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Che cos’è il petrarchismo?

I testi poetici databili al Duecento-Trecento sono numerosi: nondimeno, in un tempo ragionevole, è possibile leggerli e studiarli tutti. Potremmo paragonarli a un panorama vasto, che, tuttavia, può essere abbracciato con un solo sguardo. Al contrario, non è possibile (a meno di non voler trascorrere una parte non indifferente della propria vita in questa attività) una lettura integrale dei testi poetici cinquecenteschi: sono troppi. E sono troppi anche se ci limitiamo alla sola lirica, tralasciando i poemi cavallereschi e didascalici, le commedie e le tragedie. Come dare allora un’interpretazione d’insieme della lirica cinquecentesca? È un problema a cui non è facile dare una risposta. Se si sceglie un punto di vista troppo ravvicinato, non si riescono a cogliere i tratti comuni a tanti testi differenti; se si guarda troppo dall’alto, si disegna una mappa generica e poco utile. Nella pagina che segue, lo storico della letteratura Giulio Ferroni prova – per così dire – a delimitare il territorio.

La poesia italiana del Cinquecento si iscrive per gran parte sotto il segno del petrarchismo: l’«imitazione» del Petrarca porta alla costruzione di un sistema linguistico che dominerà nella letteratura italiana almeno fino all’Ottocento. Facendo venir meno o emarginando ogni altra prospettiva, questo sistema offre un modello unitario e totalizzante di comunicazione poetica. L’importanza del Cinquecento nella storia della poesia italiana sta, più che nel valore di alcuni prestigiosi risultati, nella forza con cui vi si impone il codice petrarchistico, non solo nell’ambito della poesia lirica (che era appunto quello della poesia del Petrarca) ma in qualsiasi tipo di esperienza poetica. Esso appare come una vera e propria lingua, che risulta da una selezione e depurazione da ogni possibile ibridismo1, da ogni sovrapposizione e confusione con lingue diverse: di fronte a essa ogni altro possibile sistema linguistico finisce per essere ridotto ai margini, a un assai basso spessore comunicativo. Il mondo letterario italiano acquista così una facciata unitaria, un punto di aggregazione e di educazione linguistica, stilistica, metaforica. La poesia italiana trova una sua sicurezza, una garanzia di lunga durata, con cui può credere di salvarsi dalla barbarie, dalle forze minacciose della crisi e della disgregazione. Il merito e la responsabilità di aver fissato le linee generali del petrarchismo e di averlo imposto come modello egemonico sulla società letteraria del tempo spetta a Pietro Bembo, la cui opera teorica e la cui attività di rimatore definiscono i limiti precisi in cui l’«imitazione» del Petrarca viene realizzata nel corso del secolo. Al fine di costruire una formula letteraria stabile e salda, il Bembo mette da parte l’esperienza dei petrarchisti tardo quattrocenteschi (che, specie in aree culturali settentrionali, avevano usato il Petrarca come pretesto per fitti svolgimenti metaforici2) e cerca di estrarre dal poeta trecentesco una norma rigorosa, sia sul piano del comportamento umano sia su quello della struttura linguistica. Con l’appoggio di una visione platonica dell’amore e della bellezza come massime espressioni del cammino dell’uomo verso la propria più vera natura ideale, il Bembo trova nella poesia del Petrarca e nella vicenda del suo amore per Laura i modelli esemplari per ogni esistenza umana degna e civile: figure, temi, momenti, situazioni del Canzoniere gli appaiono come gli schemi a priori in cui deve atteggiarsi qualsiasi realtà vitale e qualsiasi rapporto umano degni di espressione, aspiranti a una legittimità culturale.

(Poesia italiana del Cinquecento, a cura di G. Ferroni, Garzanti, Milano 1978)

In queste righe, Giulio Ferroni riconduce gran parte della poesia (non solo della lirica) cinquecentesca al petrarchismo, ovvero a un sistema linguistico che ha come punto di riferimento il Canzoniere e i Trionfi. Questo sistema linguistico dominerà per tre secoli, fino all’Ottocento. Ma il petrarchismo non è solo un fenomeno letterario: diventa anche un fenomeno sociale, che riguarda l’idea dell’amore e dei rapporti tra i sessi. Sarebbero questi, più che quelli realizzati dai singoli scrittori, i maggiori risultati della poesia italiana cinquecentesca.
Guardando più da vicino il Cinquecento, si può osservare che all’interno del “petrarchismo” ci sono diversi filoni tematici e stilistici, che tra i primi vent’anni del secolo e gli ultimi venti le differenze sono piuttosto marcate, che il fenomeno sociale è una moda e come tale tramonta, che alcuni autori come Ariosto e Tasso raggiungono risultati ragguardevoli anche, rispettivamente, nella satira e nella lirica. Inoltre, il sistema linguistico del petrarchismo, già variegato a metà Cinquecento, diventa sempre più ibrido con il passare dei decenni. Insomma, l’etichetta “petrarchismo” definisce sì una maniera poetica fortemente individuata, ma non deve dare l’idea di un fenomeno unitario: nell’arco di due secoli, in Italia, ci sono stati più petrarchismi, al plurale.

  1. ibridismo: contaminazione, incrocio e somma di modelli diversi.
  2. fitti svolgimenti metaforici: Ferroni allude alla lirica di corte del tardo Quattrocento, che usa Petrarca soprattutto come repertorio di parole e di metafore, non come modello ideologico.