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Boccaccio filosofo

Giovanni Boccaccio non è stato solo uno straordinario autore di novelle: è stato anche uno studioso di letteratura classica, un copista, un interprete di Dante. Secondo Kurt Flasch, uno storico della filosofia tedesco, è stato anche un “filosofo morale”, cioè un uomo interessato a porsi, e a risolvere, dei problemi etici.

La maggior parte dei tedeschi oggi associa il nome di Boccaccio più a una pizzeria o a un locale notturno che all’etica. Ma a chi proprio non voglia convincersi del fatto che Boccaccio fosse un filosofo morale consigliamo un viaggio a Milano. Infatti nella Biblioteca Ambrosiana è custodito un manoscritto che prova l’interesse di Boccaccio per la filosofia morale. Abbandono per un momento il Proemio del Decameron per descrivere questo manoscritto: al centro di ogni pagina si trova il testo dell’Etica Nicomachea di Aristotele, scritto con caratteri grandi dalla mano di un professionista. Questo testo principale è incorniciato da un testo di commento: si tratta del commento di Tommaso d’Aquino all’Etica Nicomachea. Fu lo stesso Boccaccio a copiare di propria mano il commento di Tommaso ad Aristotele; egli quindi aveva interesse non solo a studiare questo testo, ma a possederlo per continuare a studiarlo.
Boccaccio non era ricco a sufficienza per poter commissionare la copiatura di libri così voluminosi. Dunque dobbiamo immaginare che egli abbia trascorso alcuni mesi seduto a copiare da solo il grande commentario di Tommaso all’Etica di Aristotele. L’esemplare di Milano mostra che Boccaccio non ha soltanto copiato il testo, ma lo ha arricchito di glosse, insomma ci ha lavorato intensamente. Dipende dai nostri pregiudizi e non da Boccaccio, se ci risulta difficile collegarlo con la filosofia morale e con Tommaso d’Aquino. È vero che alcuni biografi ritenevano di poter essere certi che Boccaccio, che dal 1327 al 1341 visse alla corte del re di Napoli, fosse l’amante di una figlia naturale del re, della casa d’Aquino. Avevano piacere d’immaginare nel letto del poeta nientedimeno che la pronipote di San Tommaso. Ma un fatto certo è che il commento all’Etica fatto da Tommaso stava sul suo tavolo. Se Boccaccio abbia avuto delle storie d’amore a Napoli, resta da vedere; di sicuro egli ha condotto uno studio approfondito su un testo fondamentale della filosofia morale europea. Se si apre l’Etica Nicomachea di Aristotele, l’interesse di Boccaccio risulta subito comprensibile. Infatti, già nel primo libro Aristotele ci insegna che l’agire umano è sempre volto alla felicità, e che l’etica e la politica sono solo al servizio della felicità umana. Ci sono concezioni divergenti della felicità umana: gli uni pongono la felicità umana nel piacere dei sensi, gli altri in una vita piena di successo negli affari. Aristotele non solo presenta queste due posizioni, ma le critica. La sua concezione di etica e di felicità è differente: la vera felicità dell’uomo, cui tutto l’agire etico serve come preparazione, consiste in una vita dedicata alla pura teoria. Quella di Aristotele è una concezione intellettualistica, tuttavia terrena, della felicità. Per Aristotele l’azione morale perderebbe ogni significato, se ci si dovesse aspettare la felicità solo nell’aldilà. La beatitudine, secondo Aristotele, non può essere qualcosa che un essere superiore getti sulle nostre spalle come un cappotto; dobbiamo procurarcela noi stessi, qui sulla terra, oppure non l’avremo mai. Se la felicità è l’obiettivo di tutte le azioni umane, allora non è concepibile l’ipotesi di un dio che a sua discrezione conceda a un uomo la felicità e a un altro l’infelicità eterna.
Questa concezione aristotelica dell’etica e di una felicità terrena che gli uomini non si procurano da soli creò dei conflitti all’interno della civiltà cristiana dell’Occidente. Secondo questa filosofia la morte è la più grande disgrazia, mentre secondo San Paolo dobbiamo attenderla con desiderio ardente, poiché essa ci ricongiunge per sempre a Cristo. Il presupposto aristotelico, che ci sia una vera beatitudine in questa vita terrena, contraddiceva l’apostolo Paolo, il Padre della Chiesa Agostino e la tradizione cristiano-monastica del Medioevo.
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Chi come Boccaccio voleva sapere che cosa gli uomini dovessero ricercare e che cosa evitare, chi voleva scoprire se e come la felicità terrena, che l’uomo doveva procurarsi da sé, si potesse integrare in una concezione teologica, doveva riconoscere l’importanza del commento di Tommaso d’Aquino all’Etica Nicomachea.
L’Etica aristotelica offriva a Boccaccio anche un altro spunto: quest’opera non deduce i giusti comportamenti umani, insomma le virtù, dal fine supremo, bensì tenta di individuare un modello di vita retta a partire dalle descrizioni dei costumi di vita ateniesi. E per farlo Aristotele si perde in un mare di particolari; descrive abitudini, opinioni e aspettative degli uomini di una città-stato, con la quale la città-stato di Firenze presentava alcune obiettive caratteristiche comuni. Dall’opera di Aristotele si potevano trarre informazioni su come vivessero effettivamente dei cittadini indipendenti. La descrizione di tale variopinta molteplicità di comportamenti era indispensabile per un filosofo morale che intendeva esporre i suoi insegnamenti per mezzo di brevi racconti. L’interesse di Boccaccio per Tommaso d’Aquino non prova che egli fosse o volesse essere un tomista. Tommaso era un commentatore da utilizzare. Egli sapeva suddividere bene un testo composto di molte parti; sapeva chiarire passi oscuri. E ci si poteva richiamare a lui, se si voleva rappresentare una concezione aristotelica di vita in una città posta sotto il controllo dell’Inquisizione domenicana. Una cosa comunque viene dimostrata con sicurezza dal manoscritto di Milano: Boccaccio ha condotto un intenso studio sulla filosofia, specialmente sulla filosofia morale. Questo non significa che la morale che egli voleva proporre “piacevolmente” alle donne fosse quella aristotelica. Tuttavia essersi confrontato con l’Etica aristotelica e con Tommaso, in quanto suo interprete, aveva costituito per lui una tappa importante.

(K. Flasch, Poesia dopo la peste. Saggio su Boccaccio, Laterza, Roma-Bari 1994)

Flasch prende spunto da un manoscritto, oggi conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che contiene l’Etica Nicomachea di Aristotele e nel quale Boccaccio ha trascritto personalmente il commento che Tommaso d’Aquino, probabilmente il maggiore intellettuale del XIII secolo, aveva scritto per spiegare questo capolavoro della filosofia greca. Leggendo Aristotele commentato da Tommaso, Boccaccio scopriva probabilmente un’idea di felicità terrena «che l’uomo doveva procurarsi da sé», e si poneva il problema di conciliarla con la concezione cristiana secondo la quale la vera felicità non è raggiungibile in questo mondo. Ma l’autore delle cento novelle trovava in Aristotele anche la descrizione di una «variopinta molteplicità di comportamenti». L’una e l’altra sollecitazione – il problema della felicità terrena e la multiformità della vita umana – hanno avuto un ruolo, secondo Flasch, nella concezione del Decameron.