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L’agitarsi senza posa degli uomini: l’idea foscoliana della morte

Mario Fubini (1900-1977) è stato un critico molto celebre del pieno Novecento, e ha insegnato Letteratura italiana in università importanti come la Statale di Milano e la Normale di Pisa. Uno degli autori a cui più si è dedicato è stato Ugo Foscolo.
In questo brano Fubini mette in evidenza un aspetto significativo dei Sepolcri e, più in generale, della visione foscoliana della morte.

Si direbbe che fin dai primi versi, in cui presentandoci con classica semplicità tre nude immagini, il cipresso, l’urna, il pianto dei vivi, ci pone finanzi i motivi dell’opera, il verde perenne della natura, il tragico sonno della morte, il dolore dei viventi, il Foscolo ci stacchi dal mondo e dal suo tumulto vano e grandioso e ci porti con sé in un’oasi di raccolta pace, in cui con pochi spiriti possiamo raccoglierci e meditare. Non la morte nel suo orrore ci fanno sentire i Sepolcri foscoliani, bensì quel senso di calma che abbiamo provato in qualche cimitero verdeggiante, ove il tempo pare abbia arrestato il suo corso e contro le cui mura paiono infrangersi le passioni del mondo. Sommarie, disadorne1, poche immagini ci richiamano nel corso della poesia a quel perenne tragico moto, che ora assume la parvenza della fuga del tempo, ora della trasformazione senza posa della materia, ora delle fatali vicende degli individui e dei popoli, «la forza operosa che affatica di moto in moto» tutte le cose, la «Natura che con veci eterne destina ad altri sensi i miserandi avanzi» dell’uomo, «l’alterna onnipotenza delle umane sorti»: più competo ne riesce il senso di liberazione dell’animo, che dal vorice del tempo si sente portato in quella calma immota atmosfera, più competo l’appagamento della fantasia, la quale da quelle immagini si rivolge per posarsi su altre che recano con sé l’impronta di una perennità senza tempo. Tali le immagini della natura verdeggiante, che ricompaiono in tutte le partiu del carme, ora penetrate di uno spirito di femminile pietà, più sensibile fra la bellezza dei fiori e delle verdi ombre, E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli;
ora viventi nella serenità di una vita che di continuo si rinnova ignara di morte,
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla...,
ora, infine, testimoni sacri e misteriosi di umano dolore e di umana grandezza, sfondo denso e raccolto delle scene più grandi della storia umana,
Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre.
Tali le immagini di individui separati per qualche tempo dalle cure più cocenti e raccolti nell’intimità di un sentimento o di un pensierio, la donna innamorata che prega, il pio greco che viene a raccontare a i cari estinti le sue pene e quasi crede d’essere trasportato negli Elisi eterni, l’Alfieri che posa presso i grandi di Santa Croce trovando per poco sollievo al suo dolore inestinguibile, Cassandra che fra le spose piangenti e straziate appare sollevata in un’atmosfera di più pacata afflizione. Nella rappresentazione di questi individui avvertiamo non più vagheggiata soltanto ma compiutamente raggiunta quella liberazione dal presente tempestoso a cui Foscolo aspirò sempre e nella vita e nelle opere: tutto il carme è improntato dalla calma della contemplazione, di quei sentimenti che non sconvolgono l’anima ma possono essere ad un punto sentiti e compresi.

(M. Fubini, Ugo Foscolo. Saggi, studi, note, La Nuova Italia, Firenze 1962)

Prima ancora che sul contenuto, vale la pena soffermarsi un attimo sulla forma. Fubini si esprime attraverso periodi ampi e sintatticamente molto articolati, difficili da seguire. È naturale che un fine letterato cerchi di “scrivere bene”, ma, leggendolo, si può avere l’impressione che l’obiettivo principale dell’autore sia gareggiare in bello stile con gli scrittori, più che comunicare al lettore le proprie idee. E “scrivere bene” per Fubini vuol dire produrre gomitoli di frasi tanto lunghe che, se vengono lette a voce alta, lasciano senza fiato: questa complicazione – soprattutto oggi, quando il nostro ideale di stile critico va più in direzione della chiarezza che dell’eleganza – può dare fastidio.
Tuttavia, attraverso questa ‘alta retorica’, Fubini dice una cosa molto acuta e fondata. Nei Sepolcri – egli osserva – Foscolo rappresenta la morte non attraverso immagini di orrore e dolore, ma di quiete, calma e pacificazione. Il moto turbinoso della vita, le ansie, la trasformazione incessante e dolorosa della materia in altra materia hanno, nella poesia, uno spazio marginale. Foscolo preferisce proporre delle immagini ‒ come la donna innamorata (v. 48), il pio uomo classico (v. 126), Alfieri (v. 189), Cassandra (v. 258) ‒ che ispirino al lettore il senso di una «liberazione dal presente tempestoso». La morte non è un baratro in cui tutto orrendamente precipita, ma un sereno cessare dei turbamenti.
  1. disadorne: spoglie.