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Che differenza c’è tra una poesia del Duecento e una poesia moderna

Nella letteratura del Duecento, le poesie parlano prevalentemente d’amore. È quello l’argomento che ispira i testi più celebri di quell’epoca, dalle liriche dei poeti della corte di Federico II alle canzoni di Cavalcanti, dalla Vita nova alle liriche degli altri stilnovisti. Ma possiamo dire che l’amore di cui si parla in questi testi sia lo stesso amore di cui si parla nei testi post-romantici? E soprattutto, a quali differenti convenzioni va soggetto il discorso sull’amore dei medievali, a paragone di quello dei moderni? E quali particolari difficoltà di comprensione esso presenta, per noi, oggi? La pagina che segue tenta di dare una risposta a domande come queste.

La lirica “soggettiva” del Medioevo parla di un solo limitato aspetto della vita interiore del soggetto: l’amore. Il lettore delle Ricordanze o di A Silvia1 può, alla luce di queste poesie, formulare delle ipotesi sensate sulla visione del mondo di Leopardi. Per il lettore del sonetto Tanto gentile di Dante, o del sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare di Guido Guinizelli (cioè di quelli che a ragione vengono annoverati tra i capolavori della lirica duecentesca, proprio come le poesie leopardiane suddette tra quelli dell’Ottocento), questa deduzione è impossibile. La lirica è, nell’età moderna, mentre non è, nell’età medievale, lo spazio, il genere letterario in cui si esprime una visione del mondo.
Ma, in secondo luogo, la visione dell’amore che invece si trova certamente, e in una gamma infinita di variazioni, nelle liriche medievali, non rispecchia se non di rado quelli che dovettero essere l’esperienza effettivamente vissuta e il sentimento effettivamente provato dallo scrivente. E anzi si può pensare che tale visione stia talvolta o spesso al posto di un’esperienza che non ha avuto luogo o di un sentimento che non è stato veramente conosciuto. Non è questa appunto la differenza che percepiamo tra Petrarca e qualsiasi altro poeta medievale? La sincerità, la modernità che in lui ci pare di ravvisare è dovuta precisamente al fatto che l’introspezione, sotto forma di analisi del sentimento e di ricordo struggente, «viene con lui ad occupare quello spazio che era riservato alle rappresentazioni della donna, ai rituali del corteggiamento, all’analisi oggettivante di amore». Ma è proprio questa gabbia retorica, non la libera introspezione, la norma della poesia medievale sia prima di Petrarca sia dopo di lui. Il lettore di una poesia d’amore moderna ritiene a buon diritto di avere di fronte a sé il resoconto di una reale esperienza sentimentale, in cui ciò che si dice corrisponde a ciò che il poeta ha effettivamente pensato e sentito dell’amore: è questo il patto che, nell’età postromantica, sta a fondamento del genere (patto che naturalmente può essere violato, ed è violato di fatto, per esempio, continuamente, nella lirica declassata delle odierne canzoni: ciò tuttavia non è importante, perché tale violazione non impedisce il rispecchiamento). Da questo sonetto di Cavalcanti il lettore non riceve lo stesso genere di informazioni.

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L’anima mia vilment’ è sbigotita
de la battaglia ch’e[l]l’ave dal core:
che s’ella sente pur un poco Amore
più presso a lui che non sòle, ella more.
           8 Sta come quella che non ha valore,
ch’è per temenza da lo cor partita;
e chi vedesse com’ ell’ è fuggita
diria per certo: «Questi non ha vita».
          11 Per li occhi venne la battaglia in pria,
che ruppe ogni valore immantinente,
sì che del colpo fu strutta la mente.
         14     Qualunqu’ è quei che più allegrezza sente,
se vedesse li spiriti fuggir via,
di grande sua pietate piangeria.


Questa non è una confessione, ma solo una descrizione degli effetti che l’amore ha sul soggetto. Ed è una descrizione falsa, cioè iperbolica, e interpretabile – ossia comprensibile, apprezzabile – non alla luce dell’esperienza individuale, della comune esperienza umana (quella che è sufficiente per comprendere e apprezzare una poesia d’amore scritta oggi), ma soltanto alla luce di una Retorica all’interno della quale hanno corso metafore come quelle che Cavalcanti adopera. E questo è il punto.
Per capire una poesia medievale sono necessari e pertinenti più dati rispetto a quelli che occorrono per capire una poesia moderna. Non che quest’ultima sia di immediata comprensione, tutt’altro. Ma mentre l’oscurità della poesia moderna è un fatto che dipende – in breve – da un’intenzionale opacità della forma (sintassi alogica, gergo privato, ellissi) o della materia del contenuto (di solito l’allusione a eventi che il lettore ignora e che la lettura pur attenta del testo non aiuta a chiarire), la difficoltà della poesia antica risiede soprattutto nella densità – cioè insieme del numero elevato e nell’opacità – delle sue convenzioni.

(C. Giunta, Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino, Bologna 2005)

In questa pagina si mettono in evidenza due ostacoli che possono turbare la nostra comprensione della poesia dei primi secoli.
Primo ostacolo. La lirica dei primi secoli parla soprattutto d’amore. Non soltanto d’amore: anche di politica, religione, storia. Ma quello che noi veniamo a sapere della vita, delle idee, dei sentimenti degli autori riguarda quasi solo l’amore. Questo non accade in epoche più vicine a noi, epoche in cui i poeti parlano anche di molti altri argomenti che stanno loro a cuore (esempio: le Ricordanze o A Silvia, testi nei quali Leopardi ci dà non solo i suoi ricordi personali ma anche la sua visione del mondo). Questo significa che ciò che, leggendo le sue poesie, possiamo capire della personalità di un autore medievale è relativamente poco rispetto a ciò che possiamo capire leggendo le poesie di un moderno (Leopardi, Montale, Rilke eccetera). Ecco perché si dice che «la lirica è, nell’età moderna, mentre non è, nell’età medievale, lo spazio, il genere letterario in cui si esprime una visione del mondo».
Secondo ostacolo. I poeti medievali parlano dell’amore in un modo che è profondamente diverso da quello in cui ne parlano i moderni. Nel sonetto di Cavalcanti citato si allude a una battaglia, a una morte prossima, alla fuga dell’anima dal cuore, alla distruzione della mente… Vale a dire che il poeta non analizza e descrive il suo sentimento, come farebbe un poeta post-romantico, ma lo mette in scena, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale. Ma se è una rappresentazione teatrale, piena di parole e immagini chiaramente irrealistiche (non c’è nessuna battaglia, nessuna fuga dell’anima dal cuore), possiamo dire che il poeta sia sincero, che ci stia dicendo la verità sul suo sentimento? O sta fingendo, un po’ come fingono tanti odierni cantanti nelle loro canzoni d’amore? Per rispondere occorre conoscere bene la retorica che quei poeti adoperavano nei loro testi, e le convenzioni letterarie che quei poeti rispettavano (o violavano).
  1. Ricordanze ... A Silvia: due poesie di Leopardi che non parlano d’amore ma della morte in giovane età e della vanità della speranza.