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E se Alfieri fosse meglio di quanto credessimo?

Debenedetti scrisse questo saggio tra l’ottobre 1943 e il maggio 1944 a Cortona, dove si era rifugiato durante l’occupazione tedesca di Roma (Debenedetti era di famiglia ebraica). Lui stesso ne ricorda le circostanze: «mi misi a studiare l’Alfieri in un’Italia e in un Europa per mesi e anni occupate dai tedeschi, non paia spudorato ricordare come la parola libertà facesse veramente piangere, la parola tirannide veramente fremere. Nel giugno mi riuscì finalmente di unirmi alle formazioni partigiane che operavano nell’Appennino toscano››.

All’Alfieri molti motivi ci possono ricondurre; tra i quali, in tempi meno oscuri, si vorrebbe che primeggiassero quelli della poesia: il richiamo del poeta da una parte, e dall’altra il nostro legittimo desiderio di confrontarne la voce con l’acustica moderna. Ma non potrebbe darsi che per gente come noi, così malcapitata sul pianeta, in un’era così soffocante, il primo invito dell’Alfieri, e il più decisivo, emani da quella parola «libertà›› che romba, tuona e vola nelle sue pagine? Basta provarsi a rileggerle, con quest’aria che tira, e il primo istinto è di andare a chiudere le finestre, di smorzarne gli accenti stentorei1 […]. Ma poi subito un’allegrezza spavalda ci avverte che, anzi, quei toni stentorei si possono, si debbono amplificare: e non c’è barba di censore o di poliziotto che valga a «prendere provvedimenti». Signor commissario, che andate cercando? Questo è Vittorio Alfieri, poeta d’altro secolo e ce l’aveva col re, coi preti e coi francesi […].
Il diradarsi dell’uditorio intorno all’Alfieri tragico, quello comunemente ritenuto maggiore, non ci dovrebbe fare meraviglia. Dipende da una patetica e involontaria sfida che è stato proprio lui a lanciare. Si pensi infatti a che razza di lettori, in un momento di tristezza e di passione, egli abbia dato appuntamento […]: la percentuale di questi privilegiati, a detta dello stesso Alfieri, è addirittura scoraggiante: «non ce ne sono uno in diecimila››. Come dovrebbero essere fatti, ce lo dice il trattato Del Principe e delle Lettere, dove in alcune righe se ne profila una sagoma così scontrosa, che si direbbe perfino riluttante a lasciarsi vedere. «Non bisognosi di esercitare arte alcuna per campare, non desiderosi di cariche, non adescati dai piaceri, non traviati dai vizi, non invidiosi dei grandi, non vaghi di far pompa di dottrine2, ma veramente pieni di una certa malinconia riflessiva, cercano nei libri un dolce pascolo all’anima e un breve compenso alle umane miserie; le quali forse assai più vivamente vengono sentite da chi il minor danno ne sopporta». Quanti «non», a quante mai cose costoro hanno dovuto rinunziare, volgere le spalle: di fronte ad essi, di positivo, non rimane che quella «malinconia riflessiva››, e lo spettacolo delle umane miserie. Un modo di leggere che rassomiglia a un esilio […].
Così ci si spiega abbastanza bene come l’Alfieri maggiore abbia finito col rimanere solo, o in compagnia sparuta3. Perché sarebbe difficile ingannarsi: il lettore delineato con tratti così esigenti era proprio quello che il poeta augurava a se stesso […]. Libero da tutto pretendeva il suo lettore: da tutto, fuor che da quella riflessiva malinconia e senso dell’umana miseria, due cose che facevano parte intrinseca della poesia alfieriana […].
Si impara fin dalle prime scuole che due almeno, tra le venti tragedie dell’Alfieri, si sono salvate per intero […]. La prima è quella trepida, strabiliante, unica riuscita di sceneggiatura che si intitola a Mirra: dove, a parte la poesia e altri più riposti motivi, il semplice romanzo «della figlia di Ciniro infelice» basta a produrre quella congiunzione tra orrore del castigo e innocenza della vittima, la tempesta sul fiore, che è antica ricetta, ma sempre infallibile, per ottenere dagli spettatori una partecipazione pietosa, e ancora infatti dagli occhi «il pianto elíce»4. L’altra è [...] il Saul.
Qui però casca una domanda scombinata: bastano la Mirra il Saul a fondare la gloria di un poeta tragico? Certo che bastano, anzi sono più di quanto occorra […]. Ma la gloria dell’Alfieri, quella sognatissima e ambitissima, che egli cosi furiosamente adorò da riuscire perfino a conseguirla, pare in qualche modo più grande che quella del poeta di Saul e di Mirra […].
Se un incendio, una guerra, un saccheggio distruggessero biblioteche, librerie, depositi di editori e ogni specie di documenti, se dal cataclisma si salvassero soltanto il Saul e la Mirra, che cosa penserebbero i posteri dell’Alfieri? Fatti gli scongiuri, il giuoco terminerebbe con la risposta: molto ancora, ma meno forse di quanto ne pensiamo noi […]. Noi abbiamo un Alfieri più grande di così, di una gloria più vibrante. Volevamo arrivare a concludere che anche questa gloria del tragico è uno dei connotati di quel protagonista che si staglia sulla Vita scritta da esso. Si dirà che ogni autobiografo finisce col diventare l’uomo della propria autobiografia, col raccomandare al futuro il ritratto di sé consacrato dal proprio autoritratto. La cosa è vera solo fino a un certo punto. Il più delle volte l’autoritratto lavora in polemica col ritratto che la vita, le altre opere e atteggiamenti hanno tracciato. Polemica dell’autore che autorizza quella dei lettori a venire. Ma il caso dell’Alfieri è parecchio differente.

(G. Debenedetti, Vocazione di Vittorio Alfieri, Garzanti Libri, Milano 1995)

In questa pagina, Debenedetti si interroga sull’attualità di Alfieri. È passato circa un secolo e mezzo dalla morte del grande tragediografo, e sempre meno persone leggono e vanno a vedere il suo teatro («Il diradarsi dell’uditorio intorno all’Alfieri tragico»). Il fatto è che la sua poesia risulta poco adatta al gusto contemporaneo («acustica moderna»). Debenedetti ritiene che all’origine di questa sfortuna di Alfieri stia una scommessa artistica fatta (e perduta) dallo stesso Alfieri. Nel suo sforzo di diventare un grande letterato, Alfieri si dà un obiettivo altissimo: non soltanto scrivere versi esteticamente ed eticamente supremi, ma anche essere un uomo eticamente supremo, e trovarsi accanto lettori simili a lui, cioè eccezionali come lui. Ma non è un obiettivo praticabile: e perciò «ci si spiega abbastanza bene come l’Alfieri maggiore abbia finito col rimanere solo, o in compagnia sparuta», e insomma senza lettori o quasi.
Tuttavia, continua Debenedetti, sebbene molta parte dell’Alfieri tragico non abbia granché da dire ai lettori e agli spettatori moderni, il Saul e la Mirra bastano ad affermare la grandezza letteraria di Alfieri. Ma c’è di più. Questo sforzo, questa disciplina a cui Alfieri sottopose se stesso, illumina anche la personalità del poeta, e questa personalità finisce per essere più importante, più grande dell’opera. A questa personalità eccezionale, Alfieri stesso ha eretto un monumento: la Vita. Ed è per questa ragione – per questo prevalere dell’uomo sull’opera, potremmo dire – che la Vita è oggi l’opera più viva e più leggibile di Alfieri, e quella che ci permette anche di avvicinarci con meno pregiudizi anche alle sue tragedie.
Ma nelle prime righe di questo brano Debenedetti ci dice anche qualcos’altro. Il valore di uno scrittore del passato sta certo nella perfezione della sua opera, ma anche in ciò che quell’opera riesce a dire ai lettori del presente, nell’attualità delle idee che contiene. Ora, Alfieri ha messo al centro dei suoi scritti e della sua vita l’ideale della libertà: un ideale remoto, difficile da raggiungere, specie negli anni in cui viveva Alfieri, ma che merita di essere perseguito con ogni sforzo. Anche quelli in cui scriveva Debenedetti erano anni di illibertà, di soggezione ai nazifascisti. Per questo, osserva Debenedetti, il vero fascino di Alfieri emana «da quella parola libertà che romba, tuona e vola nelle sue pagine».
  1. stentorei: nell’Iliade, Stentore è un soldato greco dotato di una voce potentissima. Dal suo nome è derivato quest’aggettivo, che significa “reboante, solenne”. I toni stentorei sono appunto quelli che si sentono spesso nelle tragedie alfieriane, e che secondo Debenedetti sono poco adatti al gusto dei lettori di oggi.
  2. far pompa di dottrine: mostrare quante cose si sanno.
  3. sparuta: esigua, piccola.
  4. elice: fa uscire.