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Una straordinaria immaginazione visiva: Dante e l’allegoria

Thomas Stearns Eliot è stato uno dei più grandi poeti in lingua inglese del Ventesimo secolo. Ma è stato anche un intelligentissimo critico letterario, e tra gli autori su cui la sua intelligenza si è esercitata c’è anche Dante. In un saggio pubblicato nel 1929, Eliot celebra l’«immaginazione visiva» di Dante e paragona l’uso che lui fa delle figure retoriche nella Commedia con l’uso che ne fa Shakespeare nei suoi drammi.

A una prima lettura del canto I dell’Inferno non consiglierei di preoccuparsi dell’identità della Lonza, del Leone o della Lupa. È preferibile ignorare, non interessarsi di ciò che queste figure significano. Dovremmo piuttosto considerare non tanto il significato delle immagini, ma il processo inverso, ossia quello che permette a chi possiede un’idea di esprimerla in immagini. Dobbiamo considerare quel tipo di intelletto che, attraverso la natura e l’esperienza, cercò di esprimersi in termini allegorici: e, per un poeta capace, allegoria significa chiare immagini visive. E un’immagine visiva chiara sarà tanto più intensa se dotata di significato (non ci interessa sapere quale ma, nel cogliere l’immagine, va da sé che dobbiamo ammettere in essa la presenza di un significato). L’allegoria è solo un procedimento poetico, ma un procedimento dotato di molti vantaggi.
Quella di Dante è una immaginazione visiva. Lo è in un senso diverso da quello riferibile a un pittore contemporaneo di nature morte: è visiva in quanto egli visse in un’epoca in cui la gente aveva ancora delle visioni. Si tratta di un atteggiamento psicologico di cui abbiamo dimenticato il meccanismo, che rimane comunque valido come qualsiasi altro. Ora non conosciamo null’altro che l’esperienza del sogno, e abbiamo dimenticato che avere delle visioni – un fenomeno ormai relegato a forme di aberrazione o di ignoranza – era un tempo un modo più espressivo, più interessante e più ordinato di sognare. Diamo per scontato che i nostri sogni abbiano origine dal basso ed è per questo, forse, che la loro qualità ne soffre di conseguenza.
A questo punto, ciò che chiedo al lettore è di farsi sull’allegoria un’idea chiara e possibilmente priva di ogni pregiudizio, e di ammettere almeno che non si trattava di un meccanismo che permettesse di scrivere versi a chi era privo di ispirazione, ma piuttosto di una disposizione mentale che, quando toccava il livello del genio, poteva fare di un uomo un grande poeta come pure un grande mistico e un santo. Ed è proprio l’allegoria che permette a quei lettori che non conoscono neppure tanto bene l’italiano di gustare Dante. Il linguaggio cambia, ma i nostri occhi sono sempre gli stessi. E l’allegoria non era certo una caratteristica italiana, ma un metodo diffuso in tutta l’Europa.
Il tentativo di Dante consiste nel far vedere a noi ciò che egli ha visto. Per tale motivo egli fa uso di un linguaggio molto semplice e di pochissime metafore, dal momento che allegoria e metafora non vanno d’accordo. E, infine, vi è una caratteristica nei suoi paragoni su cui vale la pena di soffermarci brevemente.
Nel bellissimo canto XV dell’Inferno vi è una similitudine, o paragone, assai noto, che giustamente Matthew Arnold1 rivelò come degno di singolare apprezzamento e che è tipico del modo in cui Dante fa uso di queste figure. Egli parla della moltitudine che scrutava lui e la sua guida in una luce fioca:

E sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
Come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

Lo scopo di questo tipo di similitudine è unicamente quello di farci vedere più distintamente la scena di fronte alla quale Dante ci ha posto nei versi precedenti.

She looks like sleep,
As she would catch another Antony
In her strong toil of grace.2

L’immagine di Shakespeare è molto più complessa di quella di Dante, assai più di quanto non sembri. La sua forma grammaticale è quella della similitudine (del tipo “come se”), ma naturalmente catch in her toil (“Imprigionare nella rete”) è una metafora. Ma mentre la similitudine di Dante ha semplicemente lo scopo di farci vedere più distintamente l’aspetto di quella moltitudine, ed è perciò chiarificante, l’immagine di Shakespeare è più un’espansione che una concentrazione: il suo scopo è quello di aggiungere a ciò che vediamo (sulla scena o nella nostra immaginazione) un richiamo a quel fascino di Cleopatra di cui è intessuta la sua storia e quella del mondo, un fascino così forte da risaltare anche nel momento della morte.

(T.S. Eliot, Dante II, in Scritti su Dante, Bompiani, Milano 1994)

Nella letteratura medievale sono molte le opere allegoriche (in una pagina qui non antologizzata Eliot cita come esempio il romanzo duecentesco intitolato Roman de la Rose); ma nessun poeta medievale – osserva Eliot – possiede una «immaginazione visiva» paragonabile a quella di Dante. Egli è un maestro nell’arte di «far vedere a noi ciò che egli ha visto», o meglio ciò che egli ha soltanto immaginato. Per questo le sue allegorie colpiscono in maniera così potente la nostra fantasia; e per questo le sue similitudini – meno complesse di quelle che userà Shakespeare – non aggiungono complessità al testo che leggiamo (com’è il caso della metafora che Eliot cita da Antonio e Cleopatra) ma, paradossalmente, lo rendono più semplice e nitido.
  1. Matthew Arnold: uno dei maggiori critici letterari e poeti inglesi del secolo XIX (1822-1888).
  2. She looks...: versi tratti da Antonio e Cleopatra di Shakespeare: «Ella somiglia al sonno / quasi volesse sedurre un altro Antonio / nella sua trama possente di grazia».