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Edgar Allan Poe recensisce Manzoni

Difficile immaginare due scrittori più diversi di Edgar Allan Poe (1809-1849) e Alessandro Manzoni. Da un lato il primo maestro del racconto dell’orrore; dall’altro il grande romanziere e pensatore cristiano. Eppure... Eppure anche I promessi sposi hanno il loro lato “nero” (la peste, la figura malvagia di don Rodrigo, quella misteriosa dell’Innominato, e soprattutto la storia sanguinosa della monaca di Monza). Non è forse così strano, allora, che uno dei primi scrittori ad accorgersi della bellezza del romanzo di Manzoni sia stato proprio Poe, in una recensione uscita prestissimo, nel maggio del 1835, sulla rivista «The Southern Literary Messenger». Il romanzo I promessi sposi era stato appena tradotto in inglese dall’editore Green di Washington, con il titolo The Betrothed Lovers.

Può darsi che sia eccessivo affermare che questo romanzo è originale in tutti i sensi. L’autore ha, ovviamente, dimestichezza con la letteratura inglese, e sembra che abbia preso almeno un suggerimento da sir Walter Scott, vale a dire l’impiego di documenti e tradizioni del passato. Naturalmente Manzoni, nato in Italia, ben sapeva che gran parte di quello stesso genere di materiale poteva rinvenirsi negli archivi degli staterelli italiani, ora cancellati dalla carta geografica d’Europa. È palese che, se gli scontri fra i piccoli stati sono di minor interesse per l’uomo politico di quelli fra potenti nazioni, essi offrono tuttavia maggiori occasioni di manifestazione del carattere dell’individuo, e di esercizio di quelle passioni che rendono il romanzo così interessante. Ma che mai si sa degli uomini grandi e buoni che, con nobiltà, recitarono la propria parte su quelle scene, dato che il teatro stesso delle loro imprese viene distrutto e sepolto sotto le macerie della rivoluzione? Riportarli alla luce da sotto le rovine e permettere al mondo di soffermarsi per un attimo a contemplarne le virtù è opera pia e degna di lode [...]. Noi tutti abbiamo dimestichezza con le guerre civili dell’Inghilterra: i nostri cuori si sono infiammati alle virtù e hanno pianto sulle sofferenze dei protagonisti di quelle scene. E tuttavia, se dobbiamo dar credito alle tradizioni incarnate in questo libro, una storia contemporanea delle repubbliche italiane metterebbe in luce personaggi ben più degni della nostra ammirazione e simpatia. Il Cardinal Borromeo è un personaggio storico. Lo scrittore, ovviamente, desidera ritrarlo così com’era, e gli annali dell’umanità non offrono esempio più glorioso di purezza, entusiasmo e virtuosa ispirazione. Si potrebbe sospettare che un certo zelo nei confronti della Chiesa di Roma si sia mescolato ai ricchi colori di questo quadro. Ma Manzoni non era meno pronto di Lutero a riconoscere gli abusi di quella Chiesa. C’è un episodio, a pagina 58, ove egli ne rivela taluni della cui esatta natura non eravamo, fino ad ora, ben consapevoli. La coercizione morale, più crudele della tortura corporale, per cui una povera ragazza, vittima dell’impietoso orgoglio dei genitori, senza necessità e senza convinzione (che, a quanto pare, non erano tenute in alcun conto), è spinta al chiostro onde consentire al fratello di disporre di maggiori sostanze, questa era cosa inimmaginabile e inconcepibile per noi. Quando leggiamo opere come La monaca della Sherwood1 sappiamo di essere dinanzi a fantasie. Ma quando torniamo alla scena rappresentata in questo libro, sappiamo che è vita vissuta.

(Traduzione di Fredi Chiappelli, Poe legge Manzoni, Coliseum, Milano 1987)

Poe scrive nel 1835, a soli otto anni dalla stampa della prima edizione dei Promessi sposi. Il suo punto di vista è dunque due volte interessante: perché Poe è un grande narratore, non un critico, e perché Poe è un contemporaneo di Manzoni (anche se, nato nel 1809, appartiene alla generazione successiva). Anche per questo, forse, Poe dà importanza a due circostanze su cui noi oggi, invece, tenderemmo a sorvolare (e misurare la distanza tra il nostro orizzonte d’attesa1 e quello degli uomini del passato è uno degli esercizi mentali più stimolanti: ogni secolo, ogni generazione, vede nelle opere d’arte qualcosa di diverso).
Prima circostanza: I promessi sposi è o non è originale? Non lo è, perché Manzoni impara molto da Walter Scott. Tuttavia, la peculiarità della storia italiana – una storia fatta di frammentazione politica e di lunghe dominazioni straniere – fa sì che l’ambientazione del romanzo in un piccolo Stato (il Ducato di Milano) dia alle vicende narrate da Manzoni e ai suoi personaggi un interesse speciale, perché in uno spazio così piccolo risaltano meglio le imprese dei singoli, come il Cardinale Borromeo.
Seconda circostanza: I promessi sposi è ovviamente un romanzo cattolico, cioè un romanzo che difende la fede cattolica. Ma Manzoni non tace le aberrazioni della vita religiosa mal vissuta e – sostiene Poe – una delle ragioni che rendono grande il romanzo sta proprio nella sua qualità di documento. Oggi troviamo la storia della Monaca di Monza avvincente, ma non sconvolgente; doveva invece essere sconvolgente, doveva causare un vero scandalo, in un mondo come quello di Poe e di Manzoni, nel quale la religione aveva un rilievo sociale infinitamente più grande.
  1. La monaca della Sherwood: romanzo del 1833 della scrittrice inglese Mary Martha Sherwood (1775-1851), nota soprattutto per i suoi libri per bambini.
  2. orizzonte d’attesa: si definisce come l’insieme delle aspettative che orientano il nostro approccio all’arte: se vedo una natura morta mi aspetto che rispetti determinate convenzioni estetiche; se leggo un “giallo” mi aspetto che la trama si svolga in un determinato modo. Si intende che le opere d’arte più innovative tradiscono gli orizzonti d’attesa, e li modificano. Quando Quentin Tarantino ha girato Pulp Fiction (1994), ben pochi si aspettavano che un film di gangster potesse essere fatto così: da allora, Tarantino ha cambiato l’orizzonte d’attesa degli spettatori.