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La Commedia: una finzione che dichiara di non essere una finzione

Charles Singleton (1909-85) è stato uno dei massimi studiosi americani di Dante, e la sua influenza sugli studi danteschi è dovuta soprattutto a due suoi libri, uno dedicato alla Vita nova (An Essay on the «Vita nova», 1949) e l’altro alla Commedia (Journey to Beatrice, 1958). Nel brano che segue riflette su un aspetto cruciale del poema dantesco, un aspetto tanto evidente quanto difficile da mettere veramente a fuoco.

Osserviamo a questo punto come nulla all’interno del poema dichiari mai che esso è un’invenzione, una fictio. La fictio della Divina Commedia è che essa non sia una fictio. E mai opera ha salvaguardato con più cura questo presupposto fondamentale. Mai nel corso dell’opera questa visione di cose oltremondane viene presentata come una visione, o come un sogno. Così è anche quando il poema sembrerebbe autodefinirsi «visione», come in Paradiso, XXXIII, 62: «che quasi tutta cessa mia visione». Qui, come in altri luoghi, (Paradiso, XIV, 49; Paradiso, XVII, 128), la parola significa «l’atto del vedere» o «ciò che è veduto», e non nega affatto la realtà letterale del viaggio nell’aldilà.
Questa cose sono accadute davvero, e il poeta che in carne ed ossa ha percorso quel cammino e di esse ha fatto esperienza, ora che è ritornato, è uno scriba che le registra fedelmente così come sono accadute. Naturalmente vengono invocate le Muse: lo scriba è anche un poeta consapevole che l’ispirazione proviene da loro e dall’alto, e del fatto che essa è necessaria. Ma tale ispirazione è servita solo a renderlo capace di mettere in versi ciò che era già realmente accaduto.
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Ma se a prima vista sembra abbastanza naturale che un’invenzione, una fictio, cerchi di difendersi dall’insidia costituita dal senso della sua illusorietà, pensiamo d’altro canto a ciò che farà due secoli più tardi, a questo proposito, un poeta rinascimentale. Nella sua invenzione di base, il poema dell’Ariosto tratta di cose che in fondo vengono presentate come avvenimenti storici. La storia narra le imprese di Carlomagno e dei suoi paladini in lotta contro gli invasori saraceni. Pertanto, anche il poema ariostesco postula che tali gesta non sono una invenzione. E tuttavia, come ben sa il lettore dell’Orlando furioso, all’interno e in particolare all’inizio dei canti, si sente la voce del poeta il quale – entro l’opera e con la sua inconfondibile ironia – si fa avanti a dichiarare che le imprese narrate sono inventate, sono figmenti della fantasia e che è lui ad intrecciarli nel poema. Affacciandosi sul palcoscenico, il poeta sorride alla sua opera. E noi ci scopriamo a sorridere con lui.

(C. Singleton, La poesia della Divina Commedia, Il Mulino, Bologna 1999)

Singleton dice una cosa molto semplice ma molto importante: da nessuna parte, nella Commedia, Dante dichiara che quella che sta raccontando è una finzione. In realtà, si può obiettare che una simile pretesa è tipica non soltanto della Commedia ma di quasi tutta la letteratura, da Omero in poi. Perché lo scrittore dichiari qualcosa come: «non credetemi perché sto facendo soltanto della letteratura», e perché possa contare, da parte dei lettori, su quella che in narratologia si chiama «sospensione dell’incredulità», occorrerà attendere altri tempi e altri generi, e cioè – per un paradosso soltanto apparente – l’età del realismo, e precisamente l’età del romanzo realista. Solo quando l’attenzione si concentrerà sulle circostanze pratiche della vita quotidiana, e su caratteri non eccezionali (non Ettore e Achille ma la famiglia Malavoglia, poniamo), diventerà legittimo affermare che eventi e caratteri sono tipici e non tratti direttamente dalla vita.
Ma la Commedia resta comunque strana, a paragone delle altre visioni e degli altri racconti di viaggi allegorici scritti nel Medioevo perché non dice mai di essere una visione o un viaggio allegorico. Certo, all’inizio vediamo Dante smarrito in una foresta, pieno di sonno. Ma almeno in prima battuta nulla ci autorizza a ritenere che questa foresta sia qualcosa di diverso da una selva reale, oscurata dalla vegetazione e infestata da strani e pericolosi animali, e che Dante-personaggio stia dormendo. E alla fine del poema incontriamo di nuovo Dante in certo senso smarrito: smarrito però stavolta nella contemplazione di Dio insieme agli altri beati. Ma una frase conclusiva come «e poi mi sono svegliato», o come «e poi sono tornato sulla terra», Dante non la dice mai.