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Come si intitolavano i romanzi cavallereschi?

Tutti conoscono i nomi di Boiardo e di Ariosto. È sempre bene ricordare, però, che nel Quattrocento e nel Cinquecento vennero scritte decine e decine di romanzi cavallereschi in ottave dei quali oggi ci siamo dimenticati, ma che alla loro epoca ebbero un vastissimo mercato: letti e recitati nelle piazze, essi potevano essere apprezzati anche dai tantissimi che non sapevano leggere. Marco Villoresi ha dedicato a questi testi un libro, La fabbrica dei cavalieri; nella pagina che segue dice qualcosa di interessante sui loro titoli.

Fino al secondo Quattrocento il titolo dell’opera cavalleresca è senz’altro più importante del nome dell’autore, che spesso ci è ignoto; di solito, nel titolo troviamo indicato il luogo dove è avvenuta una certa impresa guerresca (Aspromonte, Spagna, Trabisonda) oppure, più semplicemente, campeggia il nome del cavaliere (Altobello, Persiano, Danese, Falconetto) o dell’ardimentosa amazzone (Regina Ancroia, Dama Rovenza, Bradiamante) che ha la parte principale nell’azione, o sul piano qualitativo o su quello quantitativo. È lecito domandarsi cosa accada relativamente alle nomenclature quando il genere cavalleresco passa nelle mani di autori di prestigio, o quantomeno di scrittori di mestiere. Il Pulci, come è noto, ci informa che il titolo Morgante fu imposto dal pubblico, dal «volgo» entusiasta («et poi che così si contenta il volgo che e’ sia appellato Morgante, derivato da un certo Morgante famoso che in molte cose interviene in esso, per non oppugnare a tanti concedesi che così sia il suo titolo, cioè el famoso Morgante»); Francesco Cieco da Ferrara, invece, imputa il titolo della sua opera a Turpino1 (XLV 122 3-8):

Io vo’ che Mambriano sia intitolato
il libro ove è fondata l’opra mia,
ché simil titol da Turpin gli è dato,
scrittor famoso, il qual non scriveria
per tutto l’or del mondo una menzogna.
E chi il contrario tien vaneggia e sogna.

Una certa ironica indifferenza nei confronti del titolo viene manifestato da Cassio da Narni nella chiusa della Morte del Danese:

Questa è la morte che fece il Danese,
lettore, et ch’io narrarvi avea concetto.
Credo che ad alcun mai non fue palese
se non adesso che ’l suo fin vi ho detto.
Chiamar il libro Morte del Danese
fu sol per dare il nome al mio libretto,
si che, se non ne parlo de lui troppo,
questa ragion discioglie a tutti il groppo.

Molti interrogativi, invece, gravitano intorno al titolo originale del poema di Matteo Maria Boiardo, interrogativi causati in prima istanza dalla perdita delle prime edizioni del capolavoro, ma vieppiù rafforzata dalle controverse testimonianze del tempo. Sebbene sin dalla seconda ottava del primo libro il pubblico dei «signori e cavalieri» sia invitato a «odir cantar de Orlando innamorato», nei documenti coevi i riferimenti all’opera boiardesca sono sempre contraddistinti da quella disinvoltura che, consueta anche nei repertori e negli inventari bibliografici dell’epoca, ai moderni appare colpevole approssimazione: il poema viene spesso indicato semplicemente Libro de Orlando – un’attestazione che troviamo nelle testimonianze più antiche, datate tra il 1479 e il 1483 –, mentre lo stesso autore in una nota lettera a Isabella d’Este usa il titolo Inamoramento di Orlando.
[…]
Il titolo, lo sanno gli editori moderni, ma lo sapevano altrettanto bene gli editori del Rinascimento, ha un valore economico in quanto può incidere sulla vendibilità del prodotto. Privilegiare la tematica amorosa rispetto a quella guerresca sin dal titolo rappresentava un mutamento decisivo: al semplice “libro di battaglia” legato al nome del cavaliere o dell’amazzone, o, come si è visto, del luogo ove la battaglia veniva combattuta, si affiancava e si mescolava il “libro di innamoramento”. In altri termini, nelle nuove creazioni romanzesche il motivo delle armi, almeno sotto l’aspetto promozionale, se non nella sostanza dei testi, passava irrevocabilmente in secondo piano rispetto a quello dell’amore.

(M. Villoresi, La fabbrica dei cavalieri, Salerno Editrice, Roma 2005)

Villoresi distingue qui tra romanzi cavallereschi “di tradizione popolare” e romanzi “d’autore” (o «quantomeno di scrittori di mestiere»). Ma l’intitolazione, in sostanza, non cambia: tanto i primi quanto i secondi vengono designati attraverso il luogo in cui si svolgono (Spagna, Aspramonte) o attraverso il nome del o della protagonista (Danese, Morgante, Mambriano); e – come osserva Villoresi – giustificano talvolta la scelta del titolo con argomentazioni interessanti. Il caso del romanzo di Boiardo è più interessante per due ragioni: da un lato, nelle fonti antiche il titolo oscilla tra Orlando innamorato (che è il modo in cui di solito lo si chiama a scuola), Libro de Orlando e Inamoramento de Orlando (che è forse il titolo più corretto); dall’altro, Boiardo sposta l’attenzione dalla guerra all’amore, dal cavaliere che combatte al cavaliere travolto dalla passione: un «mutamento decisivo», che avrà grande influenza sulla narrativa in versi del Cinquecento.
  1. Turpino: monaco del secolo VIII a cui la leggenda attribuiva la paternità delle storie che riferivano le gesta di Orlando.