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Narrare e basta: perché Boccaccio è un grande scrittore

Alberto Moravia (1907-1990) non è stato soltanto uno dei maggiori narratori italiani del Novecento, è stato anche un intelligentissimo saggista, e uno dei suoi saggi letterari più acuti lo ha dedicato, nel 1953, a Boccaccio, uno scrittore che amava, soprattutto per la gioia quasi infantile con cui raccontava le sue storie e per la sua mancanza di moralismo (dove per moralismo s’intende la volontà di giudicare il mondo, e di far sì che il mondo si adegui a ciò che noi, soggettivamente, crediamo giusto).

In vari modi sono state spiegate le amoralità e l’indifferenza che molti credono di ravvisare nell’opera del Boccaccio. Si è detto che era un sensuale1 ; come se la sensualità escludesse necessariamente una coscienza morale. Si è attribuito quest’animo così poco severo al decadere dei costumi, al trapasso del Medio Evo cavalleresco nel tempo moderno borghese, al cambiarsi dell’antico concetto trascendente nell’immanenza del Rinascimento. Ma noi siamo convinti che la moralità non sia uno di quei fatti che seguono le mutazioni storiche come le mode o altri caratteri superficiali. Certamente il Boccaccio era un uomo altrettanto morale quanto Dante o il Manzoni. Il fatto che nelle sue novelle ci siano molti adulteri e molti inganni e al tempo stesso una certa superficialità ed indifferenza non deve trarre in abbaglio. A una lettura attenta il Decamerone si rivela un libro di moderata sensualità2 ; e comunque non è mai o quasi mai sulla sensualità che si imperniano le vicende.
[…]
Inutile appuntarsi3 sull’incrinatura, che a noi moderni appare nera fessura, dell’assoluzione che il Boccaccio sembra impartire ai suoi personaggi criminosi e disonesti. Bisogna piuttosto pensare che questa assoluzione è il prezzo di tante poetiche vicende, di tanti curiosi e magici particolari. Sembra che il Boccaccio dica al lettore: «conveniamo4 una volta per tutte che questi miei personaggi fanno quello che fanno per loro motivi che sarebbe troppo noioso definire e valutare. Perciò contentiamoci di lasciarli agire e divertiamoci…».
Vagheggiamento5 dell’azione che porta come conseguenza a precipitare6 l’azione stessa e a goderne il più presto possibile: ecco il meccanismo a cui obbedisce, secondo noi, il mondo boccaccesco. Si veda a questo proposito come il procedimento narrativo del Boccaccio sia il rovescio giusto di quello dei moderni moralisti. Se apriamo alle prime pagine, poniamo, Madame Bovary, non vi troviamo certo enunciato il motivo principale del libro né poste con chiarezza convenzionale le premesse da cui poi deriveranno logicamente tutti gli sviluppi. Non troviamo, insomma, scritto «Madame Bovary, nata nel tal luogo, sposata a tal uomo, aveva le tali ambizioni» e via discorrendo. Flaubert, come quasi tutti gli scrittori moderni, non si propone di far agire i suoi personaggi quanto di crearli; e comunque la sua attenzione è legata ad una realtà di cui lui stesso ignora gli sviluppi. Motivo per cui libri come il suo ci danno quasi l’impressione di vivere le vicende che leggiamo; e, come nella vita, non sappiamo oggi quello che potrà succederci domani.
Il Boccaccio invece, preoccupato soprattutto di far agire i suoi personaggi e di farli agire senza residui né esitazioni, ci fornisce precipitosamente nei preamboli delle novelle i caratteri e i dati essenziali dell’intrigo. Sgomberato il terreno dai quali, non gli resta che dedicarsi anima e corpo alle modalità dell’azione. Da questa convenzionalità, da questo anticipato liberarsi del fardello dei caratteri e dei moventi, deriva al Boccaccio l’ornato, la magia, la voluttà, la leggerezza dell’azione.
Per questo è errato, a parere nostro, definire il Boccaccio uno scrittore erotico. Invero l’amore non interessa gran che il Boccaccio sebbene la maggioranza delle novelle del Decamerone passi per novelle d’amore. L’amore vi figura soltanto, qual è in realtà, come una delle molle più importanti dell’azione umana; ma, scattata la molla, l’attenzione del Boccaccio si volge esclusivamente all’azione. Insomma, l’amore non è visto che come una sottospecie dell’azione, vagheggiabile non più di tante altre. A riprova si veda come il Boccaccio non conosca l’amore normale, sentimentale, psicologico; l’amore per lui non ha sapore se non è avventuroso, difficile, pieno di peripezie e di equivoci.

(A. Moravia, L’uomo come fine, Bompiani, Milano 1963)

L’aggettivo “boccaccesco” si usa ancora oggi, talvolta, come sinonimo di “licenzioso, scollacciato” e addirittura “immorale”. Ma è un uso sbagliato (quindi è molto meglio non adoperare questa parola), perché – come spiega Moravia – il fatto che Boccaccio metta in scena personaggi tutt’altro che virtuosi (come per esempio ser Ciappelletto), e che non pretenda di impartire lezioni di etica ai suoi lettori non è un segno di immoralità, bensì di interesse alla vita, alla vita come è e non come i moralisti vorrebbero che fosse. Anche il tema dell’amore, che secondo alcuni è così centrale nel Decameron, serve soltanto come motivo di partenza, come argomento buono a innescare l’intreccio: ciò che interessa a Boccaccio non è analizzare i sentimenti e le idee dei suoi personaggi (che è ciò che interessa i romanzieri moderni, come Flaubert) bensì raccontare un’azione che tenga avvinti i lettori al libro. Alle novelle di Boccaccio non chiediamo complessi tipi psicologici: chiediamo come andrà a finire. È il grado zero della narrativa, ma è un grado zero difficilissimo da gestire.
  1. un sensuale: un uomo troppo attratto dai piaceri della carne.
  2. di moderata sensualità: cioè in nessun modo sconcio come alcuni lettori ritenevano in passato.
  3. appuntarsi: concentrarsi, prestare attenzione.
  4. conveniamo: riconosciamo, ammettiamo.
  5. Vagheggiamento: l’atto di vagheggiare, cioè di contemplare con desiderio.
  6. precipitare: accelerare.