Luigi Pirandello

Enrico IV

Verità e follia

In una villa sperduta della campagna umbra il protagonista (di cui non sapremo mai il vero nome) vive da quasi vent’anni come se fosse Enrico IV, a seguito di una terribile caduta durante una cavalcata in costume in cui egli impersonava appunto l’antico imperatore tedesco. Nella grigia monotonia di questa pietosa finzione irrompe all’improvviso un gruppo di visitatori: il giovane marchese Carlo di Nolli, figlio della sorella di Enrico IV, la sua fidanzata Frida, figlia della marchesa Matilde Spina (in gioventù corteggiata da Enrico IV), il barone Belcredi (amante della marchesa) e il dottor Genoni, specialista in malattie mentali. Per ottemperare a una promessa fatta alla madre in punto di morte, il marchese ha deciso di compiere un ultimo tentativo per strappare Enrico IV alla sua follia; ma già al primo incontro la comitiva nota qualcosa di strano (il protagonista mescola i riferimenti al passato e alla sua identità fittizia con osservazioni ben altrimenti pungenti sull’aspetto dei visitatori) e comincia a dubitare delle sue reali condizioni mentali. Rimasto solo con i servitori che ne avallano la messa in scena, Enrico IV si lascia andare a burrascose e impreviste riflessioni.

Davanti alla soglia della comune, fin dove li ha accompagnati, [Enrico IV] li licenzia1, ricevendone l’inchino. Donna Matilde e il Dottore, via. Egli richiude la porta e si volta subito, cangiato2.



ENRICO IV  Buffoni! Buffoni! Buffoni! – Un pianoforte di colori! Appena la toccavo: bianca, rossa, gialla, verde… E quell’altro là: Pietro Damiani. – Ah! Ah! Perfetto! Azzeccato! – S’è spaventato di ricomparirmi davanti!



Dirà questo con gaja prorompente frenesia, movendo di qua, di là i passi, gli occhi, finché all’improvviso non vede Bertoldo, più che sbalordito, impaurito del repentino3 cambiamento. Gli si arresta davanti e additandolo ai tre compagni anch’essi come smarriti nello sbalordimento:



    Ma guardatemi quest’imbecille qua, ora, che sta a mirarmi a bocca aperta…



Lo scrolla per le spalle.



    Non capisci? Non vedi come li paro4, come li concio, come me li faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi, per questo mio gusto qua, di fare il pazzo!



LANDOLFO ARIALDO ORDULFO (sconvolti, trasecolati, guardandosi tra loro)   Come! Che dice? Ma dunque?



ENRICO IV (si volta subito alle loro esclamazioni e grida, imperioso)   Basta! Finiamola! Mi sono seccato!



Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non sappia crederci:



    Perdio, l’impudenza di presentarsi qua, a me, ora col suo ganzo5 accanto… – E avevano l’aria di prestarsi per compassione, per non fare infuriare un poverino già fuori del mondo, fuori del tempo, fuori della vita! – Eh, altrimenti quello là, ma figuratevi se l’avrebbe subita una simile sopraffazione! – Loro sì, tutti i giorni, ogni momento, pretendono che gli altri siano come li vogliono loro; ma non è mica una sopraffazione, questa! – Che! Che! – È il loro modo di pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo! Avete anche voi il vostro, eh? Certo! Ma che può essere il vostro? Quello della mandra6! Misero, labile, incerto… E quelli ne approfittano, vi fanno subire e accettare il loro, per modo che voi sentiate e vediate come loro! O almeno, si illudono! Perché poi, che riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!» – Per esempio, che so? – «imbecille» – Ma dite un po’, si può star quieti a pensare che c’è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi? – «Pazzo» «pazzo»! – Non dico ora che lo faccio per ischerzo! Prima, prima che battessi la testa cadendo da cavallo…



S’arresta d’un tratto, notando i quattro che si agitano, più che mai sgomenti e sbalorditi.



    Vi guardate negli occhi?



Rifà smorfiosamente i segni del loro stupore.



    Ah! Eh! Che rivelazione? – Sono o non sono? – Eh, via, sì, sono pazzo!



Si fa terribile.



    Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi!



Li forza a inginocchiarsi tutti a uno a uno:



    Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me – così! E toccate tre volte la terra con la fronte! Giù! Tutti, davanti ai pazzi, si deve stare così!



Alla vista dei quattro inginocchiati si sente subito svaporare la feroce gajezza, e se ne sdegna.



    Su, via, pecore, alzatevi! – M’avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza… – Schiacciare uno col peso d’una parola? Ma è niente! Che è? Una mosca! – Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti – Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! – Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? – Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti – voi dite – lo faremo noi! – Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripetete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!



Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito.



    Non capisci proprio nulla, tu, eh? – Come ti chiami?



BERTOLDO  Io?… Eh… Bertoldo…



ENRICO IV  Ma che Bertoldo, sciocco! Qua a quattr’occhi: come ti chiami?



BERTOLDO  Ve… veramente mi… mi chiamo Fino…



ENRICO IV (a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre, appena accennato, voltandosi subito per farli tacere)     Fino?



BERTOLDO  Fino Pagliuca, sissignore.



ENRICO IV (volgendosi di nuovo agli altri) Ma se vi ho sentito chiamare tra voi, tante volte!



A Landolfo:



    Tu ti chiami Lolo?



LANDOLFO  Sissignore…



Poi con uno scatto di gioja:



    Oh Dio…Ma allora?



ENRICO IV (subito, brusco)   Che cosa?



LANDOLFO (d’un tratto smorendo)   No… dico…



ENRICO IV  Non sono più pazzo? Ma no. Non mi vedete? – Scherziamo alle spalle di chi ci crede.



Ad Arialdo:



    So che tu ti chiami Franco…



A Ordulfo:



    E tu, aspetta…



ORDULFO   Momo!



ENRICO IV  Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?



LANDOLFO (c.s.)     Ma dunque… oh Dio…



ENRICO IV (c.s.)  Che? Niente! Facciamoci tra noi una bella, lunga, grande risata…



E ride.



    Ah, ah, ah, ah, ah, ah!



LANDOLFO ARIALDO ORDULFO (guardandosi tra loro, incerti, smarriti, tra la gioja e lo sgomento) È guarito? Ma sarà vero? Com’è?



ENRICO IV  Zitti! Zitti!



A Bertoldo:



    Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no! Non dicevo mica a te, sai? – Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare. Che dico io di quelli là che se ne sono andati? Che una è una baldracca, l’altro un sudicio libertino, l’altro un impostore… Non è vero! Nessuno può crederlo! – Ma tutti stanno ad ascoltarmi, spaventati. Ecco, vorrei sapere perché, se non è vero. – Non si può mica credere a quel che dicono i pazzi! – Eppure, si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo spavento. – Perché? – Dimmi, dimmi tu, perché? Sono calmo, vedi?



BERTOLDO  Ma perché… forse, credono che…



ENRICO IV  No, caro… no, caro… Guardami bene negli occhi… – Non dico che sia vero, stai tranquillo! – Niente è vero! – Ma guardami negli occhi!



BERTOLDO  Sì, ecco, ebbene?



ENRICO IV  Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi! – Perché ti sto sembrando pazzo! – Ecco la prova! Ecco la prova!



E ride.



LANDOLFO (a nome degli altri, facendosi coraggio, esasperato)   Ma che prova?



ENRICO IV  Codesto vostro sgomento, perché ora, di nuovo, vi sto sembrando pazzo! – Eppure, perdio, lo sapete! Mi credete; lo avete creduto fino ad ora che sono pazzo! – È vero o no?



Li guarda un po’, li vede atterriti.



    Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza, signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! – Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! – Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! – Voi dite: «questo non può essere!» – e per loro può essere tutto. – Ma voi dite che non è vero. E perché? – Perché non par vero a te, a te, a te,



indica tre di loro,



    e centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi, e che spettacolo danno dei loro accordi, fiori di logica! Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo7. E quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l’opposto di ciò che vi pareva vero jeri! Guai se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi – come io guardavo un giorno certi occhi – potete figurarvi come un mendico8 davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca…



Pausa lungamente tenuta. L’ombra, nella sala, comincia ad addensarsi, accrescendo quel senso di smarrimento e di più profonda costernazione da cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre più allontanati dal grande Mascherato, rimasto assorto a contemplare una spaventosa miseria che non è di lui solo, ma di tutti. Poi egli si riscuote, fa come per cercare i quattro che non sente più attorno a sé e dice:



    S’è fatto bujo, qua.



ORDULFO (subito, facendosi avanti)  Vuole che vada a prendere la lampa?



ENRICO IV (con ironia)  La lampa, si… Credete che non sappia che, appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a dormire, accendete la luce elettrica per voi – qua e anche là nella sala del trono? – Fingo di non vederla…



ORDULFO   Ah! – Vuole allora…?



ENRICO IV  No: m’accecherebbe. – Voglio la mia lampa.



ORDULFO   Ecco, sarà già pronta, qua dietro la porta.



Si reca alla comune; la apre; ne esce appena e subito ritorna con una lampa antica, di quelle che si reggono con un anello in cima.



ENRICO IV (prendendo la lampa e poi indicando la tavola sul coretto)   Ecco, un pò di luce. Sedete, lì attorno alla tavola. Ma non così! In belli e sciolti atteggiamenti…



Ad Arialdo:



    Ecco, tu così…



lo atteggia9, poi a Bertoldo:



    E tu così…



lo atteggia:



    Così ecco…



Va a sedere anche lui.



    E io, qua…



Volgendo il capo verso una delle finestre.



    Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo… Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocent’anni siano passati e che io, seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna, come un pover’uomo qualunque? Ma guardate, guardate che magnifico quadro notturno: l’Imperatore tra i suoi fidi consiglieri… Non ci provate gusto?



landolfo (piano ad Arialdo, come per non rompere l’incanto)   Eh, capisci? A sapere che non era vero…



ENRICO IV  Vero, che cosa?



LANDOLFO (titubante, come per scusarsi)  No… ecco… perché a lui



indica Bertoldo



    entrato nuovo in servizio… io, appunto questa mattina, dicevo: Peccato, che così vestiti… e poi con tanti bei costumi, là in guardaroba… e con una sala come quella…



Accenna alla sala del trono.



ENRICO IV  Ebbene? Peccato, dici?



LANDOLFO  Già… che non sapevamo…



ENRICO IV  Di rappresentarla per burla, qua, questa commedia?



LANDOLFO  Perché credevamo che…



ARIALDO (per venirgli in aiuto)   Ecco… sì, che fosse sul serio!



ENRICO IV  E com’è? Vi pare che non sia sul serio?



LANDOLFO  Eh, se dice che…



ENRICO IV  Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi stessi, l’inganno; non per rappresentarlo davanti a me, davanti a chi viene qua in visita di tanto in tanto; ma così, per come siete naturalmente, tutti i giorni, davanti a nessuno



a Bertoldo, prendendolo per le braccia,



    per te, capisci, che in questa tua finzione ci potevi mangiare, dormire, e grattarti anche una spalla, se ti sentivi un prurito;



rivolgendosi anche agli altri:



    sentendovi vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! E pensare, da qui, da questo nostro tempo remoto, così colorito e sepolcrale, pensare che a una distanza di otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e novecento si abbaruffano intanto, s’arrabattano in un’ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia10 e in tanta agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me! Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti, aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!



LANDOLFO  Ah, bello! bello!



ENRICO IV  Bello, ma basta! Ora che lo sapete, non potrei farlo più io!



Prende la lampa per andare a dormire.



    Né del resto voi stessi, se non ne avete inteso finora la ragione. Ne ho la nausea adesso!



Quasi tra sé, con violenta rabbia contenuta:



    Perdio! Debbo farla pentire d’esser venuta qua! Da suocera oh, mi s’è mascherata… E lui da padre abate… – E mi portano con loro un medico per farmi studiare… E chi sa che non sperino di farmi guarire… Buffoni! – Voglio avere il gusto di schiaffeggiargliene almeno uno: quello! – È un famoso spadaccino? M’infilzerà… Ma vedremo, vedremo…

TUTTI RECITANO UNA PARTE   Enrico IV ha appena congedato gli ospiti, che gli si sono presentati davanti in costume per assecondare la sua presunta follia, ciascuno nelle vesti di un personaggio dell’epoca. Rimasto solo con i suoi servitori, è talmente sconvolto dalla sorpresa e dalla rabbia che non può fare a meno di esternare le sue riflessioni, lasciando gli altri sbigottiti dalla sorpresa. La pietosa finzione ha infatti richiamato ai suoi occhi la ben più terribile finzione a cui tutti sono costretti a soggiacere nella realtà: tutti recitano una parte, o perché l’hanno scelta, o perché si sono adeguati al pensiero corrente, o perché sono stati costretti a farlo (magari bollati come “imbecilli” o come “pazzi” dalla pubblica opinione). Allora in che modo distinguere ciò che è recitazione da ciò che non lo è?

CHE COS'È LA FOLLIA ?   Lo stesso discorso vale per il concetto di follia. I quattro servitori sono schiavi di una logica semplicistica per cui una cosa o è bianca o è nera: parimenti, Enrico IV o è pazzo o non lo è. Se pensa ancora di essere davvero Enrico IV, è pazzo; se è consapevole della sua messa in scena, allora non è pazzo. Enrico IV si prende gioco di questa faciloneria passando repentinamente da un atteggiamento all’altro, mandando in frantumi ogni loro certezza, divertendosi a spiazzarli. Egli non è pazzo perché si crede Enrico IV, ma è pazzo perché si è sempre rifiutato di vedere le cose come le vedono gli altri. Per questo, è meglio per tutti che sia ritenuto ufficialmente tale: «Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare» (rr. 78-80). I pazzi sono pericolosi perché mostrano ciò che gli altri non vogliono vedere e dicono ciò che nessuno vuole sentire: destabilizzano le certezze, i luoghi comuni, le norme riconosciute dai più; non si prestano alle finzioni ufficiali; sanno che l’identità individuale è un abisso misterioso e impenetrabile.

IL SOLLIEVO DI VIVERE IN UNA STORIA GIÀ CONCLUSA   I pazzi sono volubili, cambiano continuamente opinione e stato d’animo, perché sanno che nulla nella vita è stabile, tutto è in continua trasformazione. La messa in scena di Enrico IV è un modo per contrastare questo divenire: recitando la parte di un personaggio vissuto più di ottocento anni addietro, il protagonista si proietta in un orizzonte dove tutto è già concluso e ha acquistato il suo senso definitivo. Mentre gli altri ancora si affannano irretiti dai mille casi della vita, Enrico IV è già nella storia, fissato una volta per sempre in una forma ben precisa: «che vi ci potete adagiare, ammirando come ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!» (rr. 141-144).

IL TEMA DELLA FOLLIA IN PIRANDELLO   Diventa difficile, in questa sovrapposizione di significati, distinguere cos’è follia e cosa non lo è: dove inizia la recitazione e dove finisce la follia, o viceversa? Da cosa si può capire se uno è folle, o sta semplicemente recitando? E se è impossibile distinguere tra follia, normalità e finzione, esiste davvero una differenza sostanziale tra l’una e l’altra condizione? Sono gli stessi interrogativi che abbiamo visto affiorare nella novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, e che ritornano quasi ossessivamente nell’opera pirandelliana. La follia – vera, presunta o inscenata che sia – è la cartina di tornasole su cui misurare l’assurdità del reale. Alle spalle è possibile scorgere il fantasma ossessivo della vicenda biografica pirandelliana: la malattia mentale della moglie, che Pirandello accudì, inutilmente, per quasi vent’anni.

LA TECNICA TEATRALE DI PIRANDELLO   Dal punto di vista teatrale, si tratta di una scena celebre, che ha messo a dura prova molti interpreti di Pirandello (non bisogna dimenticare infatti che l’Enrico IV è una delle opere pirandelliane più rappresentate), perché si regge tutta sulla capacità dell’attore di modificare repentinamente la sua recitazione, in modo che nessuno capisca davvero quando fa il pazzo e quando non lo è (ammesso che sia lecito distinguere, perché tutto si gioca proprio sull’aleatorietà della distinzione...). A ciò si aggiunge il carattere “verboso” della scrittura teatrale pirandelliana che ha sempre creato difficoltà agli interpreti: sono battute lunghe, piene di ragionamenti complessi e intricati, che richiedono un impegno particolare e mettono a dura prova la memoria degli attori e la pazienza del pubblico. Quasi a bilanciare questo carattere astratto e speculativo, ecco nel testo le allusioni alla sotto-trama “melodrammatica” che serve da canovaccio di base: la passione che riemerge dopo anni, la rivalità in amore, la gelosia, il desiderio di vendetta. 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Riproponi in una mappa concettuale il contenuto della commedia Enrico IV. Colloca correttamente la scena nella trama e riconosci i personaggi.



2. I consiglieri sono al corrente della messa in scena del protagonista? Rispondi riportando adeguate argomentazioni tratte dal dramma.



3. Trova tutte le espressioni che dimostrano che il protagonista non è realmente pazzo, ma finge.



4. A un certo punto Enrico IV esprime un ragionamento sul peso delle parole: individualo e analizzane la forma e le scelte stilistiche di Pirandello.



CONTESTUALIZZARE E INTERPRETARE


5. Spiega alla luce della poetica pirandelliana questa affermazione: «trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruizioni».



6. È veramente pazzia quella del protagonista? Chi è veramente il pazzo? Chi non si sottomette alle norme della società? Chi osa trovare uno spazio di evasione da una realtà che non lo soddisfa? O solamente chi è certificato come affetto da una patologia psichica? Non solo la letteratura ma anche la cinematografia si è occupata di questo argomento: rivedendo quello che sai di Pirandello, recuperando altri esempi letterari e cinematografici (ad esempio i film Qualcuno volò sul nido del cuculo o A beautiful mind) proponi le tue considerazioni per iscritto.



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  1. li licenzia: si congeda da loro.
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  3. cangiato: cambiato, trasformato.
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  5. repentino: improvviso.
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  7. li paro: li plasmo a mio piacere.
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  9. ganzo: amante.
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  11. della mandra: del gregge.
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  13. appariva … pozzo: mi sembrava che il riflesso della luna nell’acqua del pozzo non fosse un riflesso ma la luna vera e propria; fuor di metafora: prendevo per vere le apparenze.
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  15. mendico: mendicante.
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  17. lo atteggia: lo sistema, gli fa assumere la postura che vuole.
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  19. ambascia: angoscia.
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