Carlo Goldoni

Memorie italiane

Una visita medica

Poco tempo dopo l’avventura con la compagnia dei comici, Goldoni si trova a Chioggia: ha quattordici anni e sta aspettando di poter entrare al Collegio Ghisleri di Pavia, dove il padre vuole che studi medicina. Goldoni non è entusiasta dell’idea, ma non fa obiezioni («vi avea della ripugnanza, ma pure non ebbi coraggio di contraddire»). In attesa di partire per Pavia, segue il padre nelle sue visite ai malati. Ecco un’avventura capitatagli durante una di quelle missioni da “apprendista medico”.

Avvenne un giorno, che fu chiamato ad assistere ad una Giovane, assai più bella, che onesta, la quale aveva una malattia, ch’io mi dispenso1 di nominare. Andai io seco2 secondo il solito, entrai nella stanza dell’ammalata, ma poco dopo mi fece uscire, e perch’io non istessi solo in cucina, venne in mia compagnia la vecchia Madre della Fanciulla, lasciando solo il Medico colla Figliuola. Oh quante cortesie mi praticò quella buona Donna! M’invitò gentilmente in sua casa; mi disse, che la giovane aveva un picciolo male3, che non le impediva di stare in buona conversazione, e che poteva andarmi4 senza mio Padre. In fatti mi approfittai dell’esibizione5. Appena mi liberai dal fianco del mio Genitore, tornai colà da me solo. M’introdusse la buona Madre, dicendo: Vedi, Figliuola mia, con qual premura torna qui il Dottorino per intendere del tuo stato: si accosti al letto: dagli da sentire il tuo polso; favorisca di sedere: veda, esamini, osservi; frattanto andrò alla spezieria6 a prendere il medicamento, che le ha ordinato il Signor Dottore. Partì ella così dicendo. Io restai solo coll’ammalata, ch’era però seduta nel letto, coperta con un grazioso vestito color di rosa, con una cuffia in capo annodata sotto la gola, e con sì vivi colori in viso, che faceano ammalare il Medico. Quand’ecco all’improvviso mio Padre, avvisato non so da chi di questa mia troppo sospetta visita, e pericolosa; entra con la faccia burbera, e risoluta; rimprovera l’ammalata, mi prende per un braccio, seco lui mi trascina, mi guida in casa, e con una maniera la più patetica di questo mondo, mi corregge, mi rimprovera, mi ammonisce; sul gusto quasi di Pantalone7 nella mia Commedia intitolata: La buona Moglie allora quando il buon vecchio sorprende all’osteria Pasqualino. Di là in poi non mi condusse in pratica8, che da vecchi ammalati informandosi prima, se vi era gioventù in casa pericolosa. Ciò mi rese ancor più noiosa9 la Medicina, e tutte le osservazioni, che io faceva, non erano, che una continua critica sull’incertezza dei mali, sulla vanità dei pronostici10, e spesse volte sull’inutilità dei Medicamenti.

Se mi accadeva sentir de’ consulti11 in luogo di riflettere alle Dottrine, agli argomenti, alle ragioni de’ consultanti, non facea, che badare alle loro varie caricature, allo studio ch’essi faceano de’ loro Grecismi12, e talvolta alla manifesta impostura13 de’ loro vani suggerimenti. Non ho però perduto il mio tempo, poiché qualche cosa mi è restata nella fantasia impressa, ed ho avuto occasion di valermene posteriormente in alcuna delle mie Commedie. Quest’abito di osservare, e di riflettere, e di ritenere l’ho fatto senza avvedermene, ed è un effetto del genio Comico, che non si acquista coll’arte, ma proviene dalla natura.

UN REPERTORIO INESAURIBILE  Il teatro imita la vita o la vita imita il teatro? La scena è vivida, avvincente, rapidissima, e sembra quasi di vederla recitata sul palcoscenico. Di fatto, questa è proprio l’osservazione che fa Goldoni dopo averla raccontata: «sul gusto quasi di Pantalone nella mia commedia intitolata La buona moglie allora quando il buon vecchio sorprende all’osteria Pasqualino». Ma noi lettori sappiamo che La buona moglie venne rappresentata a Venezia nel 1748, e stampata cinque anni dopo: mentre ricorda un episodio della sua adolescenza, Goldoni suggerisce insomma che a quell’episodio si è ispirato, anni dopo, per scrivere un pezzo di una sua commedia. E se non fosse ancora abbastanza chiaro che la vita, l’esperienza, il Mondo, sono per lui una cava infinita di materiale teatrale, la conclusione del racconto esplicita proprio questo aspetto: il giovane Goldoni non impara niente, dalle sue visite, niente che potrebbe essergli utile, un giorno, nell’esercizio della medicina, e a volte si trova anzi in compagnia di ciarlatani che di medicina sanno anche meno di lui. Ma – commenta l’autore ormai maturo – queste avventure sono state provvidenziali per l’attività alla quale Goldoni si sentiva chiamato, e cioè il teatro: depositate nella memoria, tutte le cose viste e le chiacchiere ascoltate hanno finito per formare un repertorio inesauribile di "materiali da commedia", un repertorio ai quali Goldoni attingerà negli anni.

RITMO E FORZA ESPRESSIVA  Al di là però dell’interesse che il brano ha per ciò che ci dice sulla vocazione artistica dell’autore, va osservato che si tratta di un pezzo di prosa mirabile per ritmo, forza espressiva, humour. Quel che è successo si può spiegare in due parole: il giovane Goldoni e la giovane ammalata si piacciono e, grazie anche ai buoni uffici della madre di lei (che probabilmente giudica il figlio del dottore un buon partito per la figlia) riescono a restare da soli. Ma li sorprende il padre di lui, che lo trascina in casa e lo punisce. Tutto semplice, ma Goldoni è un maestro della litote («una giovane assai più bella che onesta»: vuol dire che era di costumi un po’ liberi...) e dell’allusione (la malattia ch’«io mi dispenso di nominare», sarà una malattia di origine sessuale), dice e non dice, ritrae con ironia la madre della ragazza, riproduce con grandissimo orecchio la concitazione delle sue parole (si veda come imita il passaggio istantaneo, tipico del parlato, dall’uno all’altro interlocutore: «Vedi, figliuola mia [...]: si accosti al letto, dagli da sentire il tuo polso; favorisca di sedere: veda, esamini, osservi»), e fa capire elegantemente, con una bella battuta, quanto tutta la situazione abbia eccitato lui quattordicenne: l’ammalata aveva «sì vivi colori in viso, che facevano ammalare il Medico». Insomma, un perfetto esempio di racconto comico: o la scena di un vaudeville14.

14. Il vaudeville è un tipo di commedia leggera nata in Francia nel Settecento, fatta di dialoghi in prosa e di arie cantate (la stessa miscela che si troverà, nell’Ottocento, nel genere dell’operetta, che dal vaudeville discende).

 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Chi sia e di quale malattia soffra la giovane non è chiaro: a tuo parere, perché Goldoni procede per allusioni (non è solo pudore, evidentemente: c’entra anche la strategia narrativa)?



2. Quale significato (malizioso) ha l'espressione «con sì vivi colori in viso, che facea ammalare il Medico»?



3. Quali aspetti della pratica medica e dei consulti non apprezza Goldoni?



ANALIZZARE


4. Goldoni narra la vicenda con ironia, e con un distacco sorridente e allusivo. In quali parti del testo questa ironia emerge in maniera più evidente?



INTERPRETARE


5. Più volte, nelle sue opere autobiografiche, Goldoni insiste sulla spontaneità del suo «genio Comico», il quale «non si acquista coll'arte, ma proviene dalla natura».



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  1. mi dispenso: evito.
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  3. seco: con lui, con il padre.
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  5. un picciolo male: una malattia da niente.
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  7. poteva andarmi: io potevo andarci (a trovarla).
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  9. mi approfittai dell’esibizione: approfittai dell’offerta.
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  11. spezieria: farmacia.
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  13. sul gusto quasi di Pantalone: un po’ come fa il personaggio di Pantalone.
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  15. non mi condusse in pratica: non mi portò con sé durante le sue visite, se non a casa di ammalati anziani (per evitare le tentazioni della «gioventù ... pericolosa»).
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  17. noiosa: spiacevole, molesta, invisa (vicino al significato del termine francese ennuyeuse).
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  19. sulla vanità dei pronostici: sulla poca affidabilità delle prognosi. Erano anni in cui la medicina aveva scarso fondamento scientifico, e Goldoni nota le deficienze della disciplina e di chi la pratica.
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  21. consulti: scambi di pareri tra medici (ancor oggi si dice "chiedere un consulto", cioè l’opinione di un secondo medico).
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  23. Grecismi: i termini tecnici della medicina, quasi tutti derivati dal greco.
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  25. manifesta impostura: falsità evidente.
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