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Perché usiamo le metafore?

L’argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) è stato uno dei più importanti e influenti scrittori del Novecento. Borges ha dedicato vari saggi a Góngora, a Quevedo e ad altri poeti del Seicento, che lo colpivano soprattutto per il loro linguaggio complicato e fantasioso. Non a caso, anche la scrittura del Borges autore di poesie e racconti è ricchissima di metafore, tanto che la critica l’ha definita “barocca”. In questo saggio giovanile, scritto nel 1925, Borges tratteggia per la prima volta la sua teoria della metafora.

I precettisti Luis de Granada e Bernard Lamy1 concordano nell’affermare che all’origine della metafora ci fu l’indigenza2 del linguaggio. L’uso traslato dei vocaboli fu inventato per povertà e fu praticato per piacere, ritiene il primo. La lingua più ricca si dimostra a volte infruttuosa e ha bisogno di metafore, conferma il secondo.
Qualche approfondimento metafisico rafforzerà inaspettatamente entrambe le affermazioni. Il mondo apparente è un ammasso di percezioni confuse. Una visione di cielo agreste, quell’odore come di rassegnazione che sale dai campi, la piacevole asprezza del tabacco che brucia la gola, il lungo vento che sferza la nostra strada e la docile linearità di un bastone che si offre alle nostre dita, sono contenuti tutti insieme in qualunque coscienza, quasi di colpo. La lingua è un ordinamento funzionale di quella enigmatica abbondanza del mondo. Ciò che chiamiamo sostantivo non è, molte volte, che il compendio di aggettivi e della loro fallace3 probabilità. Invece di enumerare freddo, affilato, tagliente, infrangibile, luccicante, appuntito, enunciamo «pugnale»; anziché assenza di sole e progressione di ombra, diciamo che imbrunisce. Nessuno negherà che tale nomenclatura è un enorme sollievo per la nostra quotidianità. Ma il suo fine è ostinatamente pratico: è una mappa minuziosa che ci orienta attraverso le apparenze, è una parola d’ordine utilissima che la nostra fantasia meriterà un giorno di dimenticare. Dal punto di vista razionale, il nostro linguaggio – intendo includere in questa parola tutte le lingue parlate – non è altro che la realizzazione di una delle tante soluzioni possibili […]. Nessun divieto intellettuale ci impedisce di credere che oltre al nostro linguaggio ne possano sorgere altri diversi che dovranno mettersi in relazione con esso come l’algebra con l’aritmetica e le geometrie non euclidee con la matematica antica.
Il nostro linguaggio, naturalmente, è troppo visivo e tattile. Le parole astratte (il vocabolario metafisico, per esempio) sono una serie di metafore balbuzienti, mal separate dalla corporeità e in cui stanno in agguato ostinati pregiudizi. Cercare assenze nella lingua è come cercare spazio nel cielo. La sfiducia nei confronti di noi stessi dopo che abbiamo commesso una bassezza, l’aspetto cadente e minaccioso che offrono le strade all’alba, la semplicità del primo lampione che annuncia l’atteso imbrunire sono emozioni che proviamo certi di soffrire e che si possono esprimere soltanto con una goffa diversione di parafrasi.
Il linguaggio – grande strumento per fissare la costanza umana nella fatale mobilità delle cose – è l’indocile necessità di ogni scrittore. Pratico, non letterario, è molto più adatto a organizzare che a commuovere, non è ancora riuscito ad adeguarsi all’esistenza poetica e ha bisogno di foggiarsi in figure.

(J.L. Borges, Esame di metafore, in Inquisizioni, Milano, Adelphi, 2001)

Secondo Borges, il linguaggio dell’uomo ha una funzione essenzialmente pratica, perché serve a ordinare e a catalogare il reale, a trovare una razionalità in un «ammasso di percezioni confuse». Vi sono però emozioni, situazioni e sensazioni (Borges ne elenca alcune: «Una visione di cielo agreste, quell’odore come di rassegnazione che sale dai campi, la piacevole asprezza del tabacco che brucia la gola...») che non possono essere espresse con parole “comuni”: in questi casi il linguaggio rivela la sua insufficienza, la sua povertà. Figure come la metafora tentano per l’appunto di riempire queste lacune, ci permettono di dire, con un’immagine, cose che il linguaggio comune, quotidiano, non sembra in grado di esprimere.
  1. Luis ... Lamy: Luis de Granada (1504-1588) fu un predicatore spagnolo, famoso per i suoi scritti di teologia. Bernard Lamy fu un matematico e teologo francese, vissuto tra il 1640 e il 1715. Introducendo le sue teorie sulla metafora, Borges cita, non a caso, due scrittori vissuti tra Cinque e Seicento.
  2. indigenza: povertà.
  3. fallace: ingannevole.