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Che cos'hanno in comune i pensatori illuministi?

Parlare dell’Illuminismo significa parlare di un processo di pensiero durato decenni, e che ha coinvolto uomini e donne vissuti in paesi diversi. Per forza di cose, nella loro visione del mondo vi sono state grandissime differenze. Ma nella pagina che segue Isaiah Berlin indica con grande chiarezza il tratto comune che ci permette di parlare di un riconoscibile, unitario “spirito dell’Illuminismo”.

[…] alcuni dei pensatori settecenteschi erano divisi da divergenze profonde. Ma alcune cose li accomunavano tutti. Qualcuno magari non credeva nel progresso, o in Dio, o nell’immortalità dell’anima. C’era chi credeva nell’intuizione, mentre altri credevano nell’empirismo1. Alcuni credevano nella spontaneità e nella semplicità del sentimento, altri invece nella scienza e nella raffinatezza. Erano però accomunati dalla credenza che gli uomini sono per natura se non buoni, almeno non cattivi, potenzialmente benevoli; che ciascun uomo è il miglior conoscitore dei propri interessi e dei propri valori, se non viene frastornato da farabutti o imbecilli; che nell’insieme gli uomini sono inclini a seguire le regole di condotta dettate dal loro proprio intelletto. In maggioranza, i pensatori settecenteschi pensavano che il progresso fosse desiderabile – ossia, per esempio, che la libertà fosse migliore della schiavitù; che la legislazione fondata su quelli che chiamavano i «precetti della natura» potesse raddrizzare quasi qualunque stortura; che la natura non fosse altro che ragione in azione, e che pertanto i suoi meccanismi fossero in linea di principio deducibili da una serie di assiomi non diversi da quelli di una teoria geometrica, o da quelli della fisica e della chimica (occorreva soltanto che fossero noti). Erano convinti che tutte le cose che erano buone e vere e virtuose e libere fossero necessariamente compatibili; di più; che fossero interconnesse. Quelli tra loro di mentalità più empirica erano certi che fosse possibile sviluppare la scienza della natura umana così com’era possibile sviluppare la scienza delle cose inanimate; che le questioni etiche e politiche, se autentiche (e come avrebbero potuto non esserlo?), potevano trovare risposte altrettanto certe di quelle della matematica e dell’astronomia; e che una vita fondata su queste risposte sarebbe stata libera, sicura, felice e saggia. Credevano che il millennio fosse attingibile2 mediante l’impiego delle facoltà e la pratica dei metodi che per oltre un secolo avevano condotto – nella sfera sia della conoscenza che dell’azione – a trionfi più splendidi di qualunque altro riportato nella storia dell’umanità. Grosso modo, è questa la credenza comune, l’indole e l’atteggiamento generali dei pensatori razionali settecenteschi.

(I. Berlin, La libertà e i suoi traditori, Aldephi, Milano 2005)

Molte cose distinguono i pensatori che chiamiamo “illuministi”. Alcuni erano atei, altri deisti, alcuni amici del sentimento, altri della ragione, alcuni si affidavano all’istinto, altri si fondavano sulle prove sperimentali. Ma tutti – sostiene Berlin – credevano che gli esseri umani fossero, a qualsiasi latitudine, «se non buoni, almeno non cattivi», e che il segreto per una vita felice stesse nell’osservare le norme della natura, norme che erano alla portata dell’intelligenza umana; inoltre, pensavano che la storia umana fosse avviata sulla strada del progresso. Insomma, il comune denominatore degli illuministi (e di chiunque anche loro si richiami alle loro idee) è, a volerlo stringere in una parola, l’ottimismo.
  1. nell’empirismo: nella prova ottenuta per via d’esperienza e d’esperimento.
  2. Credevano ... attingibile: credevano che fosse possibile raggiungere una condizione di gioia e prosperità, una specie di paradiso in terra (è questo uno dei significati del termine inglese millennium).