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L’idea fondamentale dell’Umanesimo: insegnare a vivere attraverso i libri

Paul Oskar Kristeller (1905-1999) è stato uno dei maggiori specialisti dell’Umanesimo e del Rinascimento, e ha avuto una vita avventurosa. Nato in Germania, negli anni Trenta dovette lasciare la madrepatria in quanto ebreo, e visse prima in Italia (per alcuni anni insegnò tedesco alla Scuola Normale Superiore di Pisa), poi più a lungo negli Stati Uniti. Nel corso di alcuni decenni, dividendosi tra l’Europa e l’America, riuscì a realizzare un’opera grandiosa, e ancora fondamentale per gli studi umanistici: un gigantesco catalogo, intitolato Iter Italicum (“Viaggio italiano”), nel quale sono elencati e descritti tutti i manoscritti italiani quattro-cinquecenteschi che si trovano nelle biblioteche italiane, e in molte di quelle estere. Il brano che segue è tratto da uno dei più bei saggi di Kristeller, Il pensiero e le arti nel Rinascimento.

Gli umanisti avevano ereditato, dai grammatici e dai critici letterari dell’antichità classica e medievale, la convinzione secondo la quale l’edificazione morale doveva essere il primo obiettivo del poeta. Di conseguenza, in alcune delle loro poesie come nell’interpretazione che davano dei poeti antichi, nelle aule come nei testi critici che pubblicavano, è presente una nota morale, o perfino moralistica. Gli umanisti seguivano anche la teoria e la prassi antiche e medievali, secondo cui l’oratore come il narratore è un educatore morale e deve adornare la sua composizione con espressioni di devozione riprese dagli antichi o coniate ad hoc1. Per semplificarsi il compito, l’umanista redigeva opuscoli contenenti citazioni e frasi, e c’erano anche scrittori che pubblicavano raccolte di detti, proverbi o aneddoti storici cui un qualunque altro autore avrebbe potuto attingere liberamente quando se ne presentasse l’occasione. Perciò andavano molto di moda gli Apophthegmata2 di Plutarco nelle traduzioni umanistiche, mentre gli Adagia3 di Erasmo, raccolti e rivisti a partire da tante fonti antiche e più volte ampliati dall’autore stesso, furono stampati e utilizzati, anche se non sempre citati esplicitamente, per diversi secoli. C’era poi un’altra disciplina coltivata dagli umanisti cui veniva annesso un profondo significato morale: la storia. Gli umanisti condividevano la convinzione di molti autori antichi e medievali che il compito della storiografia fosse di impartire una lezione morale. Tanta parte della storiografia rinascimentale è sostenuta da questa convinzione. Analogamente, la vasta produzione biografica di quel periodo è spesso animata dal desiderio di fornire al lettore modelli meritevoli di imitazione. Le vite medievali dei santi fornivano un precedente, poiché erano a loro volta scritte con l’idea di fornire al lettore i modelli della condotta pia4. Ma c’è una bella differenza tra proporre come esempio di vita santi cristiani piuttosto che generali, uomini politici dell’antichità, filosofi e poeti, principi, cittadini o artisti contemporanei. Il Rinascimento continuò a produrre le biografie laiche. Le vite degli uomini illustri dell’antichità lasciateci dal Petrarca5 o da altri umanisti erano chiaramente intese a proporre modelli da imitare, poiché l’antichità classica era per gli umanisti l’esempio più ammirato in tutti i campi dell’azione umana. Non c’è da stupirsi allora se in una famosa disputa umanistica la relativa superiorità del personaggio di Scipione, messo a confronto con quello di Cesare, serviva come spunto per la discussione dei meriti del governo repubblicano paragonato a quello monarchico. Quando Machiavelli, nei suoi Discorsi su Livio, presenta le istituzioni e le azioni della repubblica romana come modello per i suoi contemporanei, non fa che seguire la pratica dei suoi predecessori umanisti, e ne dichiara i presupposti sottesi molto più chiaramente di quanto non fosse stato fatto in precedenza: gli esseri umani sono fondamentalmente sempre gli stessi e perciò è possibile studiare la condotta degli antichi per imparare dai loro errori e dalle loro conquiste e per seguirne l’esempio laddove hanno avuto successo.

(P. O. Kristeller, Il pensiero e le arti nel Rinascimento, Donzelli, Roma 1998)

In questa pagina, Kristeller ci aiuta a mettere a fuoco due aspetti molto importanti dell’Umanesimo. Il primo è la convinzione che la cultura serva a rendere gli esseri umani non solo più dotti ma anche più virtuosi. I libri devono educare, e i libri che non educano non meritano di essere letti. È un’idea dell’arte che oggi non possiamo dire di condividere del tutto (quasi tutti, anche a scuola, dicono che bisogna leggere soprattutto per il puro piacere di farlo), ma che era invece ben radicata nelle menti degli intellettuali del Quattrocento e del Cinquecento. Perciò, come spiega Kristeller, anche la poesia, le biografie e la storiografia dovevano servire prima di tutto per «l’edificazione morale» del lettore: la verità veniva in un secondo tempo. Il secondo aspetto che Kristeller mette in rilievo è la convinzione degli umanisti e dei loro successori (come Machiavelli) che la lezione degli antichi sia direttamente applicabile alle vicende attuali, e che i pensieri e le azioni degli antichi greci e degli antichi romani debbano essere presi come modello dai moderni, perché – come dice l’autore dell’Ecclesiaste – non c’è niente di nuovo sotto il sole, e gli esseri umani sono sempre gli stessi. (È così? È questa un’idea che siamo disposti, oggi, a riconoscere come vera? Varrebbe la pena rifletterci, discuterne).
  1. ad hoc: a quel preciso scopo.
  2. Apophthegmata: raccolte di aforismi che si leggono nei Moralia dello storico greco Plutarco (50 d. C. – post 120).
  3. Adagia: una vasta collezione di aforismi e detti memorabili degli antichi messa insieme dal grande umanista Erasmo da Rotterdam (1466-1536).
  4. pia: virtuosa, cristiana.
  5. Petrarca: Francesco Petrarca (1304-1374) scrisse tra l’altro il De viris illustribus (“Sugli uomini illustri”), nel quale raccolse le biografie di grandi uomini dell’antichità, per lo più romana.