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Goldoni e la critica al mondo borghese

Raffaele Alberto Ventura non è uno specialista di Goldoni, né in realtà uno specialista di letteratura italiana. È uno storico delle idee, e in un suo breve saggio pubblicato nel 2014 in forma di eBook, Teoria della classe disagiata1, ha adoperato le commedie di Goldoni per capire meglio il modo in cui la classe borghese veneziana del Settecento, una delle più ricche e dinamiche d’Europa, usava il suo denaro e, soprattutto, il credito che le derivava dal suo ruolo nella società.

Nato nel 1707, morto nel 1793, Carlo Goldoni fu contemporaneo di Adam Smith2, nato nel 1723, morto nel 1790.
Il cruccio scientifico di Goldoni, se teniamo fede alle sue dichiarazioni programmatiche, sembra non essere altro che quello di rappresentare con la massima precisione i vari tipi umani, ovvero dei caratteri universali in cui ciascuno possa riconoscersi. Non c’è nulla di originale in questo: si chiama commedia di costume (comédie de mœurs) ed è appunto il genere in cui eccelleva Molière. Non è neppure troppo dissimile dalla Commedia dell’Arte, con i suoi padroni burberi e i suoi servi sfaticati. Se si trattasse solo di questo, il merito di Goldoni, nel proporre la sua commedia di carattere, non sarebbe altro che d’aver raffinato la tecnica, aggiornandola alla società borghese. Tuttavia l’autore veneziano non si limita a far sfilare questi caratteri in «scene accozzate senz’ordine e senza regola», né – come Molière – tesse le trame con l’unico scopo di far emergere i personaggi paradigmatici: l’avaro, il borghese gentiluomo, il tartufo, il malato immaginario, il misantropo, le preziose, ecc. Al contrario, e soprattutto nelle commedie d’ambiente, il genio di Goldoni sta nell’aver messo in scena, piuttosto che dei tipi umani, dei tipi di situazioni, che drammatizzano i meccanismi economici del capitalismo nascente. In effetti, le azioni e i moventi di cui è fatto il teatro goldoniano sono spesso di natura contrattuale, monetaria, finanziaria, creditizia, speculativa. In questo senso Carlo Goldoni è più di un semplice testimone, che descrive in maniera confusa sintomi ed epifenomeni: sulla scena, egli è in grado di ordinarli, esaminarli, collegarli, sistematizzarli.
La Trilogia della villeggiatura è in questo senso rappresentativa. La villeggiatura è definita da Goldoni «una passione, una mania, un disordine», poi ancora un «fanatismo», una vera e propria patologia che produce debito, ma è sulla scena «feconda di ridicolo e di stravaganze». Dunque qual è il legame tra la villeggiatura e la ricchezza delle nazioni? Lo si capisce forse leggendo Le smanie per la villeggiatura, primo capitolo della celebre trilogia, quando Vittoria, che vuole farsi comprare un vestito dal fratello sommerso dai debiti, sostiene che rinunciare a una spesa superflua «può fare perdere il credito» (I, 2). Quello che sembra soltanto il capriccio d’una ragazza viziata, da cui scaturisce l’effetto comico, è in realtà il cuore di un sistema economico nel quale lo spreco onorifico, come direbbe Thorstein Veblen, permette di attrarre nuovo capitale e il debito alimenta il credito. Insomma la risposta di Vittoria è tutt’altro che ingenua. Il rischio estremo cui va incontro è di perdere il credito. Dietro il ridicolo, dietro la vanità, dietro la critica, dietro la follia, Goldoni fa trasparire la tragica ragionevolezza del comportamento di Vittoria, costretta a inseguire freneticamente la moda e combattere l’obsolescenza programmata delle merci3. Perché la sua follia è del tutto ragionevole nel contesto della società in cui vive.
Non sono infatti i personaggi di Goldoni ad essere pazzi o banalmente vanitosi, ma l’universo stesso in cui vivono a essere disfunzionale sotto questo aspetto. Un universo in cui il debito alimenta il credito, finanziario e sociale. Credito che risulta effettivamente spendibile, per produrre altro debito o per accasarsi ovvero accaparrarsi nuove risorse — che è poi il cruccio principale di Vittoria.
Oggi diremmo che è proprio la speculazione che, «lubrificando l’economia», ha permesso di generare il relativo benessere di cui l’Occidente ha goduto negli ultimi anni. Paradossalmente, questa società è contemporaneamente prospera e sull’orlo del fallimento, ed è questa minaccia continua a creare una dinamica comica. Lo dice chiaramente l’impresario delle Smanie nella commedia omonima: «Chi non ha debiti, non ha credito». E Don Marzio alla fine de La Bottega del caffè, quando decide di lasciare la città: «Ho perduto il credito e non lo riacquisto più» (III, 26). In generale i termini «credito» e «debito» tornano incessantemente nell’opera goldoniana, come principi fondatori dell’agire sociale. Non si tratta qui di temi nuovi — già la Farce de Maître Pathelin, degli anni 1460, metteva in scena uno stratagemma per ottenere credito — ma nuova è senz’altro questa società borghese che indebitandosi di mestiere produce la propria ricchezza. Non è un caso che in villeggiatura o nella città di Venezia, per giunta, si passi il tempo a giocare d’azzardo. Nelle Smanie si porta all’eccesso questo meccanismo paradossale, nel quale lusso e indebitamento crescono di pari passo, facendo sì «girare l’economia», ma inoltre accelerando la corsa verso la bancarotta.

(R. A. Ventura, Teoria della classe disagiata, Amazon 2014)

Carlo Goldoni e Adam Smith. Il più grande commediografo del Settecento italiano e lo studioso che, con opere come La ricchezza delle nazioni, ha fondato la scienza economica moderna. Qual è il nesso tra questi due uomini così diversi? Secondo Ventura, il nesso sta nel fatto che, nelle sue commedie, Goldoni ha saputo vedere da artista, con eccezionale lucidità, alcuni fatti della vita economica e sociale moderna che Smith ha saputo spiegare da scienziato. In particolare, Goldoni ha capito che ciò che fa muovere il mondo della borghesia (allora come oggi) non è tanto la ricchezza quanto il credito: si ha diritto di conservare il proprio posto tra i borghesi "rispettabili" fintantoché – osserva Ventura – si è in grado di «attrarre nuovo capitale». Questo vale per tutti: industriali, commercianti, avventurieri. Ma vale anche per le ragazze di buona famiglia come Vittoria, la protagonista della Trilogia della villeggiatura, che, benché sia senza soldi, deve fingere di averne per partecipare a quel gioco di società che il sociologo Veblen chiamava «honorific waste», "spreco onorifico" (ovvero la dissipazione di denaro e merci al solo scopo di mostrare che ce lo si può permettere, che si è parte di una élite di persone che "non bada a spese"): gioco serissimo, in verità, perché decide della permanenza o della non permanenza di un individuo all’interno della classe sociale alla quale egli ritiene di appartenere. Sorridendo (ma non troppo), Goldoni mette in scena, nelle sue commedie, questo tipo di modernissimo dramma sociale.
  1. Teoria della classe disagiata: parodia del titolo di uno dei più celebri saggi sociologici del Novecento, Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen (1857-1929).
  2. Adam Smith: filosofo ed economista scozzese, è l’autore, tra l’altro, della Teoria dei sentimenti morali e della Ricchezza delle nazioni, ed è considerato il fondatore della scienza economica moderna.
  3. obsolescenza programmata delle merci:traduzione di una formula inglese, planned obsolescence, che definisce uno dei meccanismi più caratteristici delle moderne società industriali. Gli oggetti invecchiano, ci sembrano inservibili, “datati”, anche se sono ancora perfettamente funzionanti, adatti al loro scopo, perché la moda ci dice che quegli oggetti non “vanno più”, sono troppo diversi da quelli che le altre persone posseggono (per esempio, un’auto, o un vestito, o un computer). Ma questo invecchiamento artificiale è appunto funzionale a un sistema economico che, per restare in piedi, deve produrre e vendere in continuazione nuovi oggetti. La Vittoria di Goldoni vede, sul nascere, questo nuovo mondo della moda obbligatoria.