tasso è vittima: Tasso ama spesso, nelle lettere, descriversi come un perseguitato, e qui – dato che il suo intento è quello di commuovere chi potrebbe proteggerlo, e dargli un aiuto economico – insiste sulla nota patetica, e riconduce la sua personale disgrazia a una perturbazione dell’«ordine de le cose»: il mondo va alla rovescia, e la vittima non può difendersi, mentre gli aggressori restano impuniti. La terza parte contiene la petitio (“richiesta”): Tasso descrive una specie di locus amoenus, quello della costa tra Napoli e Sorrento, e sollecita un aiuto dal papa. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Qual è il monte a cui gli ebrei non osavano avvicinarsi? Perché? Per quale motivo Tasso vi fa riferimento?



2. Che cosa vuole ottenere Tasso dal destinatario della lettera?



ANALIZZARE


3. Come accennato nell’Analisi del testo, la lettera si può dividere nelle tre parti canoniche: captatio benevolentiae, narratio, petitio. Dove cadono i confini tra queste tre parti?



4. Trova le similitudini. A che scopo, a tuo avviso, Tasso le inserisce nel suo discorso?



CONTESTUALIZZARE


5. Conosci altre lettere scritte da intellettuali o poeti all’indirizzo di un potente, lettere che, come questa, contengano una richiesta di soccorso?



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  1. adempito: adempiuto; cioè “realizzato”.
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  3. voto: promessa solenne fatta a Dio.
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  5. baciare i piedi: con questo gesto di rispetto e di devozione si mostrava la propria sottomissione alla volontà del papa.
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  7. chiederle … providenza: che mi conceda di essere degno della sua protezione.
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  9. cupidità: la “fortissima voglia” di incontrare il papa.
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  11. soverchiamente: troppo.
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  13. l’altrui ... proponimento: le crudeli intenzioni degli altri (nei confronti di Tasso).
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  15. m’avviddi: mi resi conto.
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  17. ardimento: coraggio.
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  19. come … legislatore: Tasso si riferisce a un episodio della Bibbia, raccontato nel libro dell’Esodo (19,16-18). Mosè (il legislatore) salì sul Sinai (monte) per ricevere da Dio le tavole dei dieci comandamenti, mentre gli ebrei (il popolo d’Israelle) rimasero spaventati ai piedi del monte, circondato dalle nuvole e dai lampi che annunciavano la presenza di Dio. Tasso si paragona a loro, perché gli manca il coraggio per avvicinarsi al papa.
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  21. io … parole: avrò il coraggio di scrivere quello che forse ( per aventura) avrei avuto paura a rivelare ( palesar) a parole.
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  23. è ... anno: dal 1577, quando il duca Alfonso aveva imprigionato Tasso per la prima volta, al 1588, data della lettera.
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  25. segno: bersaglio.
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  27. in guisa: a tal punto.
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  29. c’a gli altri: che agli altri.
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  31. conceduto: concesso.
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  33. propulsarla: respingerla.
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  35. matrice: Tasso adopera un gioco di parole: patria viene infatti da “padre”, mentre matrice da “madre”.
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  37. questa state: questa estate; cioè quella del 1588. Tasso, che scrive al papa durante la primavera, spiega che gli piacerebbe restare a Napoli per qualche mese.
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  39. raccormi: accogliermi.
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  41. dee: deve.
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  43. picciol vaso: si tratta di una metafora, che lusinga il pontefice con un’iperbole. Le grazie che il papa può concedere a Tasso sono così numerose e importanti che per il poeta è quasi impossibile accettarle tutte.
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