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L’umanista Ariosto scende

Per capire il senso di un’opera d’arte del passato bisogna saperla collocarla nel suo contesto: leggerla, cioè, ma leggerla avendo ben presente che cosa succedeva attorno all’autore che l’ha scritta, quali libri lui o lei poteva leggere a sua volta, quali erano i modelli più in voga, quali invece erano quelli da evitare. Per avere un’idea del contesto storico-letterario in cui si colloca il Furioso è utile leggere questa pagina di Giuseppe Sangirardi, uno dei maggiori studiosi italiani di Ariosto:

La decisione di continuare l’Inamoramento de Orlando, romanzo lasciato incompiuto da Boiardo nel 1494, non possiamo datarla con sicurezza, ma le più verosimili congetture degli studiosi permettono di fissarla intorno al 1505. Come fattori influenti su questa decisione la tradizione critica ha invocato principalmente la pubblicazione, appunto in quell’anno, del Quarto libro dell’Innamoramento di Niccolò degli Agostini, che avrebbe incoraggiato Ariosto non a entrare in competizione letteraria o commerciale con il tanto inferiore Agostini, ma semmai a ristabilire, a tutt’altro livello letterario, il primato ferrarese1 nel genere cavalleresco. Nonostante il successo e il prestigio di cui godeva il romanzo di Boiardo nelle corti padane, e nonostante la straordinaria complicità di Ludovico col suo predecessore, di cui il Furioso fa continuamente fede, la scelta di proseguire la narrazione incompiuta del Boiardo fu comunque prova di una certa audacia per il giovane umanista che Ariosto era in quel momento. Non solo, infatti, egli passava dal latino al volgare, ma sullo stesso terreno del volgare si collocava in una zona d’ombra, difficilmente frequentabile per i letterati più ambiziosi. Nel 1503 era uscita a Napoli l’Arcadia di Sannazaro, e soprattutto nel marzo dello stesso 1505 venivano stampati a Venezia gli Asolani, dialogo sull’amore platonico che l’amico di gioventù Pietro Bembo aveva concepito a Ferrara, e gli aveva con ogni probabilità fatto leggere nel corso del suo secondo soggiorno ferrarese, tra il 1502 e il 1503. Se per certi versi Ariosto sembra tener conto della lezione che questi nuovi testi costituiscono per la letteratura in volgare (imboccando la strada del petrarchismo stilistico2, ma anche ingaggiando un conflitto parodico a distanza con il platonismo degli Asolani [...]), la sua scelta di campo lo porta però agli antipodi, nello scandaloso territorio della letteratura di piazza. Pulci e soprattutto Boiardo avevano certo fornito una patente di nobiltà alla materia cavalleresca, mostrando che questa poteva essere oggetto di un trattamento ben diverso da quello a cui aveva abituato la tradizione popolare; ma la lunga ombra che questa tradizione (peraltro sempre vivace) aveva gettato sul mito cavalleresco non poteva essere completamente cancellata, e d’altra parte le ben diverse opere di Bembo e Sannazaro ridimensionavano lo stesso valore del Morgante e dell’Inamoramento de Orlando3, almeno agli occhi dei letterati più esigenti.

(G. Sangirardi, Ludovico Ariosto, Firenze, Le Monnier Università 2006, pp. 88-89)

Quando Ariosto decide di continuare a raccontare la storia di Orlando, proseguendo l’Orlando innamorato di Boiardo, ha poco più di trent’anni. È una decisione scontata (come sarebbe quella, oggi, di girare il sequel di un film di fantascienza di grande successo?). Niente affatto, e per due ragioni. Da un lato, Ariosto è ancora, a quell’età, un poeta umanista, l’allievo di Gregorio da Spoleto che ha passato anni a studiare e a imitare gli scrittori dell’età classica. Dall’altro lato, la cultura dell’epoca, i grandi libri che Ariosto aveva sott’occhio, come l’Arcadia di Sannazaro e gli Asolani di Bembo, erano libri che voltavano decisamente le spalle alle popolari storie dei cavalieri raccontate da Pulci e da Boiardo e, prima di loro, da generazioni di anonimi canterini. Ma è precisamente questa la strada, tutt’altro che ovvia, che Ariosto decide di percorrere: usare la sua raffinata cultura classica per inventare storie che parlano di eroici cavalieri e di bellissime donne, di armi e di amori. Il Furioso nasce da questa quasi miracolosa ‘doppia personalità’: un uomo che sa raccontare meravigliosamente una storia, e che si diverte moltissimo a farlo; ma che insieme possiede una cultura e una competenza linguistica tali da poter narrare in ottave soddisfacendo il gusto non solo del popolo ma anche degli intellettuali.
  1. Il primato ferrarese: Niccolò degli Agostini dedicò infatti la sua “giunta” all’Innamorato di Boiardo a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, mentre Ariosto – come Boiardo appunto – viveva a Ferrara.
  2. Petrarchismo stilistico: cioè l’imitazione dello stile e dei temi che Petrarca aveva codificato nei Rerum Vulgarium Fragmenta.
  3. Del Morgante e dell’Inamoramento de Orlando: i poemi, rispettivamente, di Pulci e Boiardo.