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Come si legge un verso: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle»

L’infinito di Leopardi (e in generale gli idilli) non è una poesia particolarmente difficile. Certo, l’articolazione sintattica richiede un po’ di attenzione per essere compresa, e Leopardi adopera parole per noi desuete come ermo o spaura. Ma se, per esempio, confrontiamo L’infinito con alcune odi di Parini o con i Sepolcri di Foscolo, vediamo subito che il dettato si è fatto più sciolto e comprensibile. Ma capire bene una poesia non significa soltanto capire che cosa vuol dire; significa anche capire in che modo, esattamente, l’autore ha usato il linguaggio. Per vedere come si fa, ecco una pagina che Luigi Blasucci, uno dei maggiori studiosi italiani di Leopardi, ha dedicato al primo verso (anzi al primo emistichio) dell’Infinito.

«Sempre caro mi fu...»: l’avverbio iniziale suggerisce un’idea di consuetudine, di esperienza ripetuta, e il verbo al passato remoto («fu»), l’unico in un testo tutto costruito sul presente, anziché puntualizzare il dato nel tempo, lo discioglie nella prospettiva di una durata indefinita. In questo senso l’incipit della lirica può ricordare alcuni tipici incipit della tradizione petrarchesca, intesi a prospettare la persistenza nel tempo di uno stato interiore (per limitarci all’archetipo1: «Io avrò sempre in odio la fenestra», Rerum vulgarium fragmenta, LXXXVI, 1; «Cercato ò sempre solitaria vita», CCLIX, 1; ma specialmente: «Io amai sempre, et amo forte ancora / ... / quel dolce loco», LXXXV, 1-3). Ma a differenza del discorso petrarchesco, analitico e recursivo, il discorso dell’Infinito si configura, secondo quanto già ebbe a osservare il Tilgher2, come la narrazione di un processo interiore. Questa narrazione, svolta all’insegna dell’iniziale «Sempre», si porrà allora come una narrazione di tipo «iterativo» e non «singolativo», stando alla nota distinzione di Gerard Genette3, che così definisce un’operazione del primo tipo: «raccontare una sola volta (o meglio, in una volta sola) quanto è avvenuto n volte4». Conseguentemente tutti i verbi al presente della lirica che si riferiscono a un’attività o a un’emozione del soggetto saranno da intendersi come presenti iterativi: “sono solito fingermi nel pensiero”, “sono solito andare comparando”, ecc. Senonché ciò che si narra nel testo è la rivelazione dell’infinito, sia pure nella finzione del pensiero. Si determina così all’interno della lirica un vero e proprio scarto tra l’incipit familiare e consuetudinario, e l’esperienza eccezionale e suprema che si inscrive nella cornice di quella consuetudine. E allora il presente iterativo si trasforma poeticamente in un presente acronico5, il «sempre» di consuetudine in un «ora» assoluto.

(L. Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Il Mulino, Bologna 1985)

In queste poche righe, Blasucci dice alcune cose interessanti, e le dice – ed è questo soprattutto che vale la pena di osservare – in modo molto chiaro e ben articolato.
Vediamo brevemente come si svolge la sua argomentazione. Per capire a fondo il verso di Leopardi, Blasucci si serve prima del confronto coi versi di un autore che Leopardi conosceva benissimo, Petrarca (ne commentò infatti il Canzoniere nel 1826), e ne constata la somiglianza ma anche la diversità rispetto all’incipit dell’Infinito. Poi riprende, per definire L’infinito, la formula «narrazione di un processo interiore», che è stata proposta da un altro studioso, Adriano Tilgher. Infine adopera, per chiarire il suo pensiero, una distinzione tratta da uno dei più celebri libri di teoria letteraria del Novecento, il Discorso del racconto di Gérard Genette: la distinzione tra narrazione iterativa (nella quale si racconta un evento accaduto più volte; l’esempio classico è l’inizio di Alla ricerca del tempo perduto di Proust: «Per molto tempo sono andato a letto presto, la sera») e narrazione singolativa (quando si racconta un evento accaduto una volta sola; per esempio l’inizio dei Promessi sposi: «Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio»).
Come si vede, dunque, Blasucci si serve ampiamente del lavoro degli studiosi che lo hanno preceduto, e li cita (fornendo in nota, com’è giusto, anche l’indicazione delle fonti da cui cita). Ma non si limita a ripetere quello che gli altri hanno già detto, al contrario. Applica all’Infinito di Leopardi le loro intuizioni, e arriva a una conclusione nuova: osserva cioè che c’è una specie di contraddizione tra il carattere iterativo di espressioni come «Sempre caro mi fu questo’ermo colle», che fanno pensare a una consuetudine, a pensieri ed emozioni ricorrenti nel tempo, e il carattere eccezionale dell’esperienza che il poeta vive, cioè la rivelazione dell’infinito, il naufragio nell’immensità. Ma è precisamente questa contraddizione – questo schiudersi del miracolo all’interno di uno scenario famigliare – a rendere memorabile anche per il lettore l’esperienza descritta nella poesia.
Ne deduciamo una lezione. È sempre possibile citare i saggi di altri studiosi. Ma devono essere citazioni funzionali alla nostra argomentazione, a ciò che noi vogliamo sostenere, e non un patchwork di pensieri altrui, cuciti insieme solo per “dire qualcosa”.
  1. archetipo: l’archetipo è il modello dal quale tutte derivano le copie; qui s’intende Petrarca, e il suo Canzoniere.
  2. Tilgher: Adriano Tilgher (1887-1941) è stato uno dei più originali intellettuali italiani del primo Novecento, attivo sia come critico letterario, sia come storico delle idee, sia come giornalista.
  3. Gerard Genette: Gérard Genette, nato nel 1930, è uno dei maestri della narratologia contemporanea, celebre soprattutto per i tre volumi di saggi dal titolo Figure (1969-1972), uno dei quali dedicato allo studio dei meccanismi fondamentali della narrazione: Discorso del racconto.
  4. n volte: cioè un numero imprecisato di volte.
  5. acronico: senza tempo.