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Come Petrarca parla d’amore

Gianfranco Contini (1912-1990) è stato uno dei maggiori filologi e critici letterari italiani del Ventesimo secolo. Ciò che gli preme, nel saggio Preliminari sulla lingua del Petrarca, è dare una definizione il più possibile precisa di che cos’è la «lingua» di Petrarca, intesa sia come “linguaggio”, sia come “stile”. Si tratta, avvertiamo, di un saggio molto difficile, che va letto con calma (e guardando le note, e col vocabolario alla mano: Contini scriveva in maniera estremamente densa ed ellittica).

È un fatto che noi moderni ci sentiamo più solidali col temperamento, dico il temperamento linguistico, di Dante; ma è altrettanto un fatto che la sostanza della nostra tradizione è più prossima alla cultura petrarchesca. [...] Allora il nostro punto di partenza non sarà il genio più ricco e più inventivo, e con tutto ciò anche il più propriamente intelligente, della nostra letteratura, non è Dante, o almeno non è di sicuro il Dante della Commedia, è il Petrarca volgare, quanto dire il Petrarca del Canzoniere. Per qualificare tale esperienza, unitaria, esauriente, perciò stesso autolimitata entro stabili confini, nulla giova meglio1 d’una rapida e massiccia opposizione di queste due, come le chiamerebbe Roberto Longhi2, «persone prime» del nostro linguaggio poetico.
Dei più visibili e sommarî attributi che pertengono3a Dante, il primo è il plurilinguismo. Non si allude naturalmente solo a latino e volgare, ma alla poliglottia4 degli stili e, diciamo la parola, dei generi letterari [...]. In secondo luogo, la pluralità di toni e pluralità di strati lessicali va intesa come compresenza: fino al punto che al lettore è imbandito non solo il sublime accusato5 o il grottesco accusato, ma il linguaggio qualunque. Terzo punto: l’interesse teoretico6 [...]. Quarto punto: la sperimentalità incessante. A tacer d’altro, si ricordi l’inconsistenza d’un Canzoniere dantesco7 organico, l’interruzione, che sarebbe troppo facile considerare semplicemente casuale, di qualche opera teorica, si ricordi soprattutto la rapida derivazione8 delle esperienze: lo stilnovismo puro fa presto a deviare in allegorismo. [...] E finalmente, saggi così disparati, non solo varî nel tempo, ma varî nell’istante, non possono comporsi che in un punto trascendente [...], l’enciclopedia9 e dottrinale e10 stilistica di Dante può trovare un centro solo all’infinito, fuori di lui [...].
Alle qualificazione ora riassunte fanno contraltare altrettante e diverse di Petrarca. [...] In primo luogo, dunque, unilinguismo. se non è dir troppo. Posta quella cultura, il bilinguismo con frontiere ben segnate è la soluzione più rigorosa. È vero che le due varianti tendono, con diverse modalità, a un assoluto stilistico. In latino, Petrarca intende essere, e qui poco importa che sia o non sia, il secol d’oro [...]. Il volgare è solo sede di esperienze assolute, la sua pluralità e curiosità Petrarca le sposta verso il latino. Pertanto, se non monoglottia11 letterale, è certa l’unità di tono e di lessico, in particolare, benché non esclusivamente, nel volgare. [...] Tuttavia codesto lume trascendentale del linguaggio è un ideale assolutamente spontaneo, non compatibile con razionale opera di riflessione. Nessun lacerto12 teorico sulla lingua si può avellere13 in Petrarca [...]. Quarto punto: nessun esperimento, ove non sia quello di lavorare tutta una vita attorno agli stessi testi fondamentali. O al massimo un esperimento, per stimolo alieno, e non concluso, è da ravvisare nei Trionfi; che sono un vero equivoco, obliterando14 come fanno ogni fermento d’accensione narrativa in vantaggio di un’irrelata visione [...].
Dunque, perfetta coerenza; ma la generale uniformità inevitabilmente accentua e ingrandisce le differenze minime, quali quelle fra canzone e sonetto, o addirittura fra gruppo e gruppo di sonetti. In opposizione al teocentrismo15 necessario a Dante, non oserei da ultimo inferir16 nulla circa una laicità, fosse pure meramente metaforica, di Petrarca. Vorrei sottolineare soltanto che il suo non è già il Dio che compone le contraddizioni, o a priori o quando lo sperimentare avventuroso del dottor Faust17 non sia di per sé sufficiente, ma è quel Dio che interviene a sedare il tedio e consolare la stanchezza, s’introduce insomma come tema psicologico, esorbita18 dalle strutture e dai sistemi che descriviamo. Psicologia: è proprio in questi paraggi che si rivela il paradosso di Petrarca. L’innovazione riduttiva per pacata rinuncia agli estremi è consentita a Petrarca dalla sua introversione. Usiamo termini grossolani, e diciamo: è il suo romanticismo che è condizione del suo classicismo.

(G. Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, in Id., Varianti e altra linguistica, Einaudi, Torino 1970, pp. 170-175)

Ciò che sta a cuore a Contini non è – a differenza di De Sanctis – l’interiorità di Petrarca ma le sue parole. Questo non significa che Contini non si occupi della sostanza delle cose. L’estrema attenzione per la lingua degli autori è innanzitutto una scelta di metodo: ogni affermazione che facciamo deve essere fondata sui testi. Per poter dire che «tremolare è inconcepibile in Petrarca, e in fatto si constata che neppure mattutino risponde all’appello» c’è bisogno di verificare in tutte le opere volgari di Petrarca. Oggi si può fare molto in fretta con i motori di ricerca e le banche dati elettroniche; ai tempi di Contini erano già disponibili delle concordanze, cioè raccolte di tutte le parole adoperate dai vari autori e il lavoro era facilitato. Ma si trattava in ogni caso di un’operazione che richiedeva accuratezza e pazienza. Un’operazione che non è fine a se stessa, soprattutto se, come Contini, si studia non un autore preso singolarmente ma in relazione con gli altri. In questo caso, lo studio in parallelo del “vocabolario” di Petrarca e di Dante conduce il critico a una definizione comparata di entrambi gli autori. Dalla parte di Dante c’è il plurilinguismo, la pluralità di toni e di strati lessicali e di stili; dalla parte di Petrarca c’è il monolinguismo, la selezione, la scelta di un solo stile. Contini, che dal punto di vista storico e filologico è certamente più rigoroso di De Sanctis, è tuttavia anche più cauto quando si tratta di esprimere quel tipo di giudizio che abbiamo chiamato estetico. Quando confessa che non oserebbe «da ultimo inferir nulla circa una laicità, fosse pure meramente metaforica, di Petrarca», Contini delimita i confini della critica letteraria. E anche quando giunge a conclusioni più generali, lo fa sempre restando nell’ambito della letteratura. Quando afferma che «è il suo romanticismo che è condizione del suo classicismo», Contini ci sta spiegando, in modo un po’ paradossale, che quello che chiamiamo classicismo, cioè la ricerca di una forma perfetta a imitazione degli antichi, in Petrarca è in realtà generato da una condizione interiore e in ultima analisi da motivazioni psicologiche. Ma a quel punto il critico si arresta. De Sanctis si spinge invece fino a parlare di «un ondeggiamento di volontà di un essere debole». In De Sanctis lo stile (la letteratura) è un mezzo per comprendere l’uomo; in Contini (e in generale negli studi moderni) l’uomo (cioè l’autore) è spesso un mezzo per comprendere la letteratura.
  1. giova meglio: è più utile
  2. Roberto Longhi: Roberto Longhi (1890-1970) è stato uno dei maggiori storici dell’arte italiani.
  3. pertengono: appartengono.
  4. poliglottia: la capacità di parlare molte lingue.
  5. accusato: portato all’estremo.
  6. interesse teoretico: si dice di ciò che riguarda i fondamenti teorici di una scienza o di una dottrina. Come sappiamo Dante, oltre a fare letteratura, riflette spesso sulla letteratura stessa (nella Vita nova, nel De vulgari eloquentia, nel Convivio).
  7. l’inconsistenza ... dantesco: cioè l’inesistenza di un libro di poesie che Dante abbia personalmente scritto e strutturato (come fa invece Petrarca).
  8. derivazione: il senso è diverso da quello del linguaggio comune: Contini insiste non tanto sul legame fra le varie esperienze letterarie dantesche, quanto sul mutamento dall’una all’altra (de-rivare).
  9. enciclopedia: nel senso di “insieme di conoscenze”.
  10. e ... e: nel Novecento si usava ancora abbastanza di frequente il costrutto e... e..., come oggi useremmo sia... sia... (mentre è meglio non usare sia... che...).
  11. monoglottia: l’opposto di poliglottia: l’impiego di una sola lingua.
  12. lacerto: frammento.
  13. avellere: latinismo per “strappare”.
  14. obliterando: cancellando
  15. teocentrismo: una dottrina che colloca Dio (in greco theós) al centro di tutto.
  16. inferir: dedurre; trarre una conseguenza.
  17. dottor Faust: il protagonista del Faust, il capolavoro del tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832).
  18. esorbita: esce; va al di fuori.