Francesco Petrarca

Canzoniere

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono: il prologo al libro

Il primo sonetto è l’introduzione a tutta l’opera. Oggi troviamo delle introduzioni quasi solo nei saggi (o nei manuali scolastici...), ma anche nella Commedia di Dante il primo canto svolge il ruolo di “proemio”. È un procedimento tipico della letteratura medievale, che ritroveremo nel Decameron di Giovanni Boccaccio. L’autore sente il bisogno di esplicitare fin dall’inizio il senso complessivo e la trama dell’opera, anche se si tratta di un’opera di poesia o di narrativa. Troveremo tuttavia delle introduzioni ancora nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) e nel Nome della rosa di Umberto Eco (1932-2016). Ovviamente, un testo proemiale non è quasi mai scritto prima di tutti gli altri. Nel caso del primo sonetto del Canzoniere, sappiamo che fu scritto quando Petrarca aveva già in mente il piano complessivo dell’opera, ma prima che l’opera fosse compiuta (il che, come sappiamo, accadde solo nei suoi ultimi mesi di vita: e non è certo che, se avesse potuto, Petrarca non sarebbe ritornato ancora a correggere il manoscritto).
 

Voi1 ch’ascoltate in rime sparse2 il suono
di quei sospiri ond’io3 nudriva4 ’l core5
in sul6 mio primo giovenile errore7
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono8;
del vario stile9 in ch’io10 piango e ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove11 sia chi per prova12 intenda amore13,
spero trovar pietà, nonché perdono14.
Ma ben15 veggio16 or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde17 sovente18
di me medesmo19 meco20 mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto21,
e ’l pentérsi22, e ’l conoscer23 chiaramente
che quanto piace al mondo24 è breve sogno.

 

Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE CDE
 

GLI ERRORI DI GIOVENTÙ Petrarca si rivolge direttamente ai lettori: è probabile che con l’apostrofe Voi si riferisse a un gruppo ristretto di amici che conoscevano bene i turbamenti dell’autore. In ogni caso, ciascun lettore, in ogni epoca (e anche oggi), può pensare che Petrarca si rivolgesse direttamente a lui e che la storia di Francesco e Laura sia la storia di tutti gli uomini. È certamente questo il risultato che Petrarca voleva raggiungere: rappresentare la storia dell’anima di ogni cristiano mettendo in scena la propria vicenda personale. Abbiamo già parlato dell’importanza del pentimento e della conversione. In questo sonetto, scritto all’inizio degli anni Quaranta del Trecento, Petrarca confessa di essere ormai un uomo diverso (e pentito) e di considerare i suoi amori giovanili come un “errore”.

L’AMORE COME MALE, SMARRIMENTO, PERDIZIONE Di fatto, questa celeberrima “poesia d’amore” è una poesia contro l’amore, o meglio una meditazione sulla sua vanità. Praticamente ogni verso contiene una parola che ribadisce questo concetto: errore, vane speranze e van dolore, favola, vergogno e vergogna, pentérsi. L’autore ormai maturo riflette sui suoi amori giovanili e prova – adesso – vergogna: non valeva la pena di sospirare e piangere per qualcosa che, come la morte di Laura e il passare del tempo hanno dimostrato, era destinato a non durare, a non lasciare traccia. Noi siamo abituati a pensare all’amore, soprattutto all’amore giovanile, come a un’occasione di piacere e di gioia. Ma questa dimensione euforica non è quella che prevale nel Canzoniere: il testo proemiale orienta sin dal principio la nostra lettura, preannunciandoci che in questo “diario sentimentale” al dolore sarà concesso uno spazio assai più ampio della gioia. 

UN PRODIGIO DI STILE IN 14 VERSI Il sonetto è, come altri di Petrarca, un prodigio di fluidità sintattica. La prima quartina contiene l’invocazione a coloro che ascoltano le parole del poeta (Petrarca simula di avere di fronte non dei lettori ma degli ascoltatori: di fatto, specie nel Cinquecento, le poesie del Canzoniere verranno spesso lette e cantate con l’accompagnamento della musica). La seconda quartina, con una forte anastrofe, precisa il contenuto dell’appello: il poeta chiede ai lettori-ascoltatori non di essere lodato o celebrato, bensì che lo compatiscano; vale a dire che il tipo di coinvolgimento che Petrarca auspica è morale, non estetico. Nella prima terzina c’è un salto indietro: l’amante-Petrarca si è reso a lungo ridicolo, e ciò gli causa vergogna, e la vergogna genera (seconda terzina) pentimento, e la consapevolezza che la vita terrena è solo vanità. Si noti il crescendo drammatico degli ultimi tre versi, scandito dal polisindeto («e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, / e ’l pentérsi, e ’l conoscer chiaramente»); e si noti soprattutto il fascio di allitterazioni che avvolge soprattutto i vv. («Voi ch’aScoltate in rime SparSe il Suono / di quei SoSpiri ond’io nudriva ’l core»), il quasi cacofonico verso («di Me MedesMo Meco Mi vergogno») e il verso («e del mio Vaneggiar Vergogna è ’l frutto»). A questi effetti tonali Petrarca ricorre con maestria lungo tutto il Canzoniere.
 

Esercizio:

COMPRENDERE

1 Sottolinea nel testo i termini che indicano: 

a dolore e tristezza; 
b pentimento e vergogna. 

ANALIZZARE 

2 Individua il verbo che si collega (a senso) all’apostrofe iniziale Voi.

3 Indica nel testo gli enjambements e le allitterazioni, poi commenta la loro funzione: che cosa aggiungono al significato? 

4 Distingui i verbi su due colonne: metti in una quelli che parlano del passato, nell’altra quelli che parlano del presente. Scrivi poi una breve riflessione sul rapporto tra errore giovanile e pentimento. 

CONTESTUALIZZARE 

5 Collega il complesso bilancio esistenziale espresso da Petrarca in questa poesia alla sua biografia. Quando scrive questi versi Petrarca è un giovane o un uomo maturo? 

6 Fai una ricerca sul significato e sull’origine dell’espressione vanitas vanitatum, “vanità delle vanità”, e valuta le motivazioni per cui si può mettere in relazione tale massima con questo sonetto di Petrarca. 

INTERPRETARE 

7 Scrivi un’intervista immaginaria a Petrarca, ipotizzando però che egli sia un nostro contemporaneo. Interrogalo soprattutto sul suo travaglio interiore e sullo scopo della sua scrittura.

Stampa
  1. Voi: l’apostrofe ai lettori è un vocativo assoluto, e non è seguito da un verbo reggente alla seconda persona plurale.
  2. rime sparse: cioè «composte e diffuse singolarmente» (M. Santagata). Sappiamo infatti che le poesie del Canzoniere non furono concepite fin dall’inizio per rientrare in un libro organico e che il Canzoniere stesso ebbe varie forme, più o meno diverse tra loro. Ma nel dirci che le rime sono sparse, Petrarca allude anche a una “dispersione” psicologica e morale. E infatti nel Secretum spiegherà di aver stabilito di «ricomporre gli sparsi frammenti dell’anima». Questa “raccolta” dei frammenti dell’anima è appunto il Canzoniere.
  3. ond(e): con cui.
  4. nudriva: nutrivo.
  5. core: cuore, nella forma tipica della lingua poetica.
  6. in sul: al tempo del.
  7. errore: in italiano antico la parola errore ha un duplice significato: è sia “sbaglio” (come oggi) sia “sviamento, deviazione”. Qui Petrarca vuol dire che la sua vita giovanile è stata piena di errori e di allontanamenti da quel preciso ideale di vita saggia e moderata che prevede la rinuncia all’amore per le cose terrene.

    *Errore

    ​​​
    Già in latino, il verbo errare e il sostantivo errore avevano due significati, prossimi ma distinti: errare significa “vagare” e “sbagliare”; errore significa “vagabondaggio, peregrinazione” e “sbaglio”. Questo doppio significato persiste nell’italiano, e il giovanile errore di cui Petrarca parla in Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono è queste due cose insieme: uno sviamento (che ha portato il poeta lontano dalla retta via) e, perciò, uno sbaglio, un errore morale. Ma proprio questa ambiguità aveva fatto sì che già molto prima di Petrarca i poeti latini, e poi quelli romanzi, avessero definito l’amore e gli effetti dell’amore come “errore” o “erranza”. Tra i tanti esempi possibili, ecco un verso del poeta latino Virgilio (Egloghe, VIII 41), in cui il pastore Damone si lamenta di Nisa, che non ricambia il suo amore: «Ut vidi, ut perii, ut me malusabstulit error!» (“Appena ti vidi, morii: come mi travolse il malvagio errore!”): e il più importante commentatore antico di Virgilio, il grammatico Servio (IV-V secolo), glossa, cioè spiega in una nota, questo “errore” come definitio amoris (“definizione d’amore”). Nel linguaggio della poesia, dunque, errore è diventato quasi un termine tecnico, strettamente connesso all’esperienza (sviante e perciò in certo senso “sbagliata”) dell’amore. Oggi errore nel senso di “viaggio, peregrinazione” non si usa praticamente più. Ma ecco un bel passaggio di un poeta del secondo Novecento, Franco Fortini, in cui l’antica ambiguità tra errore come viaggio ed errore come sbaglio è riattivata: «riconosco / con lo stupore di chi vede il vero / lunga la poesia, lungo l’errore» (Saba, vv. 18-20).

     


  8. quand’era ... sono: quando ero in parte un uomo diverso da quello che sono (adesso). Il poeta dice in parte come per attenuare il tono di ritrattazione del componimento.
  9. vario stile: «è categoria insieme retorica e morale» (M. Santagata); per capire perché lo stile è definito vario si deve ricordare che il Canzoniere mette in scena il percorso del poeta dalla varietà e dalla vanità della vita giovanile verso l’unità e la perfezione della contemplazione del divino.
  10. in ch(e): nel quale.
  11. ove: dove.
  12. per prova: per averlo provato. È un motivo topico, cioè comune, della poesia amorosa: solo chi l’ha provato può capire che cos’è l’amore. Si ricordi che Dante aveva indirizzato il primo sonetto della Vita nova «A ciascun’alma presa e gentil core», cioè a chiunque abbia un animo nobile e sia innamorato (presa).
  13. intenda amore: sappia che cos’è l’amore. Oggi diremmo “si intende d’amore”.
  14. spero ... perdono: il poeta spera che i suoi lettori abbiano compassione del suo dolore e che possano perdonarlo per gli errori di gioventù.
  15. Ma ben ... tempo: ma ora sa bene che per lungo tempo è stato oggetto di racconti ironici (favola) di tutto il popolo.
  16. veggio: vedo; veggio è l’evoluzione regolare in toscano antico dal latino video.
  17. onde: per cui.
  18. sovente: spesso.
  19. medesmo: stesso.
  20. meco: con me stesso.
  21. e del ... frutto: la vergogna è il frutto del mio vaneggiare; vaneggiar: comportarsi in modo insensato; si ricollega a vane speranze e van dolore.
  22. pentérsi: pentirsi. 
  23. conoscer: sapere, comprendere.
  24. quanto piace al mondo: alla lettera “tutto quello che piace al mondo terreno”, ma il significato è “tutto quello che le persone cercano nella vita terrena”.