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Che cos’è la corte?

Quando pensiamo a una “corte” medievale o rinascimentale ci vengono in mente un castello, un re, alcune dame, ricchi vestiti, guerrieri e giocolieri. E in parte è così: la corte è un luogo abitato da molte persone diverse; ma al di là di questo, la corte è anche un centro di potere e di cultura, l’organismo politico e sociale che tra Medioevo e Cinquecento favorisce i grandi moti di rinnovamento.

Grazie soprattutto a Castiglione, il cortigiano è, insieme con l’umanista e il principe, una delle figure sociali del Rinascimento che ci sono più familiari. E si capisce perché: il dialogo di Castiglione non è che il più famoso di una moltitudine di trattati sul cortigiano redatti nel XV e nel XVI secolo. Uno studioso americano ne ha classificati ben millequattrocento sul gentiluomo e ottocento sulla gentildonna, e la gran parte di essi è ricca di notazioni sul tema delle corti.
Ciononostante, non è facile dire che cosa esattamente fosse un cortigiano. Parafrasando Aristotele, si sarebbe tentati di dire che il cortigiano è un animale il cui habitat naturale è la corte: solo che in questo ambiente circolavano anche tanti altri servitori che all’epoca non venivano qualificati come cortigiani.
Comunque, nemmeno la corte stessa può essere definita facilmente, quale che sia il termine impiegato per designarla (curia o aula in latino; cour in francese; court in inglese; hof in tedesco; dwor in polacco, e così via). Come ebbe a scrivere una volta l’ecclesiastico e cortigiano inglese del XII secolo Walter Map: «Cosa sia la corte lo sa solo Iddio, io no», tanto è «mutevole e varia».
Nel senso più ovvio, la corte era semplicemente un luogo, per lo più un palazzo, con stazioni di guardia, cortili, salone e cappella, che includeva però anche una stanza dove il signore poteva ritirarsi e una o più anticamere dove i postulanti aspettavano di essere ricevuti.
Ma la corte era anche un particolare tipo di istituzione, l’ambiente sociale entro cui molte delle opere d’arte che per noi rappresentano il Rinascimento furono prodotte e godute. Questa istituzione è ormai così lontana dall’esperienza della maggior parte della gente d’oggi, da meritare l’attenzione degli antropologi. E di fatto esistono numerosi studi a carattere antropologico sulle corti. […]
Per definizione la corte era il luogo dove stava il principe, e i prìncipi rinascimentali non restavano di solito molto a lungo nello stesso posto. È vero che il duca Guidobaldo, passò la maggior parte della vita nel suo palazzo di Urbino, ma era un invalido, e i suoi territori erano molto ristretti. La gran parte dei governanti europei del XV e del XVI secolo passavano invece molto tempo in viaggio, visitando le principali città dei loro regni, o più semplicemente, spostandosi da un palazzo all’altro. […] Carlo V ricordò ai suoi ascoltatori nel discorso di abdicazione che, durante i suoi quarantatré anni di regno, aveva visitato il Sacro Romano Impero nove volte, la Spagna e l’Italia sette volte, la Francia quattro volte e l’Inghilterra e il Nord Africa due volte ciascuna. […] Dal punto di vista del sovrano, questi frequenti viaggi avevano il vantaggio di permettergli di essere visto dai suoi sudditi e di conoscere il suo regno. […]
Potrebbe essere più semplice descrivere la corte come un gruppo di persone anziché come un luogo, e – a non voler essere troppo precisi – potrebbe essere sufficiente dire che una corte è la «famiglia» di un sovrano o di un’altra persona importante: per esempio, Guidobaldo, duca di Urbino.
Una famiglia del genere contava sovente centinaia, e qualche volta migliaia, di persone, meticolosamente registrate nei documenti finanziari. Ai tempi di Castiglione, la corte di Urbino constava di 350 unità. Ai primi del Quattrocento se ne contavano circa 600 alla corte di Milano e quasi 800 ne annoverava quella di Mantova nel terzo decennio del Cinquecento. Sotto papa Leone X, la corte di Roma comprendeva circa 2000 persone. Queste corti, se confrontate con le loro omologhe fuori d’Italia, erano molto grandi, ma nel corso del XVI secolo anche quelle di altri governanti conobbero una rapida espansione. […]
Difficoltà […] sorgono quando cerchiamo di definire la «famiglia» del principe con un po’ più di precisione. […] Una corte aveva bisogno dei servigi forniti da cuochi, siniscalchi, coppieri, sguatteri, lavandaie, barbieri, giardinieri, guardie, portieri, cappellani, medici, cantanti, segretari, falconieri, e così via. E c’era comunque necessità anche di gentiluomini e di gentildonne, che incrementavano la magnificenza della corte e per i quali il servizio del principe costituiva un grande onore […]
Riassumendo, la corte era un’istituzione in cui convivevano molte funzioni diverse. Non era solo la famiglia del sovrano, ma anche un vero e proprio strumento di governo. Inoltre, la necessità del principe e dei suoi compagni di svagarsi la sera con la poesia o con la musica, oppure giocando a scacchi o a giochi d’azzardo, o anche inventando anagrammi, imprese, indovinelli, o amoreggiando con le dame, favorì la trasformazione della corte in centro culturale. Di qui la convinzione diffusa che la letteratura avesse un valore pratico, una convinzione che possiamo ritrovare nel Principe di Machiavelli, nell’Educazione del principe cristiano di Erasmo (scritta per Carlo V) o nell’Education du Prince di Budé (scritta per Francesco I). In realtà l’importanza della novità e la moda fecero la corte, in questo contesto, uno dei principali centri di innovazione culturale tanto nell’Europa medievale che in quella della prima età moderna.

(P. Burke, Il cortigiano, in L’uomo del Rinascimento, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997)

Peter Burke (1937) è uno storico inglese; in questo passo descrive le corti italiane, ma tiene conto anche di alcune caratteristiche più generali, proprie di tutte le corti europee. Innanzitutto, Burke ci dà alcuni dati quantitativi che ci fanno capire che la corte può essere un centro anche molto grande e quindi molto vario al suo interno: la corte del papa, a Roma, che è un po’ un’eccezione, arriva a contare ben 2000 persone. La corte è una specie di paese formato da uomini e donne che trovavano in essa un vero e proprio lavoro, naturalmente, di tipo molto diverso: i nobili e i ricchi avevano incarichi di grande responsabilità di governo, mentre ai più poveri spettavano i lavori più umili. Inoltre, Burke mette in chiaro come accanto al ruolo politico, la corte abbia anche una grande importanza culturale: è in questo ambiente fatto di politica e di diplomazia, di arte e di cultura, che fioriscono sia la poesia (da Boiardo fino a Bembo, Ariosto, Sannazaro), sia, come vedremo, i trattati sul comportamento (primo fra tutti il Cortegiano di Castiglione).