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La posizione storica del Canzoniere di Petrarca

Qual è il ruolo, la posizione storica del Canzoniere? Si dice spesso che questa raccolta inaugura la lirica moderna. Perché? Per aiutarci a rispondere a questa domanda leggiamo una pagina di Marco Santagata (1947), che a Petrarca ha dedicato vari libri (tra gli altri, Petrarca e i Colonna, Per moderne carte, I frammenti dell’anima) e un importante commento per l’edizione pubblicata nella collana «I Meridiani» Mondadori (1996).

Petrarca oppone una sorta di negazione preventiva alle galanterie, ai teatrini sociali, alle pseudovidiane artes amandi1 verso i quali stava virando l’incipiente poesia cortigiana. Per lui “dire” d’amore significa, appunto, espungere il contingente, la cornice, il pubblico e, invece, fondare la ritualità testuale su una esperienza interiore. In primo luogo egli fa suo il postulato che per alcuni secoli aveva guidato la linea portante della poesia amorosa romanza, quello dell’inappagabilità del desiderio. Dai trovatori di Provenza in poi il rapporto amoroso si era espresso in letteratura come rapporto diseguale, squilibrato: l’amante chiede e la dama rifiuta. Il sentimento amoroso è allora un “tendere a”, una ricerca che si sa in partenza destinata a restare insoddisfatta. […] Amore (non per nulla quasi sempre personificato) agisce come personaggio fra i personaggi, come entità esterna alla psiche e all’animo dell’amante. Essendo la rappresentazione delle dinamiche amorose una sorta di teatro dei sentimenti, si comprende facilmente perché nella tradizione cortese essa faccia perno più sull’amata che sull’amante. Al centro dell’immaginario è la dama in quanto figura da cui promanano gli stimoli tematici e dalla quale son generati gli apparati metaforici. Se la tensione non fosse dal “fuori” al “dentro” non ci sarebbe stato lo spazio per invenzioni come quella della donna angelo e per le complesse scenografie nelle quali si inquadrano i comportamenti (quasi sempre esteriori) della donna amata. Anche Petrarca percorre questa strada. Anche per lui il rapporto non può essere alla pari e l’amore non può essere che frustrato. È sintomatico che il nucleo metaforico di molte sue poesie sia quello, originato dal nome della donna, che si sviluppa sul mito di Dafne. Racconta Ovidio nelle Metamorfosi (I, 452-567) che la ninfa Dafne riuscì a sottrarsi ad Apollo che l’inseguiva per farla sua e a conservare la verginità grazie all’intervento del padre Peneo che la trasformò in una pianta di lauro. Laura, l’amata da Petrarca, può allora identificarsi per via etimologica con il lauro e, attraverso il racconto, con Dafne fuggente. Al centro dell’immaginario petrarchesco vi è dunque un mito di frustrazione. Si osservi che nel racconto mitico, sebbene con l’aiuto miracoloso del padre, è Dafne stessa a sottrarsi all’abbraccio del dio mediante una metamorfosi. In altri termini, l’oggetto del desiderio si nega, sì, ma attraverso un movimento, una trasformazione della scena. Possiamo assumere questo dinamismo come simbolo della grande novità che Petrarca introduce nel discorso erotico in volgare. […] L’amore non è una ipostasi del desiderio, ma è desiderio stesso, passione in atto; non è un’entità personificabile, ma un fascio di tensioni e di pulsioni. La donna, l’altro, in apparenza lo suscita, ma in realtà esiste solo in quanto investita dall’amore-desiderio. Petrarca opera dunque un vero e proprio rovesciamento della tradizione. Il soggetto che desidera viene con lui a occupare quello spazio che era riservato alle rappresentazioni della donna, ai rituali del corteggiamento, all’analisi oggettivante di amore. Il palcoscenico sul quale si sceneggiava il rapporto tridiaco Amore, amata e amante si trasforma nello spazio dell’“io”. Questo, che a prima vista può sembrare un impoverimento, nei secoli si rivelerà un territorio sconfinato. È anche grazie a questa scelta che Petrarca diventerà il caposcuola della poesia moderna. Egli ha sottratto il discorso amoroso ai condizionamenti storici, alle trasformazioni dei contesti sociali e culturali e ne ha fatto una zona franca, capace di rigenerarsi con il trascorrere del tempo. La scelta, benché indipendente, è omogenea a quella linguistica. L’una e l’altra definiscono la moderna poesia erotica come spazio dell’“io” e delle sue contraddizioni.

(F. Petrarca, Canzoniere, a cura di M. Santagata, Mondadori, Milano 1996)

La poesia del Canzoniere – argomenta Santagata – riprende e rinnova la tradizione lirica dei siciliani e degli stilnovisti fondando un classicismo che s’imporrà per secoli ai poeti italiani ed europei. Questo classicismo investe prima di tutto il contenuto dei testi. L’amore dei trovatori e dei poeti del Duecento era un sentimento recitato in pubblico, una sorta di rappresentazione delle convenzioni cortesi in cui i sentimenti e i pensieri dell’autore avevano poca parte. Petrarca interpreta invece la lirica d’amore nel modo che ancor oggi ci è familiare: si confessa, narra una reale esperienza d’amore in totale solitudine, senza porsi il problema del pubblico e limitando al massimo la ripetizione dei clichés cortesi. Si può dire che grazie a lui si verifichi una conversione dall’oggettività alla soggettività. L’individuo che ama e desidera viene a occupare quello spazio che nel passato era riservato alla rappresentazione della donna, ai rituali del corteggiamento, all’analisi oggettivante dell’amore: l’io del poeta-amante è ora al centro della scena.
  1. pseudovidiane artes amandi: l’Ars amandi o Ars amatoria è un poema sull’amore del poeta latino Ovidio (43 a.C. - 18 d.C.), spesso imitato nel Medioevo.