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Di quale amore parla Petrarca

Francesco De Sanctis (1817-1883) è stato il più autorevole studioso di letteratura italiana dell'Ottocento. Nella sua Storia della letteratura italiana (1870) e in altri saggi, De Sanctis non ha solo stabilito il canone letterario poi studiato in tutte le scuole d'Italia, ma ha anche influenzato in maniera determinante gli orientamenti della critica letteraria. Per De Sanctis, che fu deputato e ministro nei primi decenni dopo l'Unità d'Italia e partecipò in prima persona ai moti risorgimentali, la critica e la storia letteraria non dovevano restare separate dall'impegno politico e dalla riflessione sulle virtù e i vizi degli italiani. Per questo motivo, nelle pagine su Petrarca vedremo intrecciarsi indissolubilmente il giudizio critico e quello morale.

Ciascun poeta ha il suo mondo più o meno vasto, a cui crede, e che opera sulla sua immaginazione. Il mondo del Petrarca fu Laura.
Chi è Laura [...]?. Di tempo in tempo sono sorte delle quistioni: "Laura fu maritata o donzella? quale fu il suo marito? ebbe figli? fu ricca? fu nobile? e, innanzi tutto, è Laura una creatura reale o meramente poetica? non sarebbe ella un'allegoria, una personificazione; e, posto che no, fino a qual punto l'amò il Petrarca? di qual natura fu quest'amore?". Confesso che non saprei rispondere a queste e simili domande, per la semplice ragione che non lo so, e che il Petrarca non me ne ha fatto confidenza. Del suo amore vive sol quello a cui ha dato un'esistenza poetica. Eh mio Dio! e che altro dunque rimane della storia fuori di quello che lo spirito fa suo? Tutto l'altro se ne stacca e imputridisce. Di Laura e del Petrarca qualche cosa è morto, ed era degno di morire; è rimasto ciò che lo spirito, ricevendo e riflettendo, ha eternato.
Giovane, inesperto della donna, il Petrarca riceve una profonda impressione alla vista di Laura. Fu per lui quasi la donna de' nostri sogni giovanili: quando crediamo di averla trovata, ce le atterriamo innanzi come ad un essere soprannaturale. In questo primo stadio adoriamo, e non amiamo ancora: l'amore è timido e goffo, non osiamo di rivolgerle la parola, di trattar come nostro simile quella che ci fa battere il cuore. Il Petrarca la segue alle passeggiate, per i campi, in chiesa, non osa d'accostarsele. Dopo un par1 d'anni ha accesso in sua casa; mai non osa di dirle: - Io t'amo -; parlano solo gli sguardi ed i gesti. Ben qualche volta, fatto ardito, vorrebbe dirle ma uno sguardo severo lo arresta, e la parola gli si agghiaccia nella gola [...]. Quest'amore durò ventun anno; e rimane l'ultimo giorno propriamente nello stesso stato quasi che il primo, senza sviluppo, senza successione [...]. Talora conosce, spaventato, la gravità della sua passione, e prende risoluzioni2, col sentimento confuso che non ne farà nulla; talora la voce pubblica lo accusa3, e innanzi all'altrui maldicenza, ed alla sua debolezza, il poeta s'allontana e fa lunghi viaggi. È così guardingo e misurato, che, parlando del suo amore liberamente, non lascia mai che alcun sospetto caggia sopra di Laura; anzi, con un delicato olocausto4 del suo amor proprio, te la mostra sempre restia, e solo talora pietosa più che amorosa; e, se alcuna rara volta le attribuisce un sentimento più tenero, non lo afferma che in una forma dubitativa: "Forse (o che spero) il mio tardar le dole" (208, 11).
Mi direte: "Ma quando si tratta di passioni vere e profonde, o l'esistenza è spezzata, o il desiderio è placato". È giusto; e qui l'uomo ci aiuta a comprendere il poeta. Natura delicata e impressionabile, senza durata e senza persistenza, il Petrarca potea aver delle emozioni, non delle passioni, delle emozioni più o meno forti, che ora si accostano alla passione, e ora sfumano in modo che egli può scherzarvi sopra e farvi de' concetti. Della passione era efficace sedativo la sua immaginazione, che dava uno sfogo alle ansietà del reale nelle divine consolazioni della poesia. Così, sciogliendosi dalle strette della realtà, e spaziando in una regione più serena, ha potuto poetare sopra sé stesso: "Chi può dir com'egli arde, è 'n picciol foco5" (170, 14).
Né molto grande dovea essere un foco potuto descrivere con tanta eleganza e leggiadria. Cosa è dunque questo amore? È un sentimento indefinibile, a cui l'amante non sa assegnare un nome: "S'amor non è, che dunque è quel ch'i' sento? / Ma s'egli è amor, per Dio, che cosa e quale?" (132, 1-2) [...]; "Ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio" (ivi, 13).
È quello che si chiama la contraddizione del Petrarca, un ondeggiamento di volontà di un essere debole: cosa contraria al senso comune, ma piena di senso poetico. Un contadino col suo grosso buon senso gli avrebbe detto: "Vuoi, o non vuoi? se vuoi, dunque osa; e se no, smetti" Il Petrarca non passò mai il Rubicone6; rimase in un fluttuante fantasticare, fuori dell'azione. E chi conosce l'uomo, dirà: "Tale l'uomo, tale la sua storia".

(F. De Sanctis, Saggio critico sul Petrarca, a cura di N. Gallo, introduzione di N. Sapegno, Einaudi, Torino 1983 (I ed. Morano, Napoli 1869), pp. 80-82.)

Come molti intellettuali del suo tempo, De Sanctis non si interessava solo di letteratura ma anche di scienza, di filosofia e di politica. Nei suoi scritti adopera molto spesso le idee e il vocabolario dei filosofi idealisti dell’Ottocento. Quando si chiede per esempio «e che altro dunque rimane della storia fuori di quello che lo spirito fa suo?», non si riferisce alla storia personale e allo spirito di Petrarca, ma introduce un concetto del pensatore tedesco Georg Wilhem Friedrich Hegel (1770-1831), fondatore di una “filosofia dello spirito” che si proponeva di studiare in tal modo il mondo nella sua totalità. Ma quel che più ci sorprende nel modo di fare critica di De Sanctis è l’interesse per gli aspetti estetici e morali. De Sanctis non è infatti interessato alla letteratura in quanto tale: lo studio delle opere letterarie è un modo per occuparsi dell’uomo. Per questo De Sanctis introduce riflessioni di carattere generale. Quando scrive: «In questo primo stadio adoriamo, e non amiamo ancora», non sta parlando di Petrarca, ma di tutti gli uomini. E quando sostiene che «non passò mai il Rubicone; rimase in un fluttuante fantasticare, fuori dall’azione», non dà solo un giudizio di valore sull’opera petrarchesca, ma compie un’analisi – severa e forse ingiusta – dell’uomo Petrarca («il Petrarca – scrive recisamente – potea aver delle emozioni, non delle passioni»). Questo tipo di riflessioni era tipico di una disciplina che si chiamava estetica e che oggi non è più particolarmente diffusa tra chi si occupa di letteratura. L’estetica si occupava sia del bello (tanto artistico quanto naturale), sia del giudizio morale, secondo un principio che risale al mondo classico, nel quale era diffusa l’idea di una equivalenza tra il bello e il buono. Questo è il modo di fare critica letteraria di De Sanctis e degli studiosi del suo tempo, che è del tutto diverso da quello di Gianfranco Contini.
  1. par: paio.
  2. prende risoluzioni: decide di rinunciare all’amore (ma sa già che cambierà presto idea).
  3. la voce ... accusa: la gente lo biasima per la sua leggerezza e immoralità (è la situazione che Petrarca mette in scena nel primo sonetto del Canzoniere).
  4. olocausto: sacrificio.
  5. Chi ... foco: chi può dire quanto è innamorato, non ama di un amore veramente grande.
  6. Rubicone: un fiume dell’Italia settentrionale, che in epoca romana segnava il confine tra l’Italia vera e propria e la Gallia Cisalpina (cioè l’Italia settentrionale). De Sanctis si riferisce al celebre episodio in cui Giulio Cesare, contro gli ordini del Senato romano, decise di passare il Rubicone e di tornare a Roma. Lì avrebbe pronunciato la frase alea iacta est (“il dado è tratto”). L’espressione indica quindi la capacità di prendere una decisione importante.