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La Gerusalemme liberata, un conflitto tra visioni del mondo

Nel primo capitolo del suo studio sulla Liberata, Sergio Zatti individua nel poema di Tasso uno scontro tra due sistemi di valori contrapposti. A differenza di quanto si potrebbe credere, questi sistemi di valori (Zatti parla di "codici") non corrispondono l'uno al mondo cristiano e l'altro a quello musulmano; al contrario, appartengono entrambi al mondo cristiano, perché entrambi affondano le radici nella cultura europea. Da un lato abbiamo infatti l'umanesimo laico e pluralista del primo Rinascimento; dall'altro l'etica severa e repressiva della Controriforma. Secondo Zatti questo conflitto, che nella Liberata emerge su diversi livelli e anima dall'interno tutta la vicenda, rimane sempre aperto, ambiguo e complesso a causa della sensibilità di Tasso, rivoluzionaria per i suoi tempi e per certi versi già moderna. Infatti, anche se il poeta ritiene indispensabile la vittoria del codice "controriformistico" (che è del resto una vittoria storica, evidente negli anni in cui Tasso scrive la Liberata), in realtà solidarizza con quello "rinascimentale", mostrando nostalgia e rimpianto per i valori che avevano ispirato Ariosto e la letteratura di primo Cinquecento. Tuttavia, dato che questo secondo sistema di valori, nel poema, appartiene al mondo musulmano, le conseguenze sono clamorose: benché la Liberata sia dedicata al trionfo dei crociati, sul piano emotivo Tasso si identifica con i pagani sconfitti.

La mia analisi è rivolta a verificare la legittimità di una chiave di lettura figurale1 dello scontro militare tra Cristiani e Pagani, che costituisce la materia narrativa del poema. Secondo tale prospettiva la guerra per la conquista di Gerusalemme rinvierebbe ad una lotta per l’egemonia che si instaura fra due codici diversi, fra due sistemi di valori antitetici. Dell’uno sono campioni i Pagani e, potremmo dire, schematizzando, che esso si richiama agli ideali di un umanesimo laico, materialista e pluralista; l’altro, di cui sono portatori i Crociati, dà voce alle istanze religiose autoritarie della cultura della Controriforma.
Se la materia storica della narrazione, che il Tasso desume dai cronisti delle Crociate, propone lo scontro tra due religioni e culture contrapposte, è un fatto che, nella concreta vicenda poetica, lo scontro assume piuttosto i connotati di un conflitto tra due codici, divenuti incompatibili, che si genera all’interno di una medesima cultura e di una medesima società, entrambe occidentali e cristiane: tanto è vero che a misurarsi nella guerra, parallela a quella terrena, che si combatte in cielo non sono Dio e «Macometto»1, bensì Dio e Satana, la verità cristiana trovando come antagonista non già una verità pagana ad essa alternativa, bensì piuttosto i principi di negazione ad essa connaturati, cioè l’errore, il male, l’eresia. Proprio come tali, infatti, cioè come negativi, erronei o quantomeno insufficienti, si configurano nella Gerusalemme liberata quei valori cavallereschi che la tradizione recente del genere aveva rifondato in senso umanistico […].
Lo scontro tra i codici indicati si apre in coincidenza con l’esordio stesso dell’azione narrativa, così da porsene legittimamente quale chiave di lettura privilegiata: Goffredo di Buglione, uno dei principi cristiani fra cui è diviso il potere militare e politico, è sollevato per volontà divina a capo supremo dell’esercito crociato. Si stabilisce da questo momento in un processo di subordinazione gerarchica denso di conseguenze – sia sul piano del dato narrativo immediato, sia sul piano etico e ideologico in senso lato – agli affetti dello sviluppo ulteriore dell’azione e dei suoi connotati semantici: l’intervento divino determina infatti la netta distinzione politica e morale fra Goffredo e i «compagni erranti», che egli è chiamato a riunificare nel nome del fine militare cristiano, e contemporaneamente segna la cessazione della copresenza paritetica di codici diversi, la sanzione dell’opera repressiva di un codice – quello incarnato dal Buglione – sugli altri avvertiti come devianti e «pagani», l’abolizione insomma della tolleranza nei confronti dell’altro e del diverso.

(S. Zatti, L’uniforme cristiano e il multiforme pagano. Saggio sulla Gerusalemme liberata, Il Saggiatore, Milano 1983 pp. 11-37)

L’argomentazione di Sergio Zatti si può riassumere nel modo seguente. In superficie, se guardiamo alle vicende che vi vengono narrate, la Gerusalemme liberata è la storia di una guerra tra i cristiani e i pagani. Se guardiamo in profondità, tuttavia, quelli che si scontrano nella Gerusalemme liberata sono due sistemi di valori che appartengono allo stesso mondo occidentale: da un lato quello della religione, della Controriforma cattolica, sostenuto dai crociati; e dall’altro quello laico, cavalleresco e (nel rapporto con la religione cristiana) eretico sostenuto dai pagani. Questo scontro di “visioni del mondo” (l’espressione traduce una parola tedesca molto usata nel discorso letterario o filosofico e anche nella conversazione colta: Weltanschauung) è evidente sin dall’inizio del poema, perché oppone l’eroe cristiano Goffredo di Buglione non solo ai musulmani che (secondo i cristiani) usurpano la Terra Santa, ma anche ai suoi «compagni erranti», che Goffredo riesce a ricompattare sotto i «santi segni». Il mondo dei cavalieri cantato da Ariosto era il mondo della varietà, della pluralità dei punti di vista (in un’altra pagina del suo saggio Zatti cita il celebre passo del Furioso in cui Ariosto riconosce il valore anche dei combattenti pagani: «Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!»); il mondo di Tasso è un mondo nel quale una sola verità ha diritto di cittadinanza, la verità del cattolicesimo.
  1. figurale: allegorica.
  2. «Macometto»: è il nome con cui si indicava Maometto, il profeta fondatore dell’Islam.