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Dante a quarant’anni: il Convivio e il De vulgari eloquentia

Il Convivio e il De vulgari eloquentia sono i due trattati che Dante, poco meno o poco più che quarantenne, scrive nei primi anni dell’esilio. Li scrive a brevissima distanza l’uno dall’altro. Perché? Quale rapporto li lega? Quale idea della cultura e della divulgazione rispecchiano? A queste domande ha cercato di rispondere uno dei più intelligenti studiosi odierni di Dante, il linguista Mirko Tavoni.

Il Convivio e il De vulgari eloquentia sono stati scritti insieme, e sono il frutto di una stagione particolare della vita e della storia intellettuale di Dante. Questa stagione è segnata da caratteristiche intellettuali nettamente distinte dalla stagione della Vita nova – e questo appare ovvio, dato che Dante aveva scritto la Vita nova a Firenze una decina d’anni prima, quando era un altro uomo, cioè un poeta d’amore che non si era ancora affacciato all’attività politica. Quell’attività politica, di lì a pochi anni, lo avrebbe invece drammaticamente assorbito, con responsabilità di primo piano, nel sempre più aspro scontro di Firenze contro Bonifacio VIII, e poi lo avrebbe travolto, determinando il suo esilio da Firenze, lui guelfo ad opera di altri guelfi. Tutta la sua vita ne sarebbe stata sconvolta, con il senso di lacerazione e la crisi di identità che questo trauma dovette comportare.
Ma la stagione del Convivio e del De vulgari eloquentia è, a mio giudizio, altrettanto nettamente distinta anche dalla stagione della Commedia, che si aprirà subito dopo, diciamo nel 1307, cioè subito dopo che Dante avrà lasciato interrotti, con un gesto sulle cui cause e sul cui significato ci si interroga, sia l’uno che l’altro trattato. In questo caso non ci sarà, fra Convivio e De vulgari eloquentia da un lato e Commedia dall’altro, nessuno iato cronologico, ma sì – a mio giudizio – una forte discontinuità ideologica: Dante abbandonerà piuttosto repentinamente l’identità di “filosofo laico” e di teorico dell’eloquenza volgare che aveva indossato nei due trattati in prosa, e adotterà di slancio la nuova prospettiva poetica, palingenetica1 e profetica del poema sacro, e ciò avverrà in coincidenza con un nuovo contesto storico-politico italiano e con una nuova personale prospettiva di vita.
Le teorie linguistiche di Dante nascono nella sua mente in risposta agli stessi stimoli da cui nasce l’ideazione del Convivio. E questi stimoli sono in primo luogo politici, determinati dall’esperienza, che egli è costretto a compiere nei primi convulsi anni dell’esilio, di reggimenti feudali e urbani diversissimi dal solo tipo di regime politico che aveva fino a quel momento sperimentato, cioè il regime del comune di Firenze e di qualche altro comune simile. Dante si trova invece ora a vagare come un pellegrino – come dirà sia nel Convivio che nel De vulgari eloquentia – dai feudi dell’Appennino tosco-emiliano e tosco-romagnolo alla Romagna, regione in cui si andava sperimentando la trasformazione dei comuni in signorie, alla Verona scaligera, e di lì ai comuni e alle signorie, guelfe e ghibelline, lombarde e venete.
Questa varietà dissonante di reggimenti politici, in guerra perenne gli uni contro gli altri, e in endemica conflittualità al proprio interno [...] colpisce Dante tanto quanto la varietà “babelica” dei rispettivi volgari municipali, che della dissonante varietà politica si presenta come una sorta di vistoso correlato linguistico. Il Convivio e il De vulgari eloquentia sono la doppia reazione intellettuale, l’uno in chiave di filosofia etico-politica, l’altro in chiave di filosofia del linguaggio, a questi due paralleli ordini di particolarismo municipale, entrambi percepiti come estremamente negativi, come fattori che negano l’ordine, la convivenza, la giustizia, la pace fra gli uomini. Andando alla radice della diagnosi dantesca possiamo dire, aristotelicamente: questi particolarismi conflittuali negano la natura dell’uomo come animale razionale destinato a costruire, precisamente attraverso il linguaggio, la società civile.

(M. Tavoni, Qualche idea su Dante, Il Mulino, Bologna 2015)

Non dobbiamo mai sottovalutare, leggendo le opere della maturità di Dante, l’influenza che su di esse ebbero gli ambienti – le città, le corti – nei quali Dante si trovò a vivere dopo l’esilio. Fino ai 35 anni, per quanto ne sappiamo, Dante non visse mai a lungo al di fuori di Firenze. Dopo i 35 anni, al contrario, non farà che viaggiare per l’Italia, in cerca di lavoro, protezione e condizioni favorevoli per studiare e scrivere. Le opere che più risentono di questo “cambiamento di clima” sono, a giudizio di Tavoni, il Convivio e il De vulgari eloquentia. Si direbbe anzi che Dante le scriva proprio reagendo alla situazione italiana che, durante i primi anni dell’esilio, si è presentata ai suoi occhi: un territorio frammentato, in perenne conflitto, che avrebbe bisogno, per vivere in pace, di una lingua comune e di una cultura comune. Il De vulgari eloquentia e il Convivio sono, rispettivamente, i libri nei quali Dante lavora in vista di questo doppio obiettivo: ma per poco tempo, perché il progetto della Commedia, che si concretizza a partire dal 1306 fa sì che la scrittura dei due libri venga interrotta (e mai più ripresa).
  1. palingenetica: rinnovatrice.